La Banca Antonveneta va agli olandesi di Abn Amro allo stesso prezzo, 26,5 euro per azione, dell’Opa che le operazioni della Popolare Italiana avevano fatto fallire. Rikman Groenink potrà dire che c’è un giudice anche a Milano. E un governo a Roma che, a differenza di quello dell’Aja, non ha ancora recepito - non si capisce se per scelta o per distrazione - la direttiva europea sull’Opa: quella voluta dai tedeschi per contrastare le scalate ostili da oltre confine. In questi stessi giorni, Unipol si è fatta ormai molto vicina a Bnl. E ciò consente di rileggere per paragone la prima acquisizione di una banca italiana a opera di una banca estera «contro» la Banca d’Italia. Sarà forse un caso, ma gli olandesi, come gli emiliani, pagano con soldi veri la loro preda: non con carta. Combinazione, valutano l’Antonveneta tanto quanto Unipol l’ex banca del Tesoro: 8,2 miliardi contro 8,3. Ma le similitudini finiscono qui. Abn paga Antonveneta quasi 3 volte il patrimonio netto contabile, Unipol 1,7 volte Bnl. Le relazioni semestrali danno un utile di 208 milioni per Antonveneta e di 277 per Bnl. Su base annua, si potrebbe osservare che in Antonveneta il roe (return on equity) è del 16%, mentre in Bnl viaggia sul 12, ma questi son dati da prendere con le molle, perché le somme si tirano a Natale. In ogni caso, facendo una media artigianale delle previsioni degli analisti, entrambi gli acquirenti valutano le prede 20-22 volte gli utili attesi per il 2005. La qualità del credito non è eccelsa in ogni caso: benché ridimensionati per effetto delle svalutazioni imposte dai nuovi principi contabili, i crediti in sofferenza rappresentano il 40% del patrimonio netto di Antonveneta (1.088 milioni in cifra assoluta) e un quarto del patrimonio Bnl (1.263 milioni). Morale: gli olandesi, capitalisti insospettabili, pagano Antonveneta più di quanto le cooperative, in odore di solidarismo, paghino la Bnl. La banca di Padova è più efficiente, con costi operativi pari al 56% dei ricavi; quella di Roma lo è assai meno, se è vero che i suoi costi sono ancora al 63%. Se ne potrebbe concludere che in Bnl c’è la possibilità di miglioramenti più marcati che in Antonveneta, ma solo il tempo dirà quale delle due operazioni sia la migliore. Le nuove gestioni, infatti, apportano contributi diversi: l’inserimento in un network internazionale e una teorica maggior disponibilità di capitali, gli olandesi; l’inserimento in un conglomerato finanziario di tipo nuovo, ma nazionale, e una capacità di ristrutturazione sperimentata finora in campo assicurativo, gli emiliani. Ma l’Italia non è un Paese così semplice. Qui c’è il capitalismo delle relazioni. In Antonveneta gli olandesi trovano il 7% di Hopa, ma senza i diritti speciali di altri soci come Fingruppo, Monte dei Paschi, Popolare Italiana e Unipol. Della finanziaria di Gnutti, Antonveneta ha anche 165 milioni di obbligazioni convertibili nel 2007: l’alternativa sarebbe comprare a scadenza da Hopa azioni Telecom a 8 euro l’una. Che fare per non rafforzare Gnutti, fiero avversario a Padova, considerando che Hopa è azionista rilevante di Olimpia, la finanziaria che controlla Telecom? Ancora più seria è la questione Capitalia. Abn Amro, adesso, si trova a essere padrona di Antonveneta e primo azionista di Capitalia, del cui patto di sindacato è membro assieme a Pirelli. Nel prospetto informativo dell’Opa, Abn dice di non prevedere scissioni o fusioni del gruppo Antonveneta. Dunque, niente nozze con Roma. Ma come farà Groenink a tenere il piede in due scarpe? E come potranno i suoi soci nella capitale, e la stessa Banca d’Italia, non pretendere un chiarimento?
(con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>