Mentre a Gaza è in corso il «disimpegno» delle colonie, e le tv mostrano immagini toccanti, donne in lacrime o giovani asseragliati sul tetto di una sinagoga nel tentativo di resistere - beh, intanto a Tel Aviv i caffè sono affollati. Lo faceva notare l'altro giorno ‟Yediot Aharonot” (www.ynetnews.com), il maggiore quotidiano israeliano, sotto il titolo «Gli abitanti di Tel Aviv non sono commossi dal ritiro». «Chiunque cerchi un po' di simpatia per le sofferenze dei coloni in procinto di essere evacuati dalle loro case sarà amaramente deluso» si legge nell'articolo, che raccoglie impressioni al bar in una via chic della città: «Dovremmo andarcene di là al più presto», dice uno. Spera «che nessun colono, soldato, arabo o ebreo sia ferito. Ma non ho alcuna empatia o comprensione per la situazione dei coloni». Dobbiamo ritirarci, commenta una signora: «Era prevedibile e doveva avvenire molto prima. Comprendo il dolore dei coloni ma non la loro ideologia». Aggiunge: «Non sono sionisti, solo fuori di testa, teenagers annoiati e senza occupazione che mettono a rischio le vite dei soldati». I coloni dunque non godono dell'incondizionata simpatia della nazione, o almeno così traspare dalla stampa israeliana in questi giorni. Di nuovo ‟Yediot Aharonot”: sotto il titolo «I veri sionisti», ieri la commentatrice Tali Tzin si chiedeva: «Perché la gente non dovrebbe andare al bar?». «Il sottinteso, nella reprimenda dei media, è suggerire che se uno non è barricato sul tetto di una sinagoga, a insultare e ferire le forze di evacuazione, allora è indifferente, non ha valori, non è un vero sionista. (...) Siamo noi i guardiani della democrazia, non quella manica di matti sul tetto». Noi, dice l'autrice, «quando ci imbattiamo in un'ingiustizia o inefficenza del governo protestiamo, ma senza paralizzare l'intero paese. (...)Anche io voglio la polizia a scortarmi dal parcheggio alla porta di casa; (...) anche io voglio l'assistenza governativa e invece il bilancio della sanità è stato tagliato». Privilegi...
Il quotidiano ‟Haaretz” va oltre. «Un marziano che legga i giornali, ascolti la radio e guardi la tv potrebbe concludere che il ritiro da Gaza è stato compiuto con durezza inconcepibile da un esercito spietato», si leggeva ieri sotto il titolo «Non lasciatevi ingannare dai coloni». I coloni, argomenta Nehemia Strasler, hanno l'abilità di presentarsi come «coloro che hanno subìto il torto, gli indifesi maltrattati, la minoranza offesa - anche se la verità è l'opposto». (...) «Sono così preoccupati per i figli che li hanno sbattuti in prima linea nella lotta. Alcuni gli hanno messo la stella di Davide gialla sui vestiti e li hanno buttati davanti alle telecamere (...)». «Con tutta la loro arroganza, non hanno nemmeno impachettato le loro cose. Hanno lasciato che i soldati ("gli zerbini", come un colono li ha chiamati) lo facessero per loro. Perché loro sono i signori della terra, e l'esercito è là per servirli». I risarcimenti? «All'inizio il tesoro ha destinato 3,5 miliardi di shekel [oltre 630 milioni di euro] per gli evacuati. Loro hanno messo in campo avvocati e richieste. Alla fine i loro lotti sono stati valutati come quelli di Kiryat Gat [zona residenziale medio-alta, ndt]. Le loro case sono state valutate 1.000 dollari al metroquadro e avranno un risarcimento per ogni anno vissuto a Gaza, oltre a sei mesi di vacanza dallo stato, una pensione per tutti sopra ai 55 anni, e l'affitto per due anni. In media, una famiglia evacuata riceverà 450mila dollari. Coloro che hanno abitato là quasi senza pagare affitto per due anni riceveranno 150mila dollari. C'è un investimento migliore?». Ora i coloni «hanno inventato l'idea di una comunità. Vogliono muoversi solo in blocco così lo stato costruirà una comunità per loro. In altre parole: prenderanno i risarcimenti, avranno l'affitto e otterranno che lo stato faccia tutto per loro» conclude: un «vergognoso spreco di fondi pubblici».
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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