È come la marea montante, inesorabile, inarrestabile. Carretti tirati da muli, gipponi, auto di ogni tipo, biciclette. Tantissimi semplicemente a piedi, portandosi sulle spalle giganteschi sacchi di iuta dove mettere il ‟bottino”: lamiere, spezzoni di fili elettrici, rimasugli di tubi per l’irrigazione, travi di legno, barre in alluminio, infissi, una ruota arrugginita di bicicletta, vasi da fiori bucati, scheletri di lavatrice, seggiole sfondate. Nessuno è andato a lavorare, le scuole sono rimaste chiuse. E sin dall’alba la gente di Gaza si è riversata in quelle che sino all’altra notte erano state zone tabù, irte di fili spinati e torrette di avvistamento: le colonie ebraiche appena distrutte e evacuate da Israele. Così ieri nella Striscia di Gaza si è celebrata la cerimonia di una gigantesca riappropriazione collettiva. Una scena che ricorda le settimane dopo la caduta del regime di Saddam nell’aprile 2003. Con una differenza però: in Iraq si trattava di saccheggio. Oggi a Gaza è stato invece un lavoro da rigattieri senza un soldo, da robivecchi con le scarpe sfondate tra gli scarti abbandonati dai coloni e dall’esercito israeliani. Come quei 5 quindicenni provenienti dal campo profughi di Nusseirat, che verso mezzogiorno se ne uscivano con aria trionfante dall’ex colonia di Netzarim a bordo di due carretti di legno trascinati da asinelli e seduti su pigne traballanti di rottami. ‟Siamo qui dalle 4 della mattina. In otto ore abbiamo raccolto roba per un valore di 80 shekel”, dicevano con lo sguardo vigile, attenti a che nessuno cercasse di rubare qualcosa. Avrebbero guadagnato non più di 3 euro a testa. A Netzarim ci arriviamo attraversando per mezz’ora a piedi un’ampia distesa sabbiosa. Le strade da Gaza City sono totalmente paralizzate dal traffico. La folla è fatta di formiche impazzite, che scavano, tagliano, accumulano e portano via. La sinagoga, uno dei pochi edifici ancora in piedi, è stata parzialmente bruciata. L’autorità palestinese ha inviato un piccolo bulldozer per abbatterla il più presto possibile. Ma con poco successo. Qualcuno vorrebbe trasformarla in moschea e prega. Ma per i più ciò che conta è solo il bottino, non importa se preso dalle macerie di una casa, o dalle finestre della sinagoga. In una zona tra le dune ecco le milizie armate del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Una quarantina di uomini, tutti in mimetica, i volti mascherati, i mitra a tracolla e le bandane rosse in testa, dicono di stare ‟sminando”. In effetti recuperano vecchi proiettili inesplosi. Con loro hanno le foto dei ‟martiri” morti cercando di infiltrarsi nelle aree occupate da Israele. Questa è la loro santabarbara e allo stesso tempo un santuario. In modo assurdamente pericoloso, prendono gli ordigni e cercano di svuotarli per recuperare l’esplosivo che servirà per costruire i missili artigianali da lanciare contro Israele. Più in là, sulla strada che conduce verso il campo profughi di Deir Al Balah e l’ex colonia ebraica di Kfar Darom, sono attestate le milizie in tuta nera della Jihad islamica. La zona centrale di Gush Katif è invece presidiata dagli uomini delle Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas, in competizione con le Brigate al Aqsa, le cellule di fuoco del Fatah. ‟Un fallimento totale. Se ci fossimo coordinati con gli israeliani prima del ritiro, magari noi della polizia palestinese avremmo potuto impedire l’invasione delle milizie. Ma qualcosa non ha funzionato e ora è troppo tardi. Non possiamo che adeguarci”, ammette Issa Zani, 21 anni, capitano delle forze di polizia mandate dal governo di Abbas. Basta poco per capire che a Gaza è nato ieri un panorama da Libano anni Ottanta, dove l’esercito regolare rischia di rimanere impotente, marginalizzato. Qualche successo lo riportano solo le unità della Forza 17, che una volta avevano il compito di difendere Arafat. Sono state dispiegate per impedire la distruzione delle serre comprate agli israeliani grazie agli aiuti internazionali per 14 milioni di dollari. E sino a ieri sera c’erano riuscite. Per ora la gente di Gaza festeggia. Come le decine di migliaia di abitanti di Khan Yunis. Vivono nelle catapecchie a meno di 3 chilometri dal mare. Eppure moltissimi tra loro non l’avevano mai visto a causa della presenza delle colonie di Gush Katif. Ieri si sono precipitati verso la spiaggia. Si realizza anche il sogno di Adjib Sheibar, 52 anni, residente nel quartiere di Sabra. È proprietario di una ditta di trasporti con 13 camion. Racconta: ‟Sino a una decina di anni fa viaggiavo dovunque in Israele. Ma poi gli israeliani mi hanno costretto a restare all’interno di Gaza. Negli ultimi tempi a causa dei posti di blocco i miei camion percorrevano in 3 giorni i 48 chilometri da Jabalia a Rafah. Ora non ci impiegheranno più di mezz'ora”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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