Oltre 200 carri armati, migliaia di soldati, centinaia di cingolati: Israele è pronto a colpire. La concentrazione di truppe attorno alla striscia di Gaza, specie nelle regioni settentrionali da dove vengono sparati i missili Qassam verso la cittadina di Sderot e i kibbutzim del Negev, sta ormai superando per quantità e qualità i preparativi che caratterizzarono le operazioni in profondità nei periodi più caldi della seconda intifada, nel 2002 e 2003. Ieri sera le televisioni nazionali spiegavano che si sta ancora attendendo, nella speranza che la polizia del governo di Mahmoud Abbas riesca all’ultimo minuto a porre fine ai tiri di razzi da parte delle cellule armate di Hamas e Jihad islamica. Ieri il presidente palestinese ha promesso: ‟Faremo tutto ciò che potremo per impedire questi attacchi”. Ma ha anche lanciato l’allarme: ‟Israele vuole invadere la Striscia di Gaza, gli americani ce lo confermano: se questo succede, metterà a repentaglio tutto”.

Qassam contro Israele
Ma tra giovedì e domenica sera oltre 120 missili hanno colpito Israele e le colonie ebraiche di Gaza, causando la morte di una ragazza e il ferimento di una decina di persone. Ieri pomeriggio almeno quattro coloni ebrei sono rimasti feriti (due gravi) nell’insediamento di Neve Dekalim. Israele da giovedì ha risposto riesumando la vecchia strategia degli omicidi mirati. Venerdì erano stati colpiti dai razzi ad alta precisione sparati dagli elicotteri almeno tre attivisti della Jihad in Cisgiordania e quattro di Hamas a Gaza. Ieri un altro leader di Hamas, Sayad Sayam, è stato ucciso da un cecchino israeliano a Khan Yunis, nelle zone meridionali di Gaza.

Attacco in profondità
Ariel Sharon per ora attende. ‟Ma occorre molto poco perché dia la luce verde all’offensiva. Basterebbe che un missile Qassam torni a uccidere, per esempio nella cittadina di Sderot, perché i carri armati si mettano in moto”, scrivono i commentatori. Il premier ieri è tornato a ripetere le sue minacce. ‟Ho parlato con i nostri capi militari e ho detto che non dovrà esservi alcun limite alle nostre operazioni”, ha detto durante il consiglio di gabinetto settimanale. E il ministro della Difesa, Shaul Mofaz, ha precisato che si sta pianificando un ‟attacco massiccio, prolungato e complicato”. Questo è tra l’altro uno dei motivi dell’attesa israeliana, nonostante la pioggia di Qassam. Non dovrebbe infatti trattarsi di un blitz rapido, ma di un’invasione vera e propria, mirata a posizionare le truppe a lungo nelle zone da dove vengono sparati i missili. Una grave minaccia per l’Autorità palestinese, stretta tra l’incudine rappresentata dagli estremisti islamici e il martello del braccio militare israeliano. ‟Ogni azione militare metterà in dubbio il piano di ritiro israeliano da Gaza e sarà un colpo mortale per il processo di pace”, ha dichiarato il negoziatore Saeb Erekat.

Inflessibili sul ritiro
Da parte israeliana non è comunque messa in dubbio la data del 17 agosto per dare il via allo smantellamento delle colonie ebraiche di Gaza. Sharon lo aveva ripetuto già subito dopo il grave attacco suicida a Natanyia una settimana fa (cinque morti israeliani) e lo ribadisce adesso. Anzi, esercito e polizia si stanno preparando oggi per far fronte a quella che dovrebbe essere una grande manifestazione della destra nazionalista mirata a sfondare i posti di blocco e creare presidi permanenti nelle colonie. La marcia partirà da Netivot, una ventina di chilometri a est di Gaza e in due giorni, tra preghiere, canti e slogan, dovrebbe arrivare al vecchio confine del 1967. Una prospettiva preoccupante. Le autorità temono che tra i manifestanti possano infiltrarsi decine di provocatori legati ai circoli del fondamentalismo religioso ebraico di Hebron e delle colonie più radicali in Cisgiordania, gli stessi da cui proveniva Yigal Amir, l’assassino del leader laburista Yitzhak Rabin nel novembre 1995.

La marcia dei coloni
Già la scorsa notte si sono registrati tafferugli tra elementi della destra e militari al posto di blocco a Kissufim, la principale via di accesso alle colonie del comprensorio di Gush Katif all’interno della striscia di Gaza. Sui loro siti Internet gli organizzatori della marcia danno comunque indicazioni molto precise ai partecipanti. ‟Portate torce elettriche, cartine, sacco a pelo, almeno cinque litri d’acqua a testa, cibo in scatola per almeno 48 ore, libri per ingannare il tempo nelle lunghe attese, le vostre magliette del servizio militare e gli attestati dei corsi fatti nell’esercito, potete condurre con voi anche i bambini nei passeggini. Soprattutto abbiate coraggio, pazienza e allegria”, si legge tra l’altro. Il messaggio è chiaro: i dimostranti (potrebbero essere diverse migliaia) intendono cercare di fraternizzare con gli agenti mandati a fermarli. Cercheranno di aizzare i soldati a non obbedire agli ordini. Ma porteranno con loro anche ‟una macchina fotografica per documentare le violenze della polizia” e un libretto con le indicazioni sul che fare in caso di arresto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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