Sarebbe stato davvero imperdonabile se una società "socialmente sensibile" come l´Inter morattiana fosse incorsa in una gaffe come l´annullamento della tournée inglese, già programmata da tempo. Di fronte alla confuse e contradditorie notizie di ieri, l´irritazione britannica, esplicita fino alla rudezza, non faceva una piega: proprio mentre ogni sforzo, nell´isola, è teso alla riaffermazione della normalità come risposta fondamentale (e largamente condivisa) all´attacco terrorista, ecco una prestigiosa squadra di calcio straniera che annuncia di voler rinunciare a una normalissima trasferta.
La giustificazione ufficiale dell´Inter (prima di tornare sui suoi passi e confermare la trasferta) era "non gravare ulteriormente" sulle già provate forze della sicurezza britannica. Sta di fatto che proprio gli inglesi avevano fatto ampiamente sapere di voler reggere l´urto del terrore non certo arretrando, semmai decuplicando le fatiche della loro security pur di non concedere neanche mezzo centimetro di spazio agli scopi destabilizzanti degli attentatori.
La "spiegazione" dell´Inter, dunque, confliggeva sgradevolmente con le intenzioni e i desideri dei suoi ospiti. E poiché lo stesso proprietario della squadra, Massimo Moratti, fino al giorno prima aveva garantito che i programmi della trasferta inglese non sarebbero stati modificati di una virgola, la desolante impressione era che i timori di pochi o molti giocatori e/o di qualche dirigente (uno dei quali, l´amministratore delegato Ghelfi, era in vacanza a Sharm el Sheik) stessero condizionando la posizione della società, suggerendo di rimanere "prudentemente" in Italia.
Ad aiutare l´Inter, sia pure in extremis, a evitare una figuraccia, tornare sui suoi passi e confermare il viaggio oltremanica, sono state le dure reazioni inglesi e il desiderio morattiano di evitare un "caso politico". Si aggiungano, a questa tardiva ma saggia decisione, due considerazioni. La prima è che nessuna destinazione e nessuna città (nemmeno le città italiane) sono, di questi tempi, luoghi di massima sicurezza. Il mondo intero, non solo quello occidentale, è sotto l´attacco del terrorismo islamista, e giocare a Londra piuttosto che a San Siro o a Dubai, comporta, sulla carta, comunque un margine di rischio, aeroporto per aeroporto, albergo per albergo, pullman per pullman. O ci si rinchiude tutti in bunker, palleggiando contro il muro, o si accetta, pazienza se malvolentieri, il logico rischio di continuare a vivere comunque, e alla faccia delle minacce dei fanatici.
La seconda considerazione è che il mondo del calcio, più di altri, ha spesso dato adito a sospetti di una sua aurea extraterritorialità, di una viziata distrazione rispetto ai problemi del mondo "normale". Questo nonostante lo star-system del pallone, specie nel Terzo Mondo, sia investito di una visibilità, e di una popolarità, che lo inchioderebbe a una esemplarità positiva, e gli suggerirebbe di farsi testimonial virtuoso di comportamenti e decisioni positive, utili a far riflettere.
Che questa volta il sospetto di bambagiosa asocialità potesse cadere sull´Inter di Moratti, in altre occasioni impegnata a mettere il naso anche fuori dal proprio Parnaso, sarebbe dispiaciuto, lo ripetiamo, doppiamente. Ha rischiato di accadere, non è accaduto. Speriamo che polemiche e sospetti servano, per il futuro, a evitare nuovi casi analoghi. A massimo rischio di pessima figura.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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