”Siamo stufi di sentirci dire che il Pakistan non fa abbastanza” per combattere il terrorismo, aveva dichiarato martedì il ministro degli esteri pakistano Khurshid Kasuri, a New York insieme al presidente Parvez Musharraf per il vertice delle Nazioni unite. Detto fatto. Ieri l'esercito pakistano ha annunciato di aver distrutto un'importante base di al-Qaeda alla frontiera con l'Afghanistan, durante un'operazione militare in cui sono impegnati elicotteri da guerra e migliaia di uomini. ‟Forse la più grande operazione condotta finora in Nord Waziristan”, ha dichiarato il luogotenente-generale Safdar Hussain, comandante in capo nel Pakistan settentrionale. Il nord Waziristan è una delle ‟agenzie” tribali (i territori semiautonomi alla frontiera afghana, abitati da clan pashtoon), regione tradizionalista e da sempre refrattaria al controllo centrale di Islamabad: centinaia di persone vi sono morte in combattimenti e rastrellamenti da quando l'esercito pakistano vi è entrato, alla fine del 2003, per dare la caccia a gruppi islamisti armati là rifugiati dopo la caduta dei Taleban nel vicino Afghanistan; spesso però la ‟caccia a al Qaeda” in versione pakistana ha coinvolto interi villaggi, con vittime civili.
L'operazione degli ultimi due giorni si è concentrata su una certa madrasa (scuola coranica) vicino al capoluogo Miranshah, caposaldo degli estremisti, ha detto il militare. I soldati hanno catturato 21 ‟militants” e recuperato una gran quantità di armi, apparecchiature di trasmissione e perfino un piccolo aereo drone telecomandato, di fabbricazione cinese, con cui i ribelli potevano sorvegliare gli spostamenti dell'esercito pakistano: l'arma più sofisticata mai trovata in possesso dei ribelli.
Ecco un il biglietto da visita del presidente pakistano a New York. Il fatto è che il Pakistan è accusato di essere riluttante nel colpire gli estremisti armati annidati in quelle zone di frontiera, dai tanti notabili del vecchio regime dei Taleban ai fuggiaschi di al Qaeda, pakistani e non. Ma la frontiera con l'Afghanistan è permeabile a passaggi di popolazione (gli stessi clan pashtoon da entrambi i lati), di contrabbandieri, e ribelli armati. Sul lato afghano oltre 10mila soldati Usa sono da tre anni a caccia degli ‟ex-Taleban” e al Qaeda: spesso si parla di guerriglieri che arrivano dal territorio pakistano, attaccano, poi ripiegano in Pakistan. La tensione tra il governo afghano (cioè, il governo di Hamid Karzai) e Islamabad è salita. Martedì, in un'intervista alla Bbc, Karzai ha detto che gli Usa e le forze internazionali dovrebbero ‟ripensare la guerra al terrorismo”, bisogna ‟andare alle fonti”, dove gli estremisti trovano ispirazione e addestramento. Non ha nominato il Pakistan, ma l'allusione era chiara.
Così il Pakistan è continuamente incalzato. Per questo, in vista delle elezioni di questa settimana in Afghanistan l'esercito pakistano ha dispiegato 9.500 soldati aggiuntivi sulla frontiera: ora ci sono 80mila militari nelle agenzie tribali, cosa che rende il clima interno incandescente (e aumenterà i consensi dei partiti religiosi). Martedì Musharraf, incontrando la segretaria di stato Condoleezza Rice, ha riproposto la vecchia idea di costruire un muro lungo la frontiera. Nella pratica è molto difficile, il confine corre lungo di 2.500 chilometri di montagne impervie o di deserto - ma basterebbero segmenti di muro nei punti critici, dece Musharraf. Sembra che Washington sia disposta a sostenere l'opera.
Intanto Rice ha dichiarato al ‟New York Times” il suo apprezzamento per Musharraf per il suo lavoro su tre questioni: l'aiuto nella caccia a al Qaeda, aver aperto uno ‟spazio diplomatico” verso l'India e con Israele, e per l'opera condotta in Pakistan contro l'estremismo islamico. Quanto alla caccia a al Qaeda, Islamabad rivendica di aver arrestato almeno 700 guerriglieri, compresi alcuni dei pezzi grossi dell'entourage di Osama bin Laden (nelle grandi città pakistane, per la verità, non sulle montagne). La diplomazia verso Israele è una novità vera: i due paesi non hanno relazioni formali, il musulmano Pakistan non ha mai riconosciuto lo stato ebraico, ma il mese scorso si sono incontrati i due ministri degli esteri - e ieri Musharraf ha stretto la mano e scambiato battute con il premier israeliano Sharon, a New York. Verso l'India il discorso è più serio, un anno fa è cominciato un processo di pace che promette di andare più a fondo di ogni iniziativa simile del passato. Musharraf incontrerà il premier indiano Manmohan Singh, a New York. Resta il fatto che Singh, a colloquio ieri con Bush, ha detto che il Pakistan continua a controllare l'afflusso di terrorisi armati attraverso la frontiera in Kashmir, e questo resta il maggior ostacolo alla pace.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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