Il giornalista iraniano Akbar Ganji ha sospeso lo sciopero della fame che osservava dalla fine di giugno. Lo ha annunciato sua moglie, Massoumeh Shafii, che ieri ha avuto il permesso di incontrarlo, nell'ospedale Milad di Tehran dove è ricoverato. Da tre settimane né lei né i difensori l'avevano visto o avevano notizie dirette del suo stato di salute: così, quando la settimana scorsa la magistratura aveva annunciato che il detenuto ha interrotto il digiuno nessuno aveva potuto confermare la notizia. Ganji era in pericolo di morte, dicevano amici e parenti. Ora dunque Ganji ha cominciato a nutrirsi con minestre e flebo, sotto il controllo medico. La moglie ha detto che «un dialogo» con le autorità giudiziarie è aperto. Per la scarcerazione di Ganji hanno fatto appello organizzazioni per i diritti umani, premi Nobel che hanno risposto all'appello dell'avvocata iraniana Shirin Ebadi, l'ex candidato presidenziale Hashemi Rafsanjani, il segretario generale delle Nazioni unite, l'unione europea, la Casa Bianca... Giornalista, Akbar Ganji insieme ad alcuni colleghi nel 1998 e '99 aveva indagato sui misteriosi «serial killings» di intellettuale e oppositori che avevano segnato l'Iran negli anni `90, di cui risultarono responsabilità di apparati di sicurezza dello stato. Poco dopo, nell'aprile 2000, è stato condannato per «attacco alla sicurezza dello stato», «insulto al fondatore della Repubblica islamica» e propaganda contro lo stato. In carcere ha continuato a prendere posizioni critiche.
A Tehran intanto il presidente iraniano Mahmud Ahmadi-Nejad ha presentato domenica il suo governo al parlamento, e si è trovato di fronte alla prima sorpresa della sua ancora brevissima carriera (si è insediato il 3 agosto): i deputati, chiamati a esprimersi sui 21 nomi proposti, l'ha apertamente criticato. E questo benché l'ultraconservatore Ahmadi-Nejad possa contare su un parlamento in maggioranza conservatore, dove il suo «Partito dei costruttori dell'Iran islamico», Abadgaran, è maggioranza relativa.
Una settimana fa Ahmadi-Nejad aveva annunciato alcune delle sue nomine. Sono nomi come Manouchehr Mottaki, proposto come ministro degli esteri: ex ambasciatore, è tra coloro che ha fortemente sostenuto la ripresa delle attività di arricchimento dell'uranio. Mostafa Pourmohammadi, ministro degli interni, è stato viceministro dell'intelligence in un precedente governo conservatore. Gholam Hossein Mohseni Ejehei, proposto come ministro dell'intelligence, è un clerico noto per le campagne contro la libertà di stampa. Tutti e tre sono descritti come persone dell'entourage della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, massima autorità della Repubblica islamica (da cui dipendono i poteri «forti» del sistema istituzionale iraniano).
Fin qui nessuna sorpresa: Ahmadi-Nejad, poco noto al pubblico iraniano prima di diventare sindaco di Tehran nel maggio del 2003, è emerso grazie all'esplicito appoggio della Guida suprema. È fazione chiamata «neo-conservatrice», o neo-cons. Nel suo discorso di domenica in parlamento il neo-presidente ha ripetuto il suo piano: difendere l'islam e la Repubblica islamica dell'Iran, governare secondo i principi della giustizia, della compassione, della morale e del servizio al popolo; combattere la corruzione, redistribuire il reddito, creare posti di lavoro. «Il popolo ci ha eletti per servirlo».
Il parlamento conservatore però mugugna. «Il suo piano è pieno di belle parole», ha ribattuto in aula un deputato che pure aveva sostenuto l'elezione di Ahmadi-Nejad, Emad Forough, «Ma sono obiettivi ideali, non politiche. Non si può chiamare 'programma' delle dichiarazioni di principio» (citazioni riferite dal ‟New York Times”). I deputati hanno rilevato che gran parte dei ministri proposti sono persone di nessuna esperienza. Particolarmente criticata la nomina di Ali Saidloo alla guida del ministero del petrolio - un ministero chiave, dato che gli idrocarburi sono la voce principale del reddito nazionale. Saidloo non ha nessuna esperienza specifica nel campo e non è adeguato per quel posto, hanno obiettato in molti. Il presidente ha protestato che il suo uomo è laureato in geologia - altri ribattono che la sua unica credenziale è aver lavorato con lo stesso Ahmadi-Nejad al municipio di Tehran. Il dibattito parlamentare potrebbe durare a lungo, anche perché la procedura prevede il voto individuale su ogni nome proposto.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>