È una delle prime dichiarazioni pubbliche di Ali Larijani nella sua nuova veste di capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell'Iran: Tehran, ha detto, ricomincierà ad arricchire uranio e potrebbe anche uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, se l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica deciderà di denunciare l'Iran al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Larijani, già capo della Radio-tv statale iraniana (una delle roccaforti dell'establishment conservatore) e candidato presidenziale sconfitto, è il nuovo negoziatore-capo dell'Iran per il nucleare. ‟Se userete il linguaggio della forza l'Iran non avrà altra scelta che abbandonare la cornice del Tnp e ricominciare l'arricchimento”, ha dichiarato ieri a Tehran - poi ha corretto il tiro: bloccare certe ispezioni dell'Aiea, non denunciare il Tnp. Anche così, le parole di Larijani sono suonate come una sfida, un po' come quelle del presidente Mahmoud Ahmadi-Nejad che sabato sera, al vertice dell'Onu, ha accusato l'occidente di voler perpetuare un ‟apartheid nucleare” ai danni del mondo in via di sviluppo. Minacce serie, o sfide rituali? Poche cose sono certe. Una è che in Iran c'è un forte consenso attorno al ‟diritto” del paese di possedere la tecnologia nucleare - pacifica, si intende, per produrre elettricità e destinare i suoi abbondanti idrocarburi all'export - incluso il ‟ciclo del combustibile”, la capacità di arricchire l'uranio (di cui l'Iran ha giacimenti naturali). Tutta la dirigenza iraniana ne è convinta, presente e passata: la differenza è che i ‟pragmatici” (dall'ex presidente Khatami a molti conservatori ‟moderati”) accettano l'idea di rinunciare al ciclo del combustibile in cambio di vere concessioni: economiche, ma anche un patto di non aggressione. Al contrario, per le fazioni più oltranziste - nelle Guardie della rivoluzione, nel sistema politico del clero e l'attuale parlamento - il nucleare non è negoziabile; in questi settori anzi c'è chi sostiene che la capacità bellica è l'unica vera strategia di sicurezza per l'Iran. Appartengono a questi settori oltranzisti sia il nuovo presidente della repubblica iraniana, sia il nuovo negoziatore capo. Per entrambi, la denuncia al Consiglio di sicurezza è un rischio che si può ben correre per continuare il programma nucleare. Così, la sfida continuerà.
E però la denuncia al Consiglio di sicurezza non sembra un rischio imminente, per Tehran. Ieri a Vienna, dove l'Aiea ha cominciato una seduta dedicata in parte al caso Iran, è circolata in via ‟informale” la bozza di risoluzione proposta dall'Unione europea: chiede all'Aiea di ‟riferire al Consiglio di sicurezza e all'Assemblea generale delle Nazioni unite ... le molte mancanze e violazioni dei suoi obblighi in base al Tnp commessi dall'Iran”. La bozza non parla di sanzioni; chiede però che il Consiglio di sicurezza ingiunga all'Iran di permettere ispezioni dell'Aiea in qualunque suo sito, anche quando non fosse un suo obbligo legale. Il punto è che l'Iran non ha violato il Trattato di non proliferazione, anche se per 18 anni non ha riferito di aver lavorato all'arricchimento dell'uranio (per motivi pacifici, sostiene Tehran). Non è una violazione neppure la ripresa delle attività legate all'uranio, avvenuta ai primi di agosto: infatti nell'ultimo suo rapporto il direttore dell'Aiea si limita a prenderne atto.
Difficilmente quella bozza sarà approvata, in quella forma, stando ai commenti circolati ieri. Russia e Cina (che hanno potere di veto al Consiglio di sicurezza) continuano a opporsi a un'eventuale denuncia dell'Iran al Consiglio di sicurezza. Contrari anche l'India, e così molti dei paesi ‟non allineati” rappresentati all'Aiea (che condividono l'insofferenza per lo ‟strapotere” delle potenze atomiche ufficiali: si rivolgeva a loro Ahmadi-Nejad quando parlava di ‟apartheid nucleare”).
In tutto questo conta molto il petrolio. La Cina, l'India, e molti paesi occidentali, comprano petrolio e gas iraniani. ‟Alcuni paesi hanno relazioni economiche intense con l'Iran, ma non si sentono responsabili di difendere i diritti delle nazioni oppresse. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale è deciso a bilanciare queste due questioni”, ha detto ieri Larijani - esplicitando una possibile minaccia di ritorsione.
L'assistente segretario di stato Usa per gli affari europei, Daniel Fried, ha dichiarato in un'intervista al quotidiano francese ‟Le Monde” che alla fine Russia, Cina, India e altri ‟si possono persuadere” a sostenere la posizione occidentale, ‟ma bisogna lavorarci”. Ma questo sembra poco probabile, al momento. E poi, l'Iran ha anche presentato un lato ‟propositivo”: il ministro degli esteri iraniano ha detto a New York ai colleghi di Francia, Germania e Gran Bretagna che l'Iran è pronto a riprendere i negoziati cominciati due anni fa (e interrotti in luglio quando Tehran ha definito inadeguata una proposta del trio europeo). Il presidente iraniano poi ha proposto di allargare il negoziato al Sudafrica e altri paesi in via di sviluppo; anzi: li invita a partecipare al programma nucleare iraniano, per testimoniare dei suoi scopi pacifici e godere insieme di questa tecnologia.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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