Su ‟El pais” di ieri c'era una vignetta , in cui si vede un disegno dell'Europa con la scritta: ‟África sobresahariana”. Non c'è bisogno di traduzione. Perché l'autore non ha disegnato il Maghreb con la scritta ‟Europa sahariana”? Infatti, le migliaia di ‟subsahariani” che hanno cercato di saltare il confine a Ceuta e Melilla l'hanno fatto in un pezzo d'Europa trapiantato in Africa con la forza delle armi, tanti decenni fa. Erano sul loro continente e sono stati feriti (e alcuni uccisi) per fuggire da noi. Tant'è che Zapatero - ma sì, il nostro mito - ha inviato l'esercito a difendere il suo pezzo d'Europa, cioè noi, da loro, nel loro continente. Sempre su ‟El pais” di ieri c'era anche una notizia utile e interessante. Secondo Medici senza frontiere, il 25 % delle cure mediche prestate ai ‟subsahariani” in prossimità di Ceuta e Melilla è causato da atti di violenza. Di questi, circa la metà è da attribuire alle forze di sicurezza marocchine, e meno del 20% a quelle spagnole. Il resto si divide tra chi organizza le reti, gli stessi stranieri e incidenti vari. In altre parole: gran parte della violenza contro questi clandestini potenziali è opera di un'alleanza tra gli europei e i loro stati tributari nell'Africa del nord, esattamente come nel caso di Italia e Libia, Italia ed Egitto ecc. Possibile spiegazione: volete i nostri soldi? Allora teneteci lontana questa gente. Se poi non ce la fate, interveniamo con l'esercito.
Qualche tempo fa, se non sbagliamo, fu combattuta una guerricciola per un'isola al largo delle coste marocchine. E magari, se Zapatero manda l'esercito, succederà di tutto. Ma qualcosa mi dice che non si fanno guerre per i ‟subsahariani”. Le si fanno contro di loro. Anche Gheddafi, tanti anni fa ci tirò un piccolo missile. Ma erano altri tempi. Ora è lo zio Muhammar e ci tiene i clandestini lontani, come Ben Alì, Mubarak e il simpatico re del Marocco. Non sarà il caso di cominciare a pensare davvero i nostri rapporti con l'Africa?
Questa comincia a sud del Marocco, e dell'Egitto, come il confine dell'Asia minore, a parte la Palestina, passa per Baghdad. C'è un colonialismo di nuovo tipo, che non ha bisogno di truppe in loco, ma ragiona con la fredda logica del commercio internazionale: tanti soldi e opportunità commerciali, tanti espulsi. Una logica non troppo diversa agisce nei confronti della Turchia: non vi vogliamo, se non come bastione dell'Occidente. Temiamo i vostri immigrati, e poi non siete Europei. Dato però che non possiamo dirvelo così, vi facciamo le pulci. E quindi chiedete il perdono per il massacro degli armeni. Ovviamente, il massacro degli armeni c'è stato e orribile, ma perché nessuno ha mai chiesto conto all'Italia dei massacri di Graziani in Libia e di Badoglio in Etiopia? E che dire degli altri massacri coloniali?
Quello che ci dice l'episodio di Ceuta e Melilla - e così anche questi altri morti nel mare di Sicilia, che ci sono e ci saranno - è che l'Europa , di fronte alle migrazioni, è lungimirante come una talpa. Si nasconde dietro le sue forze armate, i suoi Cpt, i suoi discorsi umanitari (per noi, non per gli altri), la sua malafede. E i suoi scienziati, i suoi economisti che fanno? Perché non ce n'è uno (o così pochi) a correlare queste disperazioni con le politiche del Fondo monetario internazionale, lo sprofondamento dell'Africa con la nostra stolta economia globale, il movimento delle genti con le nostre stupide guerre? Perché noi, che preferiamo la pace, vediamo così poco che la guerra comincia all'orizzonte, di là dai nostri paradisi vacanzieri?
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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