Giorni di terrorismo. Il 7, il 21 e il 22 luglio a Londra, il 23 a Sharm El-Sheikh, più di 80 morti e un’infinità di feriti. Ma il 23 è sabato. Le tv italiane trasmettono solo cartoni animati, vecchie ‟comedies” americane e programmi ‟educational” registrati nei secoli.
Chi controlla le televisioni non ha, a quanto pare, alcuna intenzione o possibilità (dato il clima estivo) di interrompere con programmi speciali. Soltanto qualche ‟finestra” nei telegiornali. Eppure c’è un morto e 20 feriti italiani. Ma i pochi TG e GR che sopravvivono a un giorno di sole di luglio sono impegnati soprattutto a vantare «il prelievo forzoso della saliva dei sospetti», vigorosamente imposto dal ministro Castelli. E i pochi bollettini Rai sul drammatico evento egiziano aggiungono, fino a metà mattina: ‟Dalla Farnesina non ci sono notizie”.
Come se il 7 luglio tutti si fossero allontanati dal luogo delle esplosioni passeggiando con flemma, come se avessero assistito tranquilli mentre la loro polizia ha prima bloccato e poi ucciso con cinque colpi alla testa ”un sospetto” nella ferrovia metropolitana, stazione di Stockwell.
Non una parola, da nessuna parte del mondo sotto attacco terroristico, sul senso, sul progetto politico del ‟che fare”.
È come se - in mancanza di una visione e di una strategia sull’orrore del terrorismo - ci stessero dicendo che è più virile, più militare, più combattivo, che i cittadini vedano poco, sappiano poco, e lascino fare a chi se ne intende.
Per questo il centro della scena viene continuamente tolto agli eventi, per quanto gravi e ripetuti essi siano, e spostato sui leader, che ci parlano di nuove leggi e di nuovi espedienti, tipo la saliva, come del vero e tanto atteso rimedio. Purtroppo per i cittadini, per tutti noi esposti a questo grave pericolo planetario, quei leader del mondo sembrano protagonisti piccoli piccoli, come nella triste e non dimenticata fotografia dei G8 riuniti in Scozia, senza niente da dire e niente da dirci dopo la strage di Londra.
‟Tutti qui hanno paura. Che devo dire? Bisogna avere fortuna”. È l’unica frase sensata ascoltata in televisione (Tg3, 22 luglio, ore 12) dopo il secondo attacco di Londra. L’ha detta il corridore Valentino Rossi appena arrivato in quella città.
Che cosa c’è di speciale nella sua frase? Primo, un po’ di sincerità. Abbiamo paura? Sì che abbiamo paura. È umano, è sensato, è inevitabile. Secondo, Valentino Rossi, con un cortocircuito di buon senso, vede che in tutto ciò che c’è intorno a lui (intorno a noi, cittadini di ogni Paese in pericolo) non c’è nulla a cui aggrapparsi. E conclude come lo ‟smadruppato” e profetico bambino napoletano del non dimenticato libro del maestro Orta: ‟Io speriamo che me la cavo”. In questo modo il giovane campione ha cercato di non vedere il cumulo di detriti che dobbiamo attraversare ogni volta, quel tremendo territorio del dopo-prima attacco terroristico, non i detriti delle bombe ma quelli delle parole a vuoto, delle promesse a vuoto, delle minacce a vuoto, il tipo di retorica a cui ci hanno abituato in caso di guerra (e che qualche volta funziona perché le guerre avvengono il più delle volte altrove e puoi celebrare la morte perché non sai come arriva la morte). Ma non funzionano nel terrorismo di massa.
Per esempio che senso ha affermare, come è stato detto a Londra dopo il primo attacco, ‟noi non abbiamo paura”? Non ricordate l’onesta lezione dei buoni film realistici americani subito dopo la seconda guerra mondiale? C’era sempre il soldato travolto dalla paura, e qualcuno accanto che gli spiegava: ‟Hai ragione, anch’io ho paura. sarebbe assurdo non avere paura in questo inferno”. Valentino Rossi arriva a Londra per una gara, si guarda intorno e dice ‟Qui tutti hanno paura”. Forse hanno fatto bene gli accademici di Urbino a dargli la laurea ad honorem in comunicazioni. Ci ha detto ciò che Scotland Yard nega (ma poi ammette, sparando e uccidendo un sospetto nella ferrovia sotterranea), ciò che Blair aveva appena dichiarato: ‟Noi continueremo la nostra vita di tutti i giorni”. È evidente che è impossibile. Perché fingere flemma alla James Bond mentre uccidono, sotto i tuoi occhi, il passeggero che sta per salire prima di te? È disumano e anche stupido. Tanto più che la sentenza è stata eseguita da poliziotti in borghese, dunque - per quanto puoi capire al momento - da gente come noi. E poiché a lungo non abbiamo saputo nulla dell’uomo abbattuto pubblicamente con cinque colpi di pistola alla testa, siamo indotti a pensare che anche l’uomo centrato e freddato per il fatto di indossare un cappotto, fosse uno di noi.
Non credo che possa servire agli inglesi l’incitamento a comportarsi come sotto gli spietati bombardamenti tedeschi,quando si invitava a continuare la vita, come se tutto fosse normale. Allora c’era caos e grave pericolo nel mondo ma non nelle teste. Per quanto spaventosa e infuocata, la linea del fronte era netta sia dal punto di vista degli Stati che si combattevano che delle ideologie contrapposte.
Non credo che possa servire a noi italiani il ricordo dell’unità nazionale contro le Brigate Rosse. Anche allora le identificazioni della parti erano precise, ineludibili, e c’era un rapporto senza equivoci fra i cittadini e chi conduceva la lotta al terrorismo. Sapevano tutti dove, come, quando, perché. A differenza del periodo delle stragi, in quella stagione lo Stato non ha quasi mai mentito o frapposto segreti ai cittadini. E ha vinto.
Anche adesso la maggior parte di noi - cittadini del mondo esposto al terrorismo - ha idee chiare su ciò che sta accadendo. Il terrorismo di massa è un espediente ripugnante che non appartiene ad alcuna ideologia, religione o schieramento. Sono frammenti di orrore, rivendicazione, vendetta, ricatto schizzati sul mondo nel vuoto pauroso e pericoloso del dopo guerra fredda. Qualunque cosa mandi a dire, non c’è niente a cui rispondere, e niente che si possa fare per rendere miti gli assassini.
Ma, come in certe malattie, solo le cure occasionali e palliative si compiono nel punto in cui si manifesta il sintomo. E ciò che chiamiamo azioni intelligenti, tempestive e ben coordinate di polizia.
Ma poiché sappiamo - persino noi cittadini - che un male come il terrorismo non si può bombardare perché non è uno Stato, non si può attaccare perché non ha un esercito, tutti noi in ogni Paese esposto al terrorismo, vorremmo delegare chi ci governa ad agire con intelligenza e prudenza sulla base di ciò che vedono, di ciò che sanno,di ciò che apprendono dalle loro fonti specialistiche e dai rapporti internazionali. Vorremmo condividere le loro decisioni. Vorremmo ascoltare cose di buon senso e cose che si capiscono. Siamo cittadini di uno Stato democratico, dunque abbiamo il diritto di sapere, senza montature e senza segreti. Questo è il modo in cui si difendono le democrazie. Infatti i due pilastri su cui si fondano, e la ragione per cui alla fine vincono sempre, sono la chiarezza condivisibile delle informazioni e la chiarezza condivisibile delle decisioni politiche, specialmente quelle drammatiche come la guerra.
In questi anni tormentati un gruppo di Paesi democratici del mondo è stato all’improvviso colpito in modo spietato dal barbaro evento dell’11 settembre americano. Quei Paesi erano uniti e pronti ad agire come un unico blocco. Ma, quasi all’improvviso, come se il terrorismo, oltre a colpire, fosse stato anche capace di inquinare (ricordate l’incubo mai chiarito della polvere di antrace, che è diventata una sinistra metafora dello sconvolgimento di quei giorni?) si è oscurata la chiarezza. I leader delle due più antiche democrazie del mondo (Stati Uniti e Inghilterra) hanno cominciato a mentire ai propri popoli e a tutti coloro che si erano stretti intorno. Lo hanno fatto per ragioni che sono tuttora un mistero. Ormai il problema non è continuare a indicare l’evidente disastro della guerra in Iraq. Il problema è quello strappo misterioso tra democrazia e politica. La politica, improvvisamente, è diventata autoritaria e sottratta ad ogni dibattito.
Da quel momento il flusso delle informazioni, che è il nutrimento della democrazia, si è bloccato. Hanno cominciato ad astenersi giornalisti e giudici, esperti, commentatori e cittadini comuni. Ognuno ha accettato leggi speciali e in gran parte sconosciute. È rimasto esemplare, nella sua solitudine, il suicidio dello scienziato inglese David Kelly, esperto di armi e vigoroso antagonista di ciò che aveva ripetuto con enfasi al suo Paese e al mondo il Primo ministro inglese, come ragione per fare la guerra. Sono rimaste esemplari, nella storia dell’Inghilterra contemporanea, le dimissioni, volute e ottenute da Blair, del capo della BBC, la leggendaria bocca della verità del mondo. Si era ostinato a dimostrare che ciò che diceva il suo Primo ministro non era provato, che forse era fondato su carte false. Sono comparsi i giornalisti ‟embedded”, nessuno dei quali, durante e dopo la guerra irachena, ha lasciato una traccia o depositato una sola corrispondenza da ricordare. Pensate al Vietnam,l’altra grande tragedia americana. Di essa, momento per momento, il mondo ha saputo tutto. Lo ha saputo in tempo reale da giornalisti e da soldati degli Stati Uniti.
Ed eccoci al silenzio senza precedenti, in Inghilterra e in tutto il mondo democratico. Del 7 luglio non abbiamo saputo quasi nulla, visto quasi solo immense lenzuola disposte prontamente dalla polizia londinese intorno ai luoghi dell’attacco. Il 21 luglio, come risposta a un altro attacco, forse diverso, forse fallito,(ma nessuno ci ha dato notizie), ti dicono che è in corso una grande operazione intorno a una moschea. Ma pochi secondi televisivi mostrano un poliziotto di fronte a un telo bianco.
Il 22 luglio un tale, forse perché indossava un cappotto pesante in un giorno d’estate, viene ucciso fra la folla della ferrovia sotterranea, ma il nuovo clima di segreto fa pensare che non sapremo mai se c’era una ragione (che deve essere estrema) per eseguire (in pubblico, non in combattimento) una sentenza di morte. Soltanto il giorno dopo abbiamo saputo che quella sentenza di morte è stata eseguita in pubblico per sbaglio.
Con ansia e tristezza notiamo che la guerra asimmetrica al terrorismo di cui parlano gli esperti, si sta facendo simmetrica: noi, come loro, furtivi, segreti, pronti a nostra volta a colpire. Solo che loro - su questo siamo tutti d’accordo - perseguono con intenzioni folli un disegno folle, e per questo loro disegno tutto va bene, segreto, ricatto, minaccia, rapimento, tortura e morte. Si vince alla pari, mossa per mossa, crudeltà per crudeltà, segreto per segreto? Si può vincere, certo. Ma chi salverà la democrazia in un mondo di prigioni come Abu Grahib e di azioni inspiegate, segrete e terribili come l’omicidio di una persona già catturata, disarmata e trovata senza esplosivo, alla stazione della metropolitana di Stockwell?
Come vedete abbiamo trascurato di proposito il contributo di miseria morale che l’Italia, con la Lega Nord, tenta di aggiungere a questo clima di un mondo democratico sotto attacco. È un mondo, che a quanto pare, non riesce a trovare e non riesce a comunicare una visione politica del che fare e si abbandona al panico reso più pericoloso dal segreto e dalla finta indifferenza professionale. Il brutto momento si descrive così: i cittadini sono esclusi e devono credere sulla parola. I leader del mondo, o hanno mentito, o non sanno che dire, stupiti e succubi. La segretezza e il continuo depistaggio dell’opinione pubblica sono diventati il metodo. Come se l’opinione pubblica democratica fosse infantile o fosse infida. La democrazia nega se stessa come arma di difesa e questa è certo una prima grande vittoria del terrorismo.
A noi cittadini, qui e in tutto il mondo libero, non resta che contestare con tutte le forze questa vittoria del terrorismo,non resta che batterci in tutti i modi per i diritti umani e civili di tutti. Fascismo e nazismo, che erano più potenti dei fanatici islamici, sono stati battuti senza negare mai un solo principio democratico né oscurare mai una sola notizia.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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