Finalmente un successo, nella ‟costruzione del nuovo Afghanistan”: la superfice coltivata a papavero da oppio è diminuita quest'anno, per la prima volta dal 2001. Lo ha annunciato l'altro giorno a Kabul l'ufficio delle Nazioni unite per la droga e il crimine, Unodc. L'area coltivata con i bei papaveri da cui si trae l'oppio è passata da 131mila ettari nel 2004 a 103mila ettari quest'anno, meno 21%. ‟Un campo su cinque coltivato nel 2004 non è più stato coltivato nel 2005”, ha fatto notare Antonio Maria Costa, direttore esecutivo del Unodc a Kabul. Finalmente un risultato positivo delle campagne contro la coltivazione di questa materia base per l'eroina? Forse è presto per dirlo. Il primo motivo è che la produzione è calata solo in modo marginale. Il clima è stato ottimo questa primavera-estate, i campi non sono stati invasi da parassiti, e il risultato è che la produttività è aumentata da 32 chili di oppio per ettaro a 39 chili. Così l'Afghanistan ha prodotto circa 4.100 tonnellate di oppio quest'anno, appena il 2,4% meno dell'anno scorso. E questo resta circa l'87% della produzione mondiale di oppio - una situazione di quasi monopolio. L'oppio è un indicatore del paradosso afghano. Negli anni `90 il paese faceva i tre quarti della produzione mondiale di oppio, il papavero era coltivato tranquillamente sotto il regime dei Taleban (che anzi lo tassavano) come pure nel territorio rimasto sotto il controllo di quell'accozzaglia di comandanti chiamata Alleanza del nord. Nel 2000 però i Taleban hanno imposto il divieto assoluto di coltivare papavero. Forse il regime dei Taleban, ormai diventato un paria mondiale, ha cercato così di guadagnarsi la stima della comunità internazionale. O ha fatto un semplice calcolo di mercato: diminuire gli stock per alzare i prezzi, che scendevano. Sta di fatto che la produzione era crollata ed è ripresa solo alla caduta dei Taleban: nei primi mesi del 2002, al disgelo, era il verde tenero dei papaveri appena germogliati a colorare le colline afghane. Come stupirsi: l'oppio si vende a prezzi 20 o 30 volte più alti, ad esempio, del grano, e dopo tre anni di siccità, e oltre due mesi di bombardamenti, molti hanno visto nell'oppio la sola alternativa alla fame. Così il divieto di coltivare oppio emanato nella primavera del 2002 dal governo di Hamid Karzai è stato vano: l'anno successivo la produzione era tornata al livello precedente al divieto dei Taleban.
Certo, il governo Karzai ha accompagnato il divieto con l'offerta di risarcimenti per chi passa a coltivazioni alternative - e poi con la minaccia di ‟eradicazione”, che ha suscitato grandi proteste. Il punto è che l'oppio è diventato parte di una microeconomia: la coltivazione del papavero è un'attività su piccola scala, familiare, e coinvolge circa 1,7 milioni di persone (secondo una stima dell'Unodc, 2004); è diffusa in 28 delle 34 province del paese, è una fonte di reddito generalizzata: sono i pani d'oppio che garantiscono a una famiglia di poter pensare a un matrimonio o a un funerale, o scavare un nuovo pozzo, o semplicemente al pane quotidiano: con una ricostruzione che non decolla, l'oppio resta l'unica economia certa. Naturalmente gli agricoltori vendono a intermediari e trafficanti che dall'oppio traggono un ben più grande profitto e un potere quasi illimitato. L'oppio è la prima voce dell'economia afghana, benché illegale: si calcola che l'export di oppio faccia tra il 40 e il 60% del reddito nazionale, dipende dalle stime. Perché è diminuita la superfice coltivata? L'Unodc ipotizza che abbia funzionato un misto tra la minaccia di perdere i propri campi, gli incentivi a coltivare altro e il calo del prezzo dell'oppio sui mercati. Il signor Costa aggiunge che la mappa delle aree coltivate a papavero in Afghanistan ricalca quella della corruzione, e che ‟l'anti-narcotici in questo paese va visto come parte di uno sforzo più generale contro la corruzione, contro i signori della guerra, per l'integrità del sistema giudiziario, la smobilitazione delle milizie, il contenimento della resistenza, e così via”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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