È morto ieri mattina a Firenze, per un arresto cardiaco, Cesare Cases. Era nato a Milano nel 1920. Se oggi in Italia possiamo leggere Lukács, Benjamin, Horkheimer, Adorno lo dobbiamo anche a lui. Cesare Cases era tra le poche personalità eterodosse della nostra critica. Andava dalla germanistica alla letteratura italiana, da Manzoni ad Agatha Christie, da Schiller agli ultimi romanzi con la stessa scioltezza. Anzi, con la stessa acuminata ironia che spesso sfumava nella satira. Critico militante nel senso pieno del termine, Cases è stato uno dei maggiori saggisti della cultura contemporanea (i suoi saggi sono consegnati a libri come Patrie lettere e Il boom di Roscellino). Come i grandi saggisti, aveva licenza di spaziare anche nel metodo. E lo faceva senza la puzza sotto il naso degli accademici e senza toni da predicatore. Come tutti i grandi saggisti era capace di ricondurre le osservazioni particolari a panoramiche generali di carattere storico-sociologico. Anche quando affrontava argomenti teorico-politici, sapeva adottare una prosa narrativa piena di digressioni e di aneddoti personali (il suo Confessioni di un ottuagenario è un’autobiografia intellettuale di rara intensità). E il suo marxismo di fondo, sempre fortemente illuminista, non gli impediva di sfumare e di attenuare. Il tutto con una concisione che, come ha osservato Mengaldo, lo portava spesso verso l’aforisma (alla Kraus) e con un divertimento che più raramente lo spingeva alla parodia. Cases nacque a Milano, vicino alla casa del Manzoni, nel 1920 da famiglia ebraica (il padre avvocato civilista), fu scolaro al Parini, un’infanzia di villeggiature in Brianza (come Gadda), studente a Zurigo, rifugiato per le leggi razziali, cominciò alla facoltà di Chimica, ma ben prestò optò per la letteratura tedesca. Si laureò a Milano, in estetica con Antonio Banfi su Ernst Jünger. Dopo aver insegnato a Cagliari e a Pavia, a Torino Cases si avvicina alla casa editrice Einaudi, per la quale ha curato edizioni di Mann, Musil, Brecht, Benjamin, Dürrenmatt, Fontane e di cui sarà consulente tra i più ascoltati. Dopo essere stato garzone-commesso nella libreria di Aldrovandi, comincia all’Einaudi grazie a Mann, che, letta una sua traduzione, scrisse all’editore: «Lei dispone di un collaboratore che padroneggia la lingua tedesca con perfezione umiliante» (ma la postilla di Cases a molti anni di distanza fu: ‟Di Mann si diceva che l’esser lodato da lui equivaleva a un attestato di mediocrità”). Nel ‘59 lascia la tessera del Pci. Poco dopo è, con Fortini, uno dei numi tutelari di Quaderni piacentini, ‟maestro” di stile e di pensiero per Bellocchio, Fofi e Grazia Cherchi. Il che non gli impedisce di prendere posizioni contro i suoi giovani amici, per esempio difendendo un ‟cretino” (niente meno che Primo Levi) o scrivendo contro La Storia della Morante, che considera ‟ideologicamente un disastro”. Diceva di sé: ‟Sono sempre scisso tra tentazioni estremistiche, di gran lunga prevalenti, perché non è che non veda che il mondo ha bisogno di essere radicalmente riformato, e controspinte controriformistiche, quando giudico l’impresa disperata. Non essendo cattolico, come lo era a suo modo Bertolt Brecht, non posso tenere i piedi in entrambe le staffe”. I suoi amici sono numerosi e li racconta nella sua autobiografia: il critico Teophil Spoerri, il filosofo Lucien Goldmann, Italo Calvino, Primo Levi, Giulio Einaudi (di cui stimava su tutto la capacità di cogliere il valore degli uomini), Renato Solmi, l’umile Daniele Ponchiroli, caporedattore einaudiano, ‟la creatura più amabile e soave che abbia espresso il mondo editoriale”. Anche Cases era un intellettuale ‟amabile”, ma non soave, perché la sua ironia era spesso fulminante, dietro quel suo sorriso sornione. Ma la sua passione era stare vicino ai giovani, ma senza mai salire in cattedra: al tavolo einaudiano del mercoledì, i suoi amici erano quelli dell’estrema sinistra, Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni. La voglia di militanza lo spinse negli anni Ottanta, dopo la collaborazione per Alfabeta, a fondare a Torino un settimanale di recensioni, L’Indice, di cui fu anche il direttore. Nostalgia, forse (ma per Cases è difficile parlare di nostalgia) per l’impegno agguerrito nei Quaderni piacentini. Con tutto il suo scetticismo e l’aria di non volersi prendere mai troppo sul serio, Cases non risparmiò mai le sue forze. Del resto l’anno scorso, rispondendo a una domanda del questionario Proust che gli chiedeva il suo motto, rispose in latino: ‟Ricordati di osare sempre”. Con i giovani senza salire mai in cattedra la vita Cesare Cases, nato a Milano nel 1920, è stato un maestro degli studi di germanistica Consulente della Einaudi, ha collaborato con diverse testate Tra i suoi libri: Su Lukács , Patrie lettere, Il testimone secondario, Confessioni di un ottuagenario.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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