‟Sì, lo so che sembrerà eccessivo: rischiare la vita per chiedere ad Allah di avere finalmente un figlio maschio. Ma noi sciiti ci crediamo. Soprattutto crediamo che pregare sulla tomba dell'imam Kadhim, qui nella nostra moschea più importante a Bagdad, sia particolarmente di buon auspicio. Così io, Wahid Najam al Khafaji, 28 anni, originario di Bassora, ma tassista a Bagdad, ieri mattina poco dopo le cinque ho preso mia moglie Hala (una brava moglie, bella, ha 25 anni e mi ha già dato tre figlie, Zina di 8 anni, Zeinab di 7 e Zhacha di 5) e mia madre Zarah. ‟E siamo partiti in auto per la moschea di Kadhimiya. Soprattutto ci teneva mia madre. Perché è stata lei a insistere. Io le avevo detto negli ultimi giorni: "Non vedi che è pericoloso? I terroristi compiono le loro operazioni kamikaze proprio quando ci sono grandi assembramenti di gente, specie per le feste religiose". Ma lei niente, non ci sentiva. L'anno scorso l'avevo convinta, questa volta non c'è stato nulla da fare. "Wahid, andiamo a pregare, stiamo assieme, chiediamo aiuto a Dio vicino al muro dorato della moschea. Vedrai che Allah apprezzerà il fatto che per avere un maschio siamo pronti a sfidare il terrorismo" rispondeva. Così siamo partiti. Ci siamo vestiti tutti di nero, come vuole la tradizione. Hala e Zarah con in testa gli scialli scuri. Ho preso cibo, acqua, tanta acqua contro i 48 gradi di Bagdad in questi giorni. E un grande lenzuolo per sdraiarci a riposare nell'interno della moschea dopo le preghiere. ‟Poi ho preso le mie precauzioni. Mi ricordavo bene degli attentati a Karbala, Najaf e Bagdad contro gli sciiti negli ultimi due anni. ‟Quando viaggio cerco di minimizzare i rischi. Ci sono due vie da casa mia, nel quartiere di Kharrada, per arrivare a Kadhimiya. La prima passa per la zona sunnita di Adhamiya e arriva al ponte di Al Eimmat, il luogo della tragedia, dove è comunque obbligatorio parcheggiare. La seconda è più periferica, più defilata, passa per la circonvallazione interna e Haifa Street. ‟Ho scelto quest'ultima. Erano circa le 8.30 quando a piedi siamo arrivati a una trentina di metri dal ponte. C'era una calca confusa e sudata. La gente stava incolonnandosi per il controllo della polizia appena prima del Tigri. "Stiamo uniti. Tutti assieme potremo aiutarci!" ho gridato alle due donne dopo aver visto che per caso eravamo giunti vicino a un gruppo di abitanti del nostro quartiere. ‟Ma improvvisamente è stato il caos. Prima una voce isolata, poi sempre più numerose hanno gridato: "Mufachach, mufachach", kamikaze, kamikaze! Non ho sentito alcuna esplosione. Solo le urla della folla in panico. E la pressione dei corpi che si calpestano, urtano, scavalcano nel completo disordine. Una scena terrificante. Mi trema tutto il corpo a raccontarla, ancora sudo come una fontana. Più tardi ho sentito qualche radio riportare che all'origine del panico sono state alcune esplosioni di mortaio nelle vicinanze. Ma secondo me non è vero. Quelle esplosioni sono accadute circa due ore dopo, non c'entrano con questo incidente. ‟Comunque, sono riuscito subito a portare mia moglie lontano dalla calca. ‟Mia madre è molto più pesante di corporatura, era caduta a terra, le stavano passando sopra. Si era ferita alla gamba sinistra. Sono tornato indietro e l'ho afferrata per il vestito, trascinandola al lato della strada. ‟Quando mi sono fermato con lei ho visto la tragedia che si consumava sul ponte. Decine, centinaia di persone si buttavano nell'acqua per non essere schiacciate. Un salto di 15 metri in un luogo dove il Tigri d'estate è profondo una decina. Lo so perché da bambino venivo qui durante le vacanze estive a nuotare con gli amici. Ma noi eravamo solo con i pantaloncini corti. Galleggiavamo agili sull'acqua. Invece ora la gente era abbigliata di tutto punto, soprattutto le donne, anziane e bambine, sono state trascinate sul fondo dai vestiti inzuppati.E molti sono rimasti uccisi da coloro che li seguivano nel tuffo e finivano loro addosso. Potrebbe anche essere che il numero dei morti per annegamento sia più alto di quelli schiacciati dalla calca sul selciato. Mentre osservavo quell'orrore, mia madre mi ha chiesto se potevo andare a cercare Um Mahmud, una nostra vicina di 65 anni che le è molto amica. Ho provato, ho guardato tra i corpi sulla strada. Nulla. Poi sono sceso sul greto sabbioso del Tigri. E finalmente l'ho vista. Morta, vicino ai cadaveri di tanti altri, per lo più donne di Sadr City, che è il quartiere sciita più popoloso e più povero di Bagdad. Nel frattempo dalla vicina moschea sunnita di Adhamiya gli imam ci invitavano con gli altoparlanti a trovare frescura, acqua e cibo da loro. Quando ci siamo arrivati c'era già personale medico che chiedeva ai sopravvissuti di donare il sangue per i feriti”.
(con la collaborazione di Khaled Hillali)
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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