Lasciamo volentieri agli appassionati delle cronache giudiziarie il compito di fare il punto sulla lite Rai-Lega Calcio (l´ultima puntata, in ogni modo, è il blocco dell´asta per i diritti decisa dal tribunale di Milano su richiesta della Rai). Ogni ulteriore dettaglio, infatti, non toglie e non aggiunge niente al pazzesco assetto istituzionale del settore, che vede Adriano Galliani nella doppia veste di venditore (in quanto presidente di Lega) e potenziale compratore (in quanto dirigente di Mediaset).
Parlare di conflitto di interessi è decisamente eufemistico: sarebbe come accusare di maleducazione gli autori di un bombardamento aereo. Qui si tratta, molto più rozzamente, dell´unificazione in una sola persona di due poteri che il mercato prima di tutto, poi la logica e la decenza, vorrebbero ovviamente separati. Solo che ripetere questa verità, per altro stranota e stradetta, è diventato un patetico e inutile ritornello. Perché l´aspetto più inquietante della faccenda, a ben vedere, non è tanto lo scandalo, quanto la totale assuefazione che lo ha progressivamente imbozzolato, fino a trasformarlo in rassegnata routine, in uno dei tanti episodi avvilenti della anormalissima normalità italiana.
Neanche il più ottuso e distratto dei presidenti del calcio può essere all´oscuro del fatto che Galliani – indipendentemente dalle sue capacità e perfino dalla sua eventuale buona volontà – si trova, da presidente di Lega, in un ruolo totalmente incompatibile con la sua figura di uomo della televisione. E viceversa. Che Galliani tratta (anche) con Galliani la delicatissima questione dei diritti tivù (molti milioni di euro), e quando parla con la Rai è pur sempre nell´inconcepibile status di concorrente che propone e concede, in altra veste. Eppure, dopo maldipancia regolarmente sedati, dopo rivolte parolaie e spuntate, i padroncini del calcio rimettono ogni volta Galliani sulla sua poltrona, forse convinti che la somma delle cariche garantisca comunque, alla fine, prestigio e force de frappe a un settore semiasfissiato dai debiti e dagli scandali, attaccato alla mammella pubblica fino al punto di riuscire a farsi condonare debiti col fisco che porterebbero in tribunale qualunque altra azienda o privato cittadino.
E´ ormai assodato, a questo punto, che nessuna questione morale, nessun richiamo ai principi sfiora nemmeno lontanamente l´establishement del pallone italiano. Di più e forse addirittura di peggio, questa capacità di glissare sull´etica non porta, ed è il colmo dei colmi, alcun vantaggio tangibile, vista la permanente semibancarotta del settore, i calendari perennemente subjudice ogni estate che Dio manda in terra, la sempre più incanaglita questione degli ultras (con il prezzo, ingentissimo, scaricato sulle forze dell´ordine e sull´erario, cioè su di noi). E allora? Come si spiega questa imbarazzante soggezione di un intero ambiente a una gestione perlomeno carente dal punto di vista dei risultati sportivi, gestionali ed economici, e perlomeno scandalosa dal punto di vista istituzionale?
Facciamo così: non si spiega. Se non ricorrendo a vaghi psicologismi e sociologismi sulla mentalità nazionale, tendenzialmente vassalla di fronte ai più grossi e magari convinta, in cuor suo, che se Galliani, oltre che capo del Milan, della Lega e di Mediaset, fosse anche governatore di Bankitalia e presidente del Rotary, meriterebbe qualche voto in più e un surplus di deferenza. Nel frattempo, senza che nessuno dica beh o bah, i due Adriano Galliani, quello del calcio e quello della tivù, continuano allegramente a stringere affari, beninteso con il pieno appoggio di presidenti ridotti a spettatori impotenti: e gli sta bene.

Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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