Tra le diverse interpretazioni del sostantivo "Mehvar" in lingua persiana, la più diffusa è quella che lo traduce come una linea immaginaria che unisce i poli, o le potenze, spesso malefiche: l’Asse insomma. Da ieri il lessico degli uomini vicini al presidente Maumud Ahmadinejad si è arricchito di una nuova "Mahvar", evocando un legame insolubile e insidioso tra i popoli di origine anglosassone, americani, britannici, canadesi e australiani. All’Asse del male di George W. Bush viene opposto l’Asse anglosassone, cui si oppone la Repubblica islamica. Anglosassoni, quindi, insieme ai sionisti e a coloro che subiscono la loro egemonia politica e ideologica sono i nuovi nemici, messi all’indice ieri a Teheran dal potente direttore della radio-televisione iraniana Ezatollah Zarkhami, l’unico oratore ufficiale della manifestazione antiamericana e contro Israele che si è svolta nella capitale iraniana. L’introduzione dei nuovi concetti per descrivere il nemico rischia tuttavia di confondere le idee agli iraniani e, leggendo le loro lamentele sui pochi giornali ancora indipendenti e sui siti non censurati, si avverte una sorta di schizofrenia che attraversa l’intera società iraniana, divisa tra la sua anima orgogliosamente nazionalista e quella invece più avvertita che vede nel nuovo corso le premesse di un disastro. Molti vorrebbero ricorrere agli strumenti che offre la stessa Costituzione islamica, chiedendosi perché non applicare ad Ahmadinejad il capitolo 10, comma 101 della Costituzione, che in pratica vuol dire impeachment per il Presidente per aver esposto il paese al rischio di una nuova guerra. A dare voce alle inquietudini di quella parte di iraniani che vedono nelle parole e nelle posizioni di Ahmadinejad i presupposti di un disastro nazionale è stato l’ex presidente Mohammad Khatami, sconfitto alle ultime elezioni, ma tornato sulla scena politica e culturale con un discorso al Museo coranico di Teheran. Khatami, non solo ha stigmatizzato l’operato del neo-presidente e la sua furia contro Israele, ma innanzitutto ha cercato di togliere ai suoi seguaci l’illusione di islamizzare il mondo: "Noi iraniani non abbiamo tale vocazione e nessuno ci autorizza a pretenderla. Insistendo, invece, finiamo per procurarci sempre più nemici". Gli stessi uomini che hanno determinato la sconfitta di Khatami e del suo riformismo, paradossalmente e involontariamente, stanno oggi preparando il suo ritorno sul palcoscenico della politica iraniana. Le sue ultime dichiarazioni hanno infatti galvanizzato alcuni suoi uomini nella diplomazia, Mohsen Aminzadeh, ad esempio. L’alto dirigente del ministero degli Esteri, in merito alla consegna del dossier nucleare iraniano al Consiglio di sicurezza, sollecitato anche dal ministro degli esteri italiano Gianfranco Fini, ha detto che tale eventualità rappresenta una chiara "sconfitta della linea portata avanti recentemente dal governo iraniano riguardo alla questione nucleare".
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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