Dinanzi all’incombere del terrorismo organizzato da gruppi, abbiamo quasi dimenticato l’esistenza del terrore di Stato ufficialmente proclamato, istituzionalizzato e burocratizzato, la cui storia si è spesso incrociata con quella dei movimenti e la cui comprensione serve a inquadrare meglio il fenomeno generale.
Alle sue origini si trova la consapevole contaminazione delle categorie politiche di Montesquieu.
Vale a dire del primo pensatore a distinguere le forme di governo non sulla base del numero di coloro che detengono il potere, ma in virtù dell’orientamento o passione dominante che ne regola le funzioni. La paura, la virtù e l'onore costituiscono, com'è noto, i principi che caratterizzano, rispettivamente, il dispotismo, la repubblica e la monarchia.
La paura deriva dall'assenza di leggi a garanzia della vita e delle proprietà dei sudditi e dall'illimitato arbitrio di un solo uomo. Nei regimi dispotici (situati in un Oriente immaginato come il rovescio speculare degli ideali illuministici) gli individui si rassegnano all'oppressione, all'ingiustizia e alla morte violenta. La paura, infatti, paralizza gli animi e induce all'obbedienza passiva, alla diffidenza reciproca, alla chiusura in se stessi e alla degradazione di ogni legame personale. La "virtù politica" repubblicana esige, al contrario, l'autonomia e l'eguaglianza di ogni cittadino, liberamente disposto a sacrificare la propria vita in favore del bene comune e dell'impersonalità della legge. L'onore, ossia l'influenza determinante dell'opinione altrui sull'autostima dei singoli, regge infine gli Stati monarchici, dove il sovrano mantiene il rispetto per le disuguaglianze ereditarie e regola la gara per l'incessante ridistribuzione del prestigio, dei favori e delle ricchezze.
L'architettura di questo modello viene stravolta, con conseguenze fatali, dai giacobini francesi. Decontestualizzandone e ricombinandone le parti, essi congiungono, infatti, paura e libertà, dispotismo e repubblica, disprezzo e promozione dei diritti dell'uomo. Quando la patria è in pericolo occorre instaurare un ‟dispotismo della libertà”, utilizzando il terrore, da un lato, per spaventare i nemici e, dall'altro, per rincuorare il popolo, inducendolo a uscire dal suo lungo torpore e dalla sua volontaria servitù mediante lo spettacolo della vulnerabilità dei suoi oppressori. In sintonia con i ‟presenti bisogni della patria” e in sostegno della virtù dei buoni cittadini, nel 1793 la paura viene così pubblicamente trasformata in Terrore rivoluzionario. I due termini restano però in tensione, perché, afferma Robespierre, ‟il terrore senza la virtù è funesto; la virtù, senza il terrore, è impotente”.
Il Terrore giacobino costituisce il consapevole modello del ‟Terrore rosso”, promulgato in Russia attraverso un decreto dei commissari del popolo il 2 settembre 1918, tre giorni dopo l'attentato a Lenin e presentato come un atto di legittima difesa contro gli attacchi e le insidie delle ‟classi sfruttatrici” (nobiltà, borghesia, clero). Mentre durante il periodo giacobino le incarcerazioni e le esecuzioni miravano ad annientare o a isolare i nemici, il regime sovietico - dopo aver istituito, coniando la parola, i primi ‟campi di concentramento” - usa, a partire dal 1929, milioni di prigionieri nei lavori forzati, facendo entrare a posteriori l'economia nella logica del Terrore.
Le ragioni più frequentemente addotte per l'instaurazione in forma pubblica e solenne di questo tipo di regime si riducono sostanzialmente a due: una legata all'immediatezza del presente, l'altra a una prospettiva storica di lunga durata. La prima si fonda sull'emergenza, sul presentarsi di circostanze eccezionali che espongono lo Stato al rischio di dissoluzione ed evocano l'imperativo salus populi suprema lex esto! La seconda si richiama, più ambiziosamente, al compito di estirpare radicalmente le cause e i rappresentanti dell'oppressione dei popoli.
Il richiamo alla necessità o a giustificazioni ideologiche è ovviamente esistito anche prima: basti pensare, classicamente, alle stragi dei Trenta tiranni ad Atene nel 404-403 a. C. (quando circa millecinquecento persone vengono messe a morte e quasi metà dei cittadini mandati in esilio) o alle liste di proscrizione di Silla nell'81 a. C., che riempiono di stragi l'Italia. In entrambi i casi si fa appello al diritto dei ‟migliori” di difendere la loro libertà contro la licenza e il ‟furore cieco” del demos o della plebe. Nel Dialogo tra Silla ed Eucrate del 1748, lo stesso Montesquieu intuisce in poche frasi, che la difesa violenta della libertà da parte di una fazione finisce per distruggere la libertà comune. Ora, il paradosso di tutte le forme di Terrore di matrice rivoluzionaria degli ultimi due secoli (di gruppi e movimenti e non solo di Stato) consiste appunto nella pretesa di una parte di rappresentare il tutto, di essere l'avanguardia esterna del popolo o della classe cui imporre con la forza il proprio progetto di libertà e di felicità.
Il terrore in generale racchiude l'invisibile sancta sanctorum della politica, il potere di decretare la morte. Ciò che, tuttavia, caratterizza il moderno Terrore di Stato è la missione universale che si prefigge, la decisione di procurare una vita migliore per tutti attraverso l'amputazione della 'parte malata' della società, la quale poi rinascerà più sana che mai (significativo è il ricorso alla terminologia medica nel parlare di ‟salute pubblica” e di régénération del corpo politico). Violenza e paura vengono perciò considerate strumenti provvisori di emancipazione degli oppressi, amari rimedi che favoriranno in seguito la liberazione dell'‟intera umanità”.
Ma come è possibile che quelli che sono in astratto i più generosi ideali di redenzione dell'umanità e di creazione dell'‟uomo nuovo” si capovolgano in pratica nel loro opposto? Può il terrore essere usato come transitorio antidoto dell'oppressione senza mutarsi in metodo duraturo? La radice ultima del fallimento di quei regimi che hanno, letteralmente, fatto di necessità virtù sta soltanto nell'errore grandioso - come lo definisce il protagonista del romanzo di George Steiner Il correttore - ‟di sopravvalutare l'uomo”, un errore che ‟è in assoluto la mossa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia”? Ma, anche ammesso che il costo dei progetti di emancipazione sia intollerabilmente alto, non resta altra alternativa se non l'assuefazione e la convivenza con l'ingiustizia?
Anche il terrorismo occulto dei movimenti o del ‟semi-stato” (‟un'entità che non può rivendicare confini fisici, che non sventola bandiere nazionali”, come la chiama Wole Soyinka) ha oggi in mente la sovversione dell'esistente, ma non aspira più - come le Brigate Rosse - a fungere da detonatore di una futura rivoluzione, bensì a separare alcune regioni da Stati esistenti o a combattere gli ‟infedeli”, esibendo sempre, vittimisticamente, i torti sofferti quale motivazione della carica d'odio che esprime.
Diversa è la paura sparsa dal palese terrorismo di Stato rispetto a quella provocata dai gruppi eversivi, che godono spesso dell'appoggio di Stati sovrani (e non solo di quelli etichettati come ‟Stati canaglia”): nel primo caso prevale il timore del midnight knock, dell'irruzione notturna della polizia nella casa dei cittadini, della loro condanna attraverso processi farsa (con accuse ridicole, come quella mossa a Bucharin di aver fatto mettere frammenti di vetro nel pane destinato ai proletari di Mosca), dell'annientamento della dignità delle persone, che rende tutti virtualmente colpevoli e risveglia in molti i più bassi istinti di autoconservazione.
Il terrore seminato dai movimenti, che sfidano il monopolio statale della forza legittima colpendo in modo indiscriminato cittadini inermi, può invece provocare, in un corpo politico sufficientemente robusto, reazioni positive di rigetto e di autodifesa, in grado di esaltare la dignità e il senso di lealtà dei cittadini nei confronti della propria comunità. Tra le due forme di paura esiste, tuttavia, un comune elemento di rischio: la propensione a imboccare un piano inclinato suscettibile di riportare gli uomini verso l'imbarbarimento, di indurre al sospetto reciproco, di spegnere la spontaneità e l'abitudine, di inquinare la fiducia, di uccidere la speranza, di fare dell'angoscia un normale ingrediente della vita quotidiana.
La democrazia ormai matura - col tempo diventata ‟mite”, ma pur sempre inconfessabile beneficiaria della violenza inaugurale delle rivoluzioni moderne - deve evitare di mettere indietro l'orologio della sua storia e, pur conservando un atteggiamento fermo nei confronti di chi la insidia, deve rifiutarsi di cadere nella tentazione di reagire all'insicurezza minando le regole della propria civile convivenza ed erodendo i principi etici e giuridici che la distinguono dai suoi nemici.
Remo Bodei

Remo Bodei

Remo Bodei (1938-2019) ha insegnato Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa, ha studiato e insegnato in diversi atenei europei e americani, tra cui la Ucla di Los Angeles. Tra gli ultimi suoi lavori pubblicati: Piramidi di tempo. Storie e teoria del déjà vu (il Mulino, 2006); Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani, 2008); La vita delle cose (Laterza, 2009); Ira. La passione furente (il Mulino, 2011); Immaginare altre vite (Feltrinelli, 2013); Generazioni. Età della vita, età delle cose (Laterza, 2014); La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel (il Mulino, 2014); Ordo amoris. Conflits terrestres et bonheurs célestes (Les Belles Lettres, 2015). Con Feltrinelli ha pubblicato anche: Geometria delle passioni (1991), Destini personali (2002) La filosofia del Novecento (e oltre) (2015). Nei “Classici” Feltrinelli ha curato Sul tragico (1994) di Hölderlin e scritto l’introduzione a Uno, nessuno e centomila (2007) di Pirandello.

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