Per quanto rifiutata da ampi strati dell'opinione intellettuale e, a parole, da gran parte del mondo politico (con l'esclusione della Lega e di tutti i Pera di questo mondo), a me sembra che la teoria dello scontro di civiltà sia operativa nei fatti. Se consideriamo il senso delle misure adottate contro ‟predicatori dell'odio”, ‟fanatici fondamentalisti” e così via (espulsioni e rimpatri) dobbiamo ammettere che colpiscono soprattutto l'espressione di idee e punti di vista. Se ci fossero stati estremi per un'azione penale, non dubitiamo che questa sarebbe stata avviata, sulla scia delle solerti iniziative di D'Ambruoso. Se non è così, significa che alcune espressioni politico-culturali, se pronunciate da categorie di stranieri - soprattutto musulmani professi - sono sufficienti per misure di allontanamento prese direttamente dall'esecutivo. È del tutto evidente che se qualche italiano inneggiasse, che so, alla guerriglia anti-americana in Iraq o Al Qaeda, non rischierebbe, al massimo, che una denuncia per apologia di reato, benché la questione sia ampiamente controversa. Che la condizione di straniero sia decisiva per misure restrittive della libertà di movimento o di residenza è evidente nei divieti che le autorità Usa hanno opposto all'ingresso di cittadini europei, anche italiani, per le loro idee anti-americane e anti-imperialiste, oppure - come nel caso dell'ex Cat Stevens - filo-islamiche. Se in questo campo agli Usa tutto è permesso, è perché, dopo l'11 settembre, essi sono considerati in guerra contro l'islam radicale, il che significa non solo contro il terrorismo, ma anche contro manifestazioni politico-religiose intese come espressioni culturali. Ci sarebbe una cultura radicale pericolosa, terreno di sviluppo d'estremismo e terrorismo.
Tornando all'Italia, è evidente che la strategia di Pisanu è dividere il campo islamico, appellandosi agli imam buoni e ai loro ‟rappresentanti”, magari riuniti in una Consulta. L'idea di consulta, sempre fallita nel caso dei migranti - per l'impossibilità di rappresentare figure di diversa origine e cittadinanza - diventa ora l'espediente per unificare gli islamici buoni in opposizione a quelli cattivi. Io credo che sotto questa idea, che non ha funzionato in Inghilterra, ci sia anche un'evidente finalità di controllo. Imam buoni e rappresentanti riconosciuti farebbero da filtro e in fondo da educatori dei musulmani, ovviamente a rischio e quindi bisognosi che qualcuno parli per loro. E così, un ex-ambasciatore italiano di fede musulmana, nonché presidente di qualche associazione religiosa islamica, finirebbe per rappresentare politicamente marocchini, egiziani e altri stranieri. Dietro questa strategia vedo la propensione di tanto mondo cattolico moderato per il multi-culturalismo. Il che significa per l'iscrizione più o meno obbligata, anche se implicita, degli stranieri alla ‟cultura” o ‟religione” islamica, indipendentemente dalla loro volontà originaria. So che questa ipotesi piace molto a sinistra, a partire anche da buone ragioni. In un paese in cui la xenofobia leghista è al governo rivendicare il diritto all'espressione culturale mi sembra doveroso. Non solo perché ciò realizza in linea di principio la parità con gli altri culti. Ma soprattutto perché, in una società globalizzata, la coesistenza, se non l'interferenza, tra diverse pratiche culturali stanno divenendo la regola, nonostante tutto. E dunque, in questo senso, la possibilità pratica che i credenti possano esprimere la propria fede mi sembra un obiettivo irrinunciabile. Nell'adesione a questa prospettiva si celano però alcuni equivoci, come i dibattiti delle ultime settimane sulla scuola ‟islamica” di Milano hanno portato alla luce. Il primo e più serio è che gli stranieri siano non solo identificati in base a categorie religiose o culturali, ma oggetto di una sorta di scambio politico: ‟se vi comportate bene, vi lasciamo esprimere pubblicamente la vostra religione o la vostra cultura”, il che, in primo luogo, è una sorta di ricatto e, in secondo, sottintende che costoro non siano soggetti liberamente agenti e dotati di diritti uguali ai nostri ma infanti, per i quali non vale la loro voce ma quella della famiglia culturale o religiosa. La sgradevolezza politica della questione non è attenuata dal fatto che determinati gruppi possano accettare questo scambio, implicito nei discorsi di Pisanu e in una certa opinione diffusa. Da questo punto di vista, sono rimasto di sasso leggendo che alcune famiglie egiziane hanno accettato di mandare le figlie a scuola solo se velate e che c'è una sorta di contrattazione in corso sulla parificazione della scuola di Milano. Vorrei essere chiaro: in queste materie, sono contrario a scorciatoie di tipo francese, a misure scioccamente draconiane o a esclusioni di qualsiasi tipo. La cautela e la ponderazione sono di rigore, soprattutto per non danneggiare le minori coinvolte. Ma non posso accettare il principio che le istituzioni pubbliche si facciano garanti o promotrici in prospettiva di manifestazioni differenzialiste in campi in cui l'uguaglianza, di accesso e di pratica, dovrebbe essere sovrana. Quando tempo fa si accese il dibattito su forme di intervento ‟simbolico” sul corpo delle donne - per quanto motivate dalla necessità di prevenire l'escissione rituale - ho trovato veramente discutibile che a sinistra qualcuno proponesse interventi pubblici che minavano il diritto delle donne all'auto-determinazione e all'assoluta disponibilità del proprio corpo. Oggi, trovo che c'è una certa faciloneria, nella sinistra, sulla questione dell'islam a scuola. L'obiettivo primario è proteggere il diritto all'istruzione delle minori. E non c'è bisogno di dire che anche l'educazione religiosa deve essere garantita, esattamente come avviene a cattolici, ebrei o credenti in altre confessioni (anche se a me piacerebbe una scuola pubblica del tutto laica). Ma da qui ad accettare lo scambio ‟Accesso all'istruzione pubblica contro diritto (?) al velo” ce ne corre. Pongo il problema in forma aperta. Ma se noi, in questo giornale e in generale nella sinistra non accomodante, siamo per la libertà di movimento dei migranti e per il riconoscimento dei loro diritti universali, è perché abbiamo un'idea di uguaglianza politica e quindi giuridica. Solo in un quadro di uguaglianza di diritti, la manifestazioni di varietà culturale trovano senso ed espressione. Altrimenti, come già propone la ‟destra” del centrosinistra, sarà il principio particolaristico della famiglia tradizionale, dell'appartenenza culturale e religiosa, a minare dall'interno la nostra lotta per i diritti universali.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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