I più fortunati sono stati i poveri. Quando la terra ha tremato i tetti di fango e paglia si sono rivelati meno letali. Chi stava invece nei palazzi di cemento è rimasto inesorabilmente schiacciato. Come gli oltre quattrocento pazienti nell’ospedale municipale. Quasi tutti morti. ‟Oppure ancora vivi, là sotto. Ma non si sa. Perché tuttora non siamo riusciti a rimuovere gli strati alti delle macerie”, ammettono i primi sparuti drappelli dei soccorritori. In ogni caso tutti locali. La macchina degli aiuti internazionali qui non è arrivata e anche le colonne promesse da Islamabad restano ancora lontane. L’epicentro del terremoto è qui, circa centocinquanta chilometri a nord-est della capitale, nel cuore della vallata dove una volta sorgeva Muzaffarabad e adesso resta solo un’enorme distesa di macerie. ‟Oltre il 75 per cento delle abitazioni è crollato, oppure risulta inservibile”, sostiene il tenente-colonnello Ashraf.
Basta guardarsi in giro per trovare il senso delle sue parole. Una casa su tre non c’è più. Quelle che restano in piedi hanno il tetto parzialmente sfondato, mura percorse da minacciose incrinature, balconi caduti sulla strada, porte e finestre sventrate. Improvvisamente questa città di quasi un milione e mezzo di abitanti sembra essere piombata nel profondo medioevo. Ci arriviamo all’imbrunire. Altrove la corrente elettrica è ancora presente. Qui adesso domina il buio. Ogni tanto passano gruppi di persone che portano sulle spalle un letto trasformato in barella. Cercano di trasportare i feriti verso lo stadio municipale. È il punto di raccolta dove atterrano gli elicotteri. Qualcuno si lamenta. Ma i più sono ormai immobili. Vengono accatastati in attesa che sia scavata una fossa comune. Il viaggio da Islamabad è stato una lunga salita verso l’inferno. La capitale è praticamente intatta. Tolte le macerie della Margala Tower, il palazzo residenziale di dodici piani dove abitava anche l’unico italiano dato per disperso, nulla lascia intravedere la tragedia che si sta consumando in Kashmir.
L’emergenza si avverte invece un’ottantina di chilometri dopo aver percorso la via di accesso verso la Karakorum Highway. Le prime case distrutte s’incontrano a Abbottabad, sulle colline boscose che preannunciano i massicci dell’Hindukush. L’ospedale locale viene letteralmente preso d’assalto, è il primo ancora funzionante arrivando dal Kashmir. Avrebbe una capienza di 800 posti letto. Ieri pomeriggio almeno duemila persone erano accalcate nelle tende-infermeria allestite attorno all’edificio con l’aiuto delle organizzazioni islamiche. Un brutto segnale per il presidente Musharraf: dove non arriva lo Stato ci pensano i suoi avversari. I militanti della Jamat Islamiya, uno dei gruppi più duri nella lotta contro la presenza indiana nel Kashmir, si industriano nel fare collette di cibo, vestiti e coperte da inviare ai villaggi più devastati. Ma ciò che colpisce di più è l’alto numero di bambini ricoverati. Quando arriviamo un paio non ce l’hanno fatta e i loro corpicini giacciono coperti da una kefiah bianca. Sono gli ultimi di una lunga fila. Non a caso l’altra sera il capo di Stato maggiore pachistano ha dichiarato: ‟Il terremoto ha spazzato via la nuova generazione del nostro Paese”. Tanti bambini sono anche portati a braccia alla stazione del pronto soccorso di Muzaffarabad. Alcuni sono appena arrivati dai villaggi sulle montagne. Non si capisce bene come. Perché qui sopra è tutta una frana, interi fianchi di montagne sono rovinati a valle. ‟Non sappiamo cosa e chi ci sia sotto. Nessuno c’è ancora arrivato. Alla fine potremo scoprire che i morti sono più di un milione”, dice alzando le braccia uno dei medici, Ahmad Baddar.
La notte migliaia di persone si mettono in viaggio per lasciare la valle maledetta, si dirigono a sud. Aggrappati ai tetti dei bus, nei cassoni dei camion, molti a piedi. L’odore dolciastro dei cadaveri in decomposizione sotto la macerie si fa già sentire acuto, insistente. Ma nessuno sembra notarlo. Solo qualche cane randagio scava furioso tra polvere e rottami alla ricerca della cena.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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