Gli abitanti di Manshera, Pakistan settentrionale, ‟è stato come il giorno del giudizio”. Per quelli di Muzaffarabad, nel Kashmir sotto amministrazione pakistana, la loro è diventata ‟la città dei morti”. E' descritto come un'apocalisse il terremoto che ha colpito sabato mattina un'ampia regione tra il Pakistan e l'India settentrionale: la più grave catastrofe naturale in Asia meridionale da almeno un secolo. Il governo pakistano ieri ha confermato la morte di 20mila persone, ma il numero potrebbe aumentare; autorità locali pakistane considerano possibile un bilancio di 40mila morti. Si parla di 40mila feriti. Il fatto nessuno sa quanti possono essere ancora sotto le macerie. Nella parte indiana del Kashmir si parla di circa 2.000 vittime nelle città di Uri e Baramullah. È il Kashmir la regione più colpita: il sisma ha avuto epicentro sulla Linea di Controllo che divide il territorio indiano da quello amministrato dal Pakistan (è la frontiera di fatto dal 1949). Ma è in Pakistan che si registra il bilancio più grave, anche perché la zona terremotata è ben più ampia e popolata: include la capitale Islamabad, e distretti della provincia di Nord-ovest come quello di Manshera.

‟Governo un cimitero”
Muzaffarabad è una città ridotta alla disperazione. Capoluogo del Kashmir sotto amministrazione pakistana, la città di 100mila abitanti è rimasta senza elettricità, acqua potabile, fognature, e il 70% degli edifici è crollato. ‟Per i primi due giorni abbiamo scavato per estrarre corpi dalle macerie, o scavato per seppellirli”, ha detto ieri (all'agenzia Reuter) Sikander Hayat Khan, primo ministro di Azad Kashmir (o ‟Kashmir libero”: il Pakistan chiama così il territorio sotto sua amministrazione, e definisce ‟premier” quello che di fatto è un emissario di Islamabad). ‟Il Kashmir è diventato un cimitero”, ha aggiunto Hayat Khan. Dice che la priorità è seppellire i morti e trasferire i senza tetto (lui stesso vive sotto una tenda, da quando la terra ha tremato); teme che acqua inquinata e cadaveri rimasti sotto le macerie finiranno per provocare epidemie. Ma con il collasso totale di infrastrutture e trasporti, la sua amministrazione non ha i mezzi per agire.
Paradossi: il Kashmir è tra le zone più militarizzate dell'Asia, con grandi forze militari dispiegate da entrambi i lati. E però i soccorsi si muovono con difficoltà: pronti a operazioni militari, gli eserciti sembrano impreparati alla difesa civile.

Saccheggi e spari
Ieri il malumore è esploso in rabbia. A Muzaffarabad la polizia ha sparato in aria per disperdere gruppi di saccheggiatori. Nessuna vittima, ma un segno tangibile dell'esasperazione nella città devastata. Un corrispondente della Reuter ha visto un gruppo di una ventina di giovani fare irruzione in un negozio governativo e saccheggiato generi alimentari, per la terza volta in due giorni. Gran parte dei negozi è danneggiata, il mercato è chiuso, e il cibo comincia a scarseggiare. Secondo molte testimonianze gli episodi di saccheggio per procurarsi cibo sono numerosi - ma anche i furti di beni come motociclette e telefoni.
A Muzaffarabad migliaia di persone dormono all'aperto o sotto tende improvvisate, nel freddo autunnale; cadaveri giacciono allineati in un campo sportivo, altri cadaveri restano sotto le macerie - e l'odore della morte grava nell'aria. Non solo: ben pochi medici sono arrivati nella città colpita, ancor meno nei villaggi più lontani. Nella cittadina di Balakot i primi soccorritori sono arrivati solo ieri. Qui molte delle vittime sono i bambini sepolti dal crollo della loro scuola. Anche a Manshera, più a ovest, centinaia di scolari sono tra le vittime.

La diplomazia del terremoto
Domenica il presidente pakistano Parvez Musharraf aveva lanciato un appello per aiuti urgenti alla comunità internazionale: ‟Da soli non ce la facciamo”. Tra le offerte di assistenza arrivate però ce n'è una che crea imbarazzo. È quella del primo ministro indiano Manmohan Singh: e infatti il governo di Islamabad ha impiegato un giorno per rispondere. Solo ieri la portavoce del ministero degli esteri pakistano, Tansim Aslat, ha detto che il Pakistan ha accolto l'offerta, e che l'Alto commissario (ambasciatore) pakistano a New Delhi ha presentato una lista di necessità: tende, medicinali, cose non compromettenti. Islamabad ha invece escluso di accettare aiuto logistico, cioè l'intervento di soccorritori militari dall'India.
Non deve sorprendere: India e Pakistan hanno combattuto in Kashmir due delle tre guerre dichiarate degli ultimi 60 anni (e svariate guerre non dichiarate). E per quanto tra i due paesi sia in corso un processo di dialogo, la distensione procede per passi molto lenti su quelle montagne himalayane. Così accettare aiuto militare(o magari degli elicotteri di cui il Pakistan ha tanto bisogno), vorrebbe dire per Islamabad ammettere che non riesce a gestire i soccorsi nel territorio che rivendica - e poi sarebbe un problema di sicurezza, in fondo è noto che nel Kashmir pakistano ci sono ancora le basi dei gruppi di guerriglieri islamici che l'India accusa di compiere incursioni nel suo territorio.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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