La scalata dell’Unipol alla Bnl ha fatto emergere la questione di chi comanda nelle cooperative, una quarantina delle quali si divide il controllo della compagnia di assicurazioni bolognese. Sul ‟Sole 24 Ore” di ieri, in un’intervista a Franco Locatelli, l’economista Marcello Messori constata come Unipol sia controllata da una società, la Finsoe, la quale fa capo a un’altra, la Holmo, che a sua volta è formata dalle coop, e giudica questo ricorso alla leva finanziaria equivalente alle piramidi societarie nelle quali è blindato il controllo di alcuni grandi gruppi del capitalismo privato italiano: il cosiddetto capitalismo senza capitali. Anzi, il caso delle coop sarebbe addirittura peggiore perché i loro soci non avrebbero il modo di controllare i manager posti alla guida delle «proprie» società per azioni come invece fanno gli azionisti eccellenti che stanno in capo alle piramidi. Da questa analisi Messori ricava un consiglio per il legislatore: «Se una holding cooperativa controlla una società per azioni deve trasformarsi essa stessa in spa». Messori coglie una difficoltà reale della cooperazione. E lo fa dall’interno della sinistra, essendo, fra l’altro, presidente della «Fondazione Di Vittorio». Ma la questione è forse più complicata di quanto appaia. Personalmente, avevo già parlato sul ‟Corriere Magazine” dei manager delle coop come di nuovi Schimberni, ormai emancipati dalla tutela dei partiti che un tempo nominavano i dirigenti di queste aziende, ma con una differenza rispetto all’originale: il risanatore della Montedison degli anni Ottanta venne infatti cacciato da Foro Bonaparte quando l’azionariato cambiò, mentre la compagine sociale delle coop non può essere rivoluzionata in modi così rapidi, e dunque il manager ha una protezione in più. Ma, ciò detto, la governance delle coop non si risolve, come pure è stato fatto, invocando per Unipol lo stesso grado di contendibilità di Bnl: Unipol è una spa quotata con un socio che ha la maggioranza dei voti, la Finsoe, esattamente come la gran parte delle società trattate al listino. Pare forzato anche evocare il fantasma delle scatole cinesi. Unipol è quotata, ma Finsoe non lo è, e nemmeno Holmo. Le piramidi societarie diventano discutibili quando i loro gradini sono quotati in Borsa e ad ognuno di essi il dominus raccoglie i denari del pubblico non sempre professionale come nei casi di Camfin-Pirelli-Telecom Italia, di Ifi-Ifil-Fiat, di Cofide-Cir-Espresso. Nelle finanziarie che stanno sopra Unipol, invece, si raccolgono investitori del tutto provveduti come Jp Morgan, Monte dei Paschi, Hopa, il gruppo P&V e un certo numero di coop per ciascuna delle quali la partecipazione alla Holmo rappresenta una frazione più o meno piccola del proprio capitale investito. Quest’ultimo dettaglio va ricordato per misurare il rischio effettivo che ciascuno di questi soggetti sta correndo e forse anche per scoprire che a nessuna di queste coop può essere attribuita la qualifica di holding con quel che, secondo Messori, dovrebbe seguire. Certo, il problema della responsabilità dei capi delle cooperative resta ed è diverso da quello dei privilegi fiscali, peraltro già ridotti, di queste imprese. Ma non si risolve partendo dal caso Bnl. Forse, considerando che le grandi cooperative hanno migliaia di soci, queste potrebbero adottare i criteri tipici delle società quotate pur non essendolo: consiglieri di amministrazione indipendenti, sindaci autorevoli con adeguate retribuzioni e un numero limitato di incarichi, revisori a prova di Consob, un regime di incompatibilità per evitare i conflitti d’interesse. Sospettiamo che questi rimedi non siano sufficienti? Ma allora il dubbio si estenderebbe ben oltre le coop. Le grandi cooperative potrebbero adottare i criteri di governance delle società quotate.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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