La vera domanda che deve essere rivolta ai responsabili delle ‟prove di terrorismo” avvenute ieri a Roma è la seguente: si può fare il gioco della morte, il più elusivo e sorprendente degli eventi? Vorrei essere chiaro. La domanda non è sarcastica e non contiene un pregiudizio, visto che, per tutti noi, il vero e solo pregiudizio riguarda il terrorismo. È vero che il pericolo c’è, è vero che non si deve ignorarlo, e che questo dovere tocca prima di tutto a chi governa la sicurezza di una città, dunque il prefetto e il sindaco. Nel caso di Roma, entrambi hanno la fiducia dei cittadini. Ma proprio per questo vale la pena di vedere e rivedere il loro sforzo, guardando a ciò che è stato preparato e a ciò che è accaduto dal punto di vista dei cittadini, che sono anche i potenziali coprotagonisti di un evento vero di terrorismo, se mai dovesse, contro ogni nostra speranza, accadere.
Dico subito che non mi soffermerò sugli errori, che in parte ho visto, in parte mi hanno raccontato e in parte vengono annunciati, anche con qualche irritazione, sia dai partecipanti sia dagli astanti. È stato detto del tempo lungo delle ambulanze, della attesa delle vittime, per fortuna finte, del ritardo degli elicotteri, delle auto intorno al Colosseo che sono andate a fuoco e non avrebbero dovuto andare a fuoco, del numero di forze dell’ordine coinvolte, troppo alto rispetto alla eventuale vera risposta in un giorno normale, della loro dislocazione in luoghi vicini ai simulati eventi di terrorismo, che hanno consentito di non poter verificare tempi veri, tra veri luoghi e vere caserme.
Ci sono almeno due risposte legittime a queste osservazioni negative. La prima è che le prove e le simulazioni si fanno proprio per constatare ciò che non va e porvi rimedio. La seconda sono le condizioni meteorologiche. Ci dicono soltanto che un clima di tempesta e di cieli inagibili conviene più a chi porta terrorismo che a chi lo combatte. Ma è una constatazione ovvia.
E non cercherò di discutere il tentativo di interferenza con le forze dell’ordine da parte di manifestanti, che devo pensare, avrebbero voluto impedire l’evento. Non c’ero e non conosco le loro ragioni. Osservo però che qualunque messaggio avrebbe trovato spazio o ascolto in alcuni giornali (certo questo) e in alcune radio, ed è difficile e immaginare, invece, l’utilità di una dimostrazione nel mezzo di una dimostrazione.
Lo sforzo di ognuno di noi, in circostanze del genere, è di essere utili. Cercherò di fare la piccola parte che possono fare i giornali con le osservazioni che seguono.
Primo. È impossibile chiedere ai cittadini di passare dalla vita reale (soprattutto lavoro e scuola) a una scena di fiction. Il fatto è che nessuno ha sospeso la nostra vita reale. Se, per esempio, devi essere al lavoro, è previsto che l’assente - per questo tipo di forza maggiore - sia comunque regolarmente pagato e non riceva una multa o una punizione? Se vedi fare un esame?
Secondo. Le vicende di Londra ci dicono che lo strumento prezioso per orientare le indagini, capire gli eventi e cercare i colpevoli sono risultate le telecamere disposte dovunque intorno alla rete dei trasporti, e non un particolare esercizio preventivo dei cittadini.
Ci dicono anche che le forze dell’ordine a Londra, avevano, e hanno osservato, una serie di comportamenti, che devono essere stati prestabiliti e provati fino ai dettagli senza coinvolgere i cittadini.
Terzo. A Roma si è potuto constatare con sollievo che non è stata tentata quasi nessuna messa in scena teatrale. In esercitazioni come queste, un ‟ferito” è qualcuno sdraiato a terra che non può salvarsi da solo, e che persone addestrate e competenti dovranno portare via. Ma anche questa volta non è stata data alcuna indicazione alla folla rimasta chiusa nel recinto bloccato della esercitazione: aiutare gli altri? Restare fermi? Allontanarsi? Come? È meglio correre o andare via a passo calmo? È bene avvertire altri di non avvicinarsi o lasciar fare a chi di dovere e restare in silenzio per non spargere panico?
Quarto. Molti presenti hanno osservato che mentre il confine fra il dentro e il fuori dell’area di esercitazione era rigido, all’interno chi c’era poteva muoversi come voleva, salvo gli impedimenti delle specifiche scene di violenza o soccorso. Non è stato trascurato qualcosa, su questo punto? Se io mi trovo lontano posso capire che la miglior prevenzione sia impedirmi di venire vicino al luogo di un attentato. Ma se sono vicino, e proprio perché questo è un caso simulato, fatemi almeno sapere che cosa devo fare. Come posso andar via se me lo impedite, e come posso essere utile (in questo caso imparare) se sono trasformato in ‟pubblico” come in televisione?
Quinto. Si è sentito dire e ripetere che è pronto un ‟vademecum”, ovvero un libretto di istruzioni. Non c’è ragione di non avere fiducia e dunque di aspettarsi qualcosa di esemplarmente chiaro che spieghi bene a ognuno di noi le cose da fare e da non fare, visto che ogni comportamento, nelle circostanze di cui stiamo parlando, deve realizzarsi subito. Ma perché non è stato distribuito ieri a Roma? L’occasione sarebbe stata utile e giusta, prima ancora di una spedizione agli indirizzi di tutti i cittadini. Avrebbe creato un confronto e un utile dibattito proprio mentre avveniva l’esercitazione.
Sesto. Continuo a pensare che la preparazione a eventi di pericolo collettivo come il terrorismo richiedano due diversi e separati teatri. Uno riguarda le Forze dell’ordine e le infinite ipotesi di esercitazione, di codice di comportamento, di addestramento all’imprevisto, che va realizzato dovunque tali esercitazioni avvengono. L’altro riguarda i cittadini. Non mi sembra né giusto né ragionevole trasformarli in comparse di eventi in cui patiscono limiti di libertà e non imparano niente.
Un libretto potrà essere individualmente prezioso, al modo in cui in molte scuole del mondo anche i più giovani imparano il soccorso stradale o a prestare aiuto a una persona colpita da malore. Ma credo che si debba risparmiare ai cittadini l’evento collettivo e soprattutto quello, già preannunciato, della sorpresa. Mentre vado (e devo comunque andare) a scuola, al lavoro o ai normali impegni di una vita, il fatto di essere coinvolto fisicamente ed emotivamente in un evento che, per qualche minuto, appare tragedia, è un peso che non merito e da cui, sul posto e nella finzione, non posso imparare nulla. Impossibile non tenere conto del fatto che la finzione, per essere utile, per essere sorprendente, dovrà essere realistica. Prego vivamente chi ha autorità di risparmiare a uomini, donne e bambini delle città italiane questo inutile e sgradevole tipo di sorpresa. Forze armate e Forze dell’ordine si possono esercitare alla sorpresa nei loro normali luoghi di preparazione. I cittadini hanno altre responsabilità e altri compiti. E non sottovaluterei, per alcuni, il pericolo e il trauma del terrore improvviso.
Faccio notare che esercitazioni del genere, come fingere che un autobus salti in aria, non sono mai state fatte in Israele, il Paese più colpito da questo tipo di terrorismo. Se mai grandi e piccoli hanno imparato, ciascuno nel proprio ambiente di lavoro o di scuola, che cosa fare per essere utile nel tremendo ‟dopo” di un evento che è impossibile e ingiusto simulare in modo realistico. Ma in Israele i cittadini imparano a rispondere alla domanda: chi devo aiutare per primo, fra due feriti, quello che grida e invoca soccorso o quello che tace esamine? Domande di questo tipo non richiedono messe in scena. Sapere la risposta giusta è essenziale. Ed è certo utile imparare, per tutti, a fare spazio immediato nel traffico per ambulanze e mezzi di intervento e soccorso. Ma questa, di imparare a fare spazio nel traffico, è la nostra impossibile vita di tutti i giorni.
Riprendo adesso la domanda iniziale. Si può pur con la buona volontà e l’intento che riconosco giocare (nel senso di play, di performance) il gioco della morte? Per rispondere vorrei ricordare una frase apparentemente neutra e in realtà tremenda che spesso sentiamo dire alla radio nei rapporti sul traffico: ‟grave incidente al km 102 della A34. Purtroppo il traffico è rallentato nella direzione opposta a causa dei soliti curiosi”. Ora, il gioco della morte o è realistico o non serve. Ma se è realistico (e purtroppo fa già parte della nostra esperienza quotidiana) è un gioco da non fare. Per non moltiplicare la folla, non proprio esemplare, dei ‟soliti curiosi”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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