La stagione delle privatizzazioni potrebbe riaprirsi nel settore dell’energia se l’Antitrust confermasse la linea anticipata, peraltro in modo irrituale, con interviste e dichiarazioni, dal presidente Antonio Catricalà. Il casus belli è offerto dall’acquisizione del 30% di Terna, la società degli elettrodotti ad alta tensione, da parte della Cdp, la Cassa depositi e prestiti. Catricalà teme che la Cdp possa influenzare Terna a danno degli operatori elettrici e a favore dell’Enel, del quale possiede il 10%. Una partecipazione, questa, che assieme al 20% rimasto in capo al Tesoro consente alla mano pubblica di conservare la presa sull’ex monopolio elettrico. Il presidente dell’Antitrust autorizzerebbe l’ingresso in Terna qualora la Cdp riducesse più o meno al 3% la sua quota Enel. Viceversa, l’Enel dovrebbe cedere ad altri le sue azioni Terna. Lo stesso si potrebbe dire per Snam Rete Gas ed Eni. Anche il cane a sei zampe deve per legge ridurre al minimo la partecipazione che ancora detiene nella società dei metanodotti e il candidato naturale a rilevare il pacchetto cruciale del 30% è sempre la Cdp. La Cdp dovrebbe ridimensionare assai il proprio 10% dell’Eni, altrimenti Snam Rete Gas dovrebbe avere altri soci forti. Dunque, o in Enel ed Eni oppure in Terna e in Snam Rete Gas lo Stato dovrebbe rinunciare al presidio della Cdp e rendere così assai più contendibili di oggi due delle quattro regine dell’energia. Bene? Prima di applaudire conviene riflettere. L’ipotesi che la Cdp induca Terna a investire sulla rete in modo da favorire l’Enel sembra poco realistica. Finora i lavori sono stati dettati dal Grtn, il Gestore nazionale della rete. E domani, quando il Grtn sarà incorporato da Terna, gli investimenti rimarranno sottoposti all’approvazione e al monitoraggio del ministero delle Attività Produttive, sentita l’Autorità per l’Energia. È pure improbabile che Terna privilegi l’Enel nella selezione delle centrali utili a garantire la sicurezza del sistema, perché il dispacciamento è per lo più regolato dal Codice della rete, la cui deliberata violazione può integrare perfino il reato di abuso d’ufficio. D’altra parte, nessun rivale dell’Enel si lamenta di Terna. La seconda riflessione è di natura finanziaria. In questo momento, le quattro società pubbliche dell’energia fanno «troppi» soldi in relazione ai loro piani d’investimento. Terna, con un debito di 1,8 miliardi e un free cash flow di un centinaio, è quella che promette meno. Ma Snam Rete Gas, che di debiti ne ha per 2,7 miliardi, produce liquidità netta per 6-700 milioni l’anno. L’Eni genera cassa disponibile per 6 miliardi e di questo passo azzererà il debito in un anno o poco più. L’Enel, con un free cash flow di 3,5 miliardi e un’esposizione già ridotta a 13 miliardi cedendo Wind, potrebbe caricarsi un debito ingente senza rinunciare all’utile. Queste società sono prede perfette per i più svelti e i più furbi, che le potrebbero conquistare, ove lo Stato desse un segnale di disimpegno senza aggiungere altro, finanziandosi largamente a debito: certi di poterlo ripagare con i margini del monopolio naturale (Terna e Snam Rete Gas) o della posizione dominante (Eni ed Enel) e, dulcis in fundo, con la beffarda soddisfazione di detrarre dall’imponibile fiscale gli interessi passivi. Causa la strozzatura delle reti e la penuria d’offerta, l’Italia ha i prezzi dell’energia più alti d’Europa. Le ingenti risorse dei monopoli più o meno ex andrebbero investite per funzionare la liberalizzazione. E a questo dovrebbero essere legate le privatizzazioni. Ma se manca il coraggio, rimanga almeno la prudenza: meglio distribuire l’eccesso di cassa che lasciarlo a disposizione di scalatori, magari autorizzati. Autostrade humanum, Enel diabolicum.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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