In questi giorni sul mio cellulare italiano c'è una pioggia di messaggi. Molti amici, affettuosi e preoccupati, sanno che sono in Portogallo e vogliono sapere di me: se per caso non mi trovo nella zona degli incendi, quali sono le reali dimensioni del disastro di cui hanno visto le impressionanti immagini che le televisioni di tutta Europa trasmettono. «Com'è ora la situazione del tuo Portogallo? Dacci notizie, per favore». Molti dicono così, «il tuo Portogallo». Perché in effetti questo è anche il mio paese. Un paese che ho scelto molti anni fa, un paese adottivo che come un figlio adottivo o un padre che ci ha adottato non si ama di meno di un figlio o di un padre naturale. E di cui ormai sono anche cittadino per il passaporto che il paese ospite mi ha offerto. E dunque mi considero molto fortunato e sono grato al privilegio che la vita mi ha concesso: in questo mondo in cui milioni di persone cercano invano un paese che li accolga, io di patrie ne ho addirittura due. È un privilegio che mi fa pensare alla disperazione di chi non ha un paese che possa dire suo, alla condizione disumana di non avere un luogo della Terra nel quale un documento attesti che quella persona sei tu e che hai gli stessi diritti e doveri degli altri. La peggiore delle privazioni, perché ti deruba della tua umanità: non sei più persona, sei solo un corpo anonimo e indifeso, un organismo biologico. Certe associazioni che si richiamano alla «difesa della vita» dovrebbero riflettere se la vita umana è solo biologia.
Ho rassicurato gli amici che sono riuscito a raggiungere: sto bene. Qui dove mi trovo, nel centro-sud non è successo niente, almeno per il momento. È vero che vicino alle quattro case del villaggio ci sono albereti di facile combustione, pinete e eucalipti; ma subito dopo cominciano le querce da sughero, peraltro già scorticate, il cui tronco asciutto e duro come pietra resiste bene al fuoco. Poi qualche risaia, e più oltre comincia la pianura, verde di grano fino a giugno e ora gialla e brulla dove pascolano le capre. Ma non per questo la gente è meno triste, meno emozionata per la sciagura che ha investito il paese. Ieri una coltre nera e violacea ha coperto il cielo. Abbiamo avvisato i pompieri, ci hanno detto che sono cambiati i venti, è la caligine dei grandi incendi che distano almeno duecento chilometri da qui, e questo dà la dimensione della catrastofe. La sera, nell'unico caffè del villaggio, vado a guardare il telegiornale. La gente assiste in silenzio, con la dignità che si deve alle disgrazie. Molti hanno gli occhi umidi, e se li guardi abbassano gli occhi per pudore. Il mio vicino, un vecchietto che conosco da anni e che mi regala spesso i meloni e i pomodori dei campicelli che coltiva, giorni fa mi è venuto incontro e mi ha fermato. Da giovane «andava per resine» (come dice lui del suo antico mestiere) nelle pinete vicine, e conosce il territorio palmo a palmo. «Noi abbiamo avuto fortuna - mi ha detto - ma per favore lo scriva su quel giornale spagnolo (si riferiva a ‟El País”, nda) che poi esce anche sui nostri giornali. Lo dica che tutti i governi hanno fatto solo promesse». Era emozionato come non lo avevo mai visto, gli tremavano le labbra. «Questo paese brucia da anni - ha continuato - e loro non hanno fatto nulla, quelli di prima invece degli aerei antincendi hanno comprato un sottomarino e questi di ora, ha visto i loro progetti? Un nuovo aeroporto a 40 Km da Lisbona e un treno ad alta velocità, roba che serve a pochi, e intanto il paese brucia. Lo scriva, per favore».
Gli ho promesso di farlo, e poi non l'ho fatto. Forse mi ero scoraggiato, non so, e mi sento in colpa con lui. E anche agli amici del ‟manifesto” che tre giorni fa mi hanno telefonato per chiedermi un articolo ho risposto: non me la sento. Però stamattina ho preso la macchina. A qualche chilometro c'è una cittadina dove con un po' di fortuna si possono trovare ‟Repubblica”, il ‟Corriere” o ‟Le Monde” di qualche giorno addietro. E su un giornale italiano ho letto le parole che il presidente del senato Marcello Pera ha pronunciato a Rimini davanti a migliaia di giovani di Comunione e Liberazione: che bisogna difendersi dall'immigrazione perché rischiamo di diventare tutti meticci. Insomma, bisogna preservare la «razza» europea.

Sono tornato a casa e mi sono messo subito a scrivere quello che state leggendo. E a domanda rispondo. «Noi», qui, stiamo bruciando. Ecco i ragguagli: sono bruciati finora 180 mila ettari di territorio; con gli incendi degli scorsi anni siamo a un quarto del paese. Sono stati distrutti alcuni villaggi. Ci sono oltre 10 vittime. Sabato scorso l'Instituto Nacional di Emergência Médica dislocato nelle zone dei disastri ha medicato 509 ustionati. Attualmente 2626 pompieri (volontari) sono impegnati contro le fiamme coadiuvati da 4529 uomini che quest'anno si sono iscritti al ‟Dispositivo Vigilância Incêndios” (volontariato) aperto dal governo, ai quali si sono aggiunti 1820 «spontanei». I pompieri (volontari) mobilitati dal 1° luglio sono 1450; le persone arrestate per sospetto incendio doloso sono 115; gli incendi non ancora circoscritti sono 10. E le responsabilità sono molte, e non solo politiche.
Certo, il ministro del governo precedente, Paulo Portas (destra radicale), ha dotato il Portogallo di un sottomarino preferendolo ai Canadair; quel governo non ha mai organizzato un efficace servizio forestale e di prevenzione; il governo attuale (socialista), insediatosi a gennaio, aveva fatto promesse durante la campagna elettorale, ma non le ha mantenute; il soccorso all'Europa è stato chiesto con imperdonabile ritardo; la legislazione vigente prevede pene irrisorie per i dolosi (sarà rivista), e non obbliga i proprietari di pinete a pulire il sottobosco (sarà cambiata). Ma ci sono anche altre cause: la scriteriata arborizzazione di pini ed eucalipti avvenuta anni or sono; i proprietari di pinete che le lasciano bruciare per incassare le sovvenzioni governative (non sarà più come una volta, saranno indennizzati solo i proprietari di oliveti, frutteti, querceti e vigneti); l'ingordigia di certi costruttori civili o di impresari turistici.
Ebbene, per tutti questi motivi, «noi», qui, stiamo bruciando. E vi ringraziamo delle preoccupazioni che ci dimostrate, della vostra solidarietà, degli eventuali aiuti. Ma c'è da aggiungere una cosa: questi incendi, che un cronista retorico definirebbe «di dimensioni bibliche», sono incendi che si spengono con l'acqua e con la schiuma. La gente soffre e soffrirà, ma altri ulivi cresceranno, e vigne e querce e frutteti. E i quattro ragazzini che al caffè del villaggio, posate le canne da pesca in un angolo, stavano stretti spalla a spalla davanti alle spaventose immagini della televisione (uno di loro con gli occhi chiari dei Celti che qui abitarono anticamente, due dall'aspetto mediterraneo e il quarto con i capelli ricci e un colorito più scuro che gli viene da un padre o da una madre africana), da grandi, nel loro paese, saranno ancora amici, così almeno tutto lascia pensare. Perché in questo paese, che pure ha avuto un fascismo più lungo del nostro, l'idea malata di «razza pura» non ha mai attecchito. E se un rappresentante delle Istituzioni osasse pronunciare la parola «meticcio» sarebbe cacciato a furor di popolo.
Ma come saranno da grandi i giovani del meeting di Rimini davanti ai quali il senatore Pera ha pronunciato le sue parole, con la credibilità che ha per un ragazzo una delle massime cariche dello Stato? Quel senatore, con la sua autorità, ha insinuato una scintilla in un materiale più infiammabile dei pini del Portogallo: l'animo umano. Leggendo le sue parole si capisce a ritroso perché l'Italia nel `38 firmò le leggi razziali; e il re che le firmò non aveva certo un fisico da atleta, «razzialmente» parlando. L'Europa del secolo scorso sa quali risultati spaventosi ha prodotto l'idea di «razza pura». E il suo maggiore predicatore, che teneva discorsi infiammati ai giovinetti «ariani» vestiti con l'uniforme, fra l'altro era sifilitico.
Cari amici, per concludere, qui «da noi» si brucia. Ma temo che «da voi» il fuoco covi sotto la cenere. E se scoppierà l'incendio i pompieri serviranno a ben poco. Già anni fa ebbi uno scambio di opinioni sull'efficacia dei pompieri intesi come unico rimedio contro gli incendi. Purtroppo ci sono incendi che non si spengono con l'acqua.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>