Il paradosso tedesco, che ha messo in ginocchio il cancelliere Schröder, non è solo tedesco. E’ anche italiano. Il malessere profondo della Germania deriva dalla stridente contraddizione tra il successo delle sue grandi imprese, che hanno ricostruito i margini di competitività persi negli anni Novanta e hanno così riportato la locomotiva d’Europa al primo posto nella classifica mondiale delle esportazioni nonostante l’euro, e la stagnazione dell’economia, sulla quale pesa la sfiducia della popolazione, preoccupata per la tangibile erosione dei propri redditi, specialmente se di origine salariale. In Italia, dove pure la credibilità del governo risulta appannata, si sta manifestando un fenomeno analogo, ma con una variante negativa: il Paese perde posizioni nel commercio mondiale. Parlando delle finanze del Psi di Craxi e di quelle dei suoi dirigenti, Rino Formica, commercialista e ministro, era solito fare dell’ironia: il convento è povero, osservava, ma i frati sono ricchi. Si potrebbe dire altrettanto dell’Italia e delle sue grandi imprese: il prodotto interno lordo nel 2004 aumenta dell’1,2%, niente quando l’economia mondiale viaggia al ritmo del 5% e meno di niente con crescita zero prevista quest’anno, mentre i profitti dei primi 20 gruppi industriali italiani compiono un balzo del 50% su ricavi che migliorano di non più del 9% e con un’occupazione che cala del 2,2%. E’ una sfasatura, questa, che va analizzata e interpretata per capire dove l’economia reale sta andando a parare.

Grazie Cina, grazie Iraq
Il ‟Corriere” ha dunque analizzato i bilanci dei Top Twenty sia aggregandoli, per scoprire risultati e tendenze della testa dell’economia non finanziaria italiana, del vertice della piramide insomma, sia singolarmente, per far emergere le scelte dei diversi gruppi dirigenti. La sfasatura tra Paese e imprese ha in primo luogo ragioni congiunturali, forti ma anche di incerta durata. I profitti crescenti dell’Eni e dell’Enel, che da soli rappresentano quasi il 60% del totale, derivano in larga misura dal boom dei prezzi petroliferi connesso anche alla guerra in Iraq. I profitti di Tenaris, multinazionale della famiglia Rocca che fabbrica tubi d’acciaio per il petrolio, e quelli di Riva, massimo gruppo siderurgico italiano, sono eccezionali: 4 volte il 2004 nel primo caso, 13 volte nel secondo; e derivano dall’improvvisa penuria di acciaio causata dalla Cina. Ma la congiuntura non spiega tutto, anche se consente di vedere l’altra faccia della politica estera. Ci sono altre due ragioni, di tipo strutturale, che spiegano perché il convento è povero e i frati fanno i quattrini.

Il capitalismo post-nazionale
La prima è la crescente internazionalizzazione dei Top Twenty. Tranne Enel e Telecom Italia, ancora largamente italocentrici, i grandi gruppi hanno ormai una quota rilevante delle loro attività oltre confine: l’Eni ha il 51% dei propri investimenti all’estero, St Microelectronics il 72% e Luxottica addirittura il 76%; Italmobiliare, che vuol dire soprattutto Italcementi, ha il 70% dei dipendenti fuori d’Italia; Tenaris informa che l’Europa dà non più del 30% del fatturato; Finmeccanica, che pure ha il 64,5% del capitale investito entro i confini, l’anno scorso ha impegnato all’estero una cifra tripla rispetto a quella spesa in Italia. Questa integrazione nell’economia mondiale, tendenza fatale nell’epoca della globalizzazione, fa sì che le multinazionali italiane contribuiscano alla crescita dei diversi Paesi dove sono insediate dal punto di vista del prodotto interno lordo, mentre nel bilancio consolidato riconducono tutto sotto un solo cappello. In qualche caso, le multinazionali controllate da italiani - Ferrero, St Microelectronics, Tenaris ma potremmo aggiungere anche la siderurgica Duferco - hanno la sede in Paesi neutrali dal punto di vista produttivo e interessanti da quello fiscale come il Lussemburgo e l’Olanda. Non hanno una radice storica precisa, come la Fiat o la Pirelli, multinazionali italiane. Il loro vero quartier generale è sul jet aziendale che porta in giro il top management ai quattro angoli del mondo. E’il capitalismo postnazionale.

Effetto privatizzazioni
La seconda ragione che spiega la sfasatura tra il successo dei Top Twenty e i magri risultati del Paese è l’ingombrante presenza dei servizi erogati in posizione dominante sul mercato, dunque con margini che fanno il bene di chi li prende e deprimono chi li deve sopportare. La metà dei ricavi e i due terzi dei profitti li fanno petrolio e gas, energia elettrica, televisione, ristorazione autostradale, autostradale, telefonia fissa, tutte attività dove il tasso di concorrenza non è certo paragonabile a quello che affrontano l’automobile, i pneumatici, l’editoria, l’abbigliamento, gli elettrodomestici, il trasporto aereo, l’alimentare, l’acciaio.Questa propensione verso i servizi protetti è stata esaltata, com’è ormai noto, dalle privatizzazioni degli anni Novanta varate in situazione d’emergenza da uno Stato affamato di liquidità purchessia in vista dell’euro e rivolte a un capitalismo ancora prevalentemente familiare che si è regolato sulla base delle nuove convenienze. L’effetto distorsivo dall’assunzione di rischi nell’industria e nella ricerca avanzata si vede ancor meglio dall’andamento degli investimenti e dall’esposizione debitoria. Il gruppo di testa del capitalismo italiano investe poco: 31 miliardi di euro, pari al 69% dell’autofinanziamento del 2004. Nell’esercizio precedente l’impegno era stato assai più rilevante: quasi 51 miliardi su un cash flow di quasi 40. Ma in entrambi i casi gli investimenti più propriamente industriali si aggirano sui 23 miliardi, essendo il resto di natura finanziaria. Nel 2003 si era fatta molta finanza (la fusione Olivetti-Telecom, l’Opa di Schemaventotto su Autostrade, Enel che compra la quota francese di Wind) e qualche astuzia contabile a fini fiscali (la rivalutazione del database di Vodafone). L’anno dopo, molto meno. L’indebitamento complessivo si riduce così da 162,8 a 148,6 miliardi e il suo rapporto con il patrimonio da 1,2 a 1. Ma in questi casi, più dell’aggregato, sono eloquenti le singole situazioni.

L’esempio Vodafone
Il gruppo Pirelli-Telecom ha debiti finanziari per 44,7 miliardi, pari al 67% del capitale investito, per lo più, da soci di minoranza. Il debito di Edizione, gruppo Benetton, pesa addirittura per il 71% del capitale investito. E così la Fiat per non parlare di Alitalia. In questi ultimi due casi, il debito deriva dall’accumularsi delle perdite di gestioni sfortunate e cattive. Nei precedenti due casi, è il risultato delle modalità di acquisizione delle aziende da parte dei loro attuali azionisti di riferimento che, sia pure in diversa misura, hanno acquistato Telecom, Autostrade e Autogrill con i soldi di Telecom, Autostrade e Autogrill, garantiti dalle loro particolari posizioni di mercato. Quando ci si domanda perché la competitività del paese è cedente, una delle risposte - non la sola - è anche questa: la concentrazione delle risorse sul cambiamento degli assetti proprietari anziché sulla base produttiva, frutto della distorsione delle convenienze causata dall’offerta di ex monopoli mai davvero ex. E la controprova l’abbiamo dallo stato delle finanze di imprese come Vodafone che ha 5 miliardi di liquidità invece dei debiti perché sulla sua testa non sono stati costruiti i castelli della finanza: chi la comprò non ne ebbe bisogno grazie alla tragica insipienza del sistema finanziario italiano che non capì, e quindi non difese, il gioiello che aveva in casa la vecchia Olivetti.

Lavoro, stato e capitale
La crescita dei profitti delle grandi imprese ha anche un’altra radice, che potremmo definire classica. Alla sua base c’è anche la capacità delle imprese di ritagliarsi una quota crescente del valore aggiunto generato dalla gestione. Nel 1994, il valore aggiunto era destinato per il 46% alle retribuzioni, per il 18% all’Erario, per i 7% alle banche e agli altri crediti finanziari e per il 29% all’impresa e ai suoi azionisti. Dieci anni dopo la quota dei dipendenti si è ridotta di quasi un terzo sia a causa della diminuzione degli occupati che della contenuta dinamica salariale, alle imposte va il 13%, ai creditori finanziari va il 9 e alle imprese e ai loro azionisti va il 46. Non ci vuole un Bertinotti - basterebbe un liberal americano alla Galbraith - per leggere il segno di classe che è implicito in questa svolta. Una svolta che trova la sua giustificazione storica nella grave inefficienza del sistema quando così rilevante era la quota del valore aggiunto destinata al lavoro. Inefficienza tanto più pericolosa quanto più la grande impresa si andava aprendo alla concorrenza mondiale. Che una svolta fosse inevitabile lo conferma la successiva crescita della redditività delle imprese, sia private che pubbliche. Nel 1994 l’utile complessivo dei Top Twenty, a valori attualizzati, era pari a 5,5 miliardi su 214 di fatturato. Oggi la punta del sistema fa 18 miliardi su 273. In questo progresso si legge uno sforzo generale di ristrutturazione: nel 1994 la componente privata del campione (11 gruppi su 20), travolta dalle crisi Ferruzzi e Olivetti, non guadagnava; nel 2004, con dentro Telecom e Autostrade, fa il 43% dell’utile totale. Ma l’industria pubblica residua, pur gravata dal fardello Alitalia, si dimostra più efficace grazie alle posizioni dominanti di Enel ed Eni che possono remunerare attività ad alta intensità di capitale, e realizza ancora il 57% dei profitti con non più del 40% del fatturato. E qui sta il punto. Per il governo, sia che avvii la seconda fase delle privatizzazioni sia che, come pare, rinunci, si pone l’alternativa tra profitti di monopolio e competitività del sistema. Per il capitalismo privato si apre un interrogativo di fondo: vent’anni fa, il sistema era trainato da automobile, personal computer e dai resti della grande chimica del dopoguerra; adesso, le prime quattro imprese per rendimento del capitale sono Tenaris, Riva, Luxottica e Ferrero. E le prime quattro per rendimento sul capitale investito sono Ferrero, Tenaris, Vodafone (che senza manovre contabili figurerebbe meglio) ed Eni. Nessuna investe in ricerca quanto la Fiat. Ma la Fiat non ha comunque investito abbastanza. E questa - del molto, del poco e dell’abbastanza - è la principale ragione di incertezza sul domani.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>