Le dighe del Lesotho tornano a fare notizia. Qualche giorno fa infatti i governi del piccolo regno africano e del suo potente vicino, il Sudafrica, hanno annunciato l'intenzione di costruire una nuova diga e avviare così ‟una nuova fase” del Lesotho Highlands Water Project, o Lhwp: un insieme di grandi dighe, tunnel e canalizzazioni con cui il Lesotho trasferisce al Sudafrica gran parte dell'acqua che scende dalle sue montagne. Per ora i due paesi hanno firmato un memorandum per avviare gli studi di fattibilità per la diga Mashai, nel bacino del fiume Senqu (che cambia nome in Orange quando entra in territorio sudafricano). Contano di cominciare i lavoro tra un paio d'anni; il bacino della nuova diga, alta 155 metri, sarà collegato con un tunnel al bacino della diga di Katse, l'opera centrale del progetto. L'annuncio ha fatto sobbalzare le comunità sfollate dalle prime tre dighe del Lesotho Highlands Water Project. L'insieme ha qualche cosa di pazzesco. La prima diga, quella di Katse, è stata ultimata nel 1995: 186 metri, è la più alta d'Africa; come quella di Mohale, 146 metri, ha l'unico scopo di trasferire acqua del Senqu-Orange e dei suoi affluenti, attraverso una rete di 260 chilometri di tunnel sotterranei scavati attraverso le montagne, nel bacino del fiume Vaal in Sudafrica, che alimenta la regione sudafricana del Gauteng (già Transvaal) con la grande concentrazione urbana e industriale di Johannesburg. Solo la diga di Muela, alta 55 metri, è intesa a generare energia elettrica.
‟Questa volta ci sarà un'ampia consultazione delle comunità coinvolte”, ha detto giovedì il presidente del Lhwp, Sixtus Tohlang, subito dopo la firma del memorandum d'intesa con il governo del Sudafrica. Si capisce bene perché lo abbia detto: finora il progetto ha sollevato una scia di polemiche, proteste e grandi processi per corruzione. Proprio mercoledì scorso, circa 500 persone avevano manifestato a Maseru, la capitale del Lesotho: venivano dai villaggi degli sfollati con una lista di rivendicazioni che va dai risarcimenti inadeguati o in ritardo alla mancanza di acqua corrente e sistemi sanitari nei nuovi insediamenti, alla mancanza di progetti e formazione che permettano di ricreare qualche attività economica - perché i bacini artificiali delle dighe hanno tolto a intere comunità non solo le case ma anche le poche terre fertili del paese e i pascoli, facendone una massa di assistiti. E dire che il progetto era stato spacciato come l'unica speranza per far uscire il Lesotho dalla povertà: è l'unico grande progetto economico del paese, le royalties portate dalla vendita dell'acqua fanno circa un terzo delle entrate dello stato. È anche vero che con le dighe sono arrivate per la prima volta sulle montagne del piccolo regno strade carrozzabili, scuole, ambulatori. Ma i nuovi insediamenti costruiti in modo affrettato sono già cadenti e soffrono di penuria d'acqua (paradosso); non è arrivata neppure l'elettricità. In definitiva, decine di migliaia di persone non sono affatto uscite dalla povertà: la stessa Banca Mondiale, che pure ha finazianziato il progetto, ha dovuto riconoscere che il Lesotho Highlands Water Project non ha mantenuto le promesse verso coloro che hanno dovuto sacrificare tutto: il Lhwp rischia di non rispettare gli obblighi del trattato circa i risarcimenti e lo sviluppo, né l'obbligo legale della Banca secondo cui il tenore di vita delle persone toccate dal progetto non sia diminuito ma ove possibile migliorato” (rapporto della missione della Banca Mondiale di supervisione del Lhwp, marzo 2004). Senza contare la corruzione: il primo presidente del progetto, Masupha Sole, è in galera con una condanna a 15 anni per aver intascato circa 2 milioni di dollari da ben 12 aziende straniere, tutte indagate - finora la canadese Acres international è stata condannata per le sue generose tangenti nei conti svizzeri del signor Sole...
Ora dunque le comunità sfollate promettono battaglia. Riunite nell'associazione Sold (‟Survivors of the Lesotho Dams”, sopravvissuti alle dighe), chiedono di bloccare ogni ulteriore progetto finché non saranno risolte le vecchie questioni.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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