C’è una Milano della moda che si interroga se abbia ragione o torto Anna Wintour a inserire soltanto Prada nella lista dei sette stilisti del domani e c’è una Milano che la moda la fabbrica e che conta quanti sono i predestinati a non mangiare il panettone a Natale. Sono quasi 200, infatti, le aziende lombarde del settore tessile, abbigliamento e calzature che dichiarano eccessi di personale, ennesima potatura degli organici dopo la chiusura di ben 5.700 imprese nel triennio 2001-2003 che ha comportato la perdita di 40 mila posti di lavoro. È un dettaglio, uno dei tanti, della fotografia della crisi industriale della Lombardia scattata ieri mattina al convegno della Cgil in Fiera.
La regione che si considera la locomotiva d’Italia soffre: investe al ritmo del 4% l’anno nell’ultimo decennio, doppio rispetto alla media europea, ma sfrutta gli impianti al 78% rispetto all’82 della Ue e genera un aumento medio del prodotto interno lordo nel decennio dell’1,2% contro l’1,6 dell’Italia e il 2% dell’Europa. La Lombardia appare una regione alla ricerca, irrisolta, di nuove vocazioni. Del resto anche gli annunci in rosa del governo centrale possono essere riletti in grigio. Secondo l’ufficio studi della Cgil, i quattro quinti dei 500 mila nuovi posti di lavoro creati in Italia negli ultimi due anni derivano dall’iscrizione all’anagrafe degli extracomunitari, e dunque rappresentano principalmente l’emersione di lavoro nero avviato in anni precedenti.
La Lombardia va meglio del resto d’Italia: il suo tasso di attività è ormai salito al 68,3%, a meno di un punto dalla media europea e quasi 6 punti più di quella italiana. E tuttavia non mancano la sofferenza e il disagio: nel 2004 gli occupati sono arrivati a 4 milioni e 152 mila, 66 mila in più rispetto all’anno precedente, con un travaso dall’agricoltura (meno 13 mila) e dall’industria (meno 46 mila) ai servizi. Ma un po’aumentano anche le persone che cercano lavoro, soprattutto quelle che il lavoro l’hanno perso, passate in un anno da 76 a 134 mila. È l’effetto statistico dei drammi di persone e famiglie che forse non segnano più di tanto il pensiero degli economisti, ma danno al sindacato che li deve difendere la sensazione di una battaglia difficile, riassunta in due dati: 12 mila lavoratori coinvolti in licenziamenti collettivi, 10 mila in cassa integrazione straordinaria. Una battaglia difficile e forse disperata se davvero la Cgil pensa di uscirne evocando, come hanno fatto Franco Giuffrida e Nicola Nicolosi, i relatori di ieri, l’intervento diretto dello Stato anziché l’azione regolatoria per creare un mercato delle convenienze virtuose dove oggi allignano le posizioni di rendita che frenano lo sviluppo.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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