Sono passati quattro giorni ormai dal terremoto che ha colpito il Kashmir e un'ampia zona settentrionale del Pakistan e dell'India: ma i soccorsi restano difficili, se non caotici, e in molte zone ancora non sono arrivati affatto. In Pakistan, dove il sisma ha provocato il disastro maggiore, è cominciato un triste esodo da villaggi e città devastate: i vivi partono come possono, fuggono da macerie da cui ancora affiorano cadaveri, fognature scoppiate, notti all'addiaccio e odore di morte. In India, dove i soccorsi sembrano avvenuti in modo più ordinato, ieri il primo ministro Manmohan Singh ha visitato le zone colpite e ha dichiarato lo stato di ‟calamità naturale”, promettendo 110 milioni di dollari di aiuti straordinari. Anche qui però restano isolati molti villaggi vicini alla linea di confine con il territorio sotto amministrazione pakistana (dunque più vicini all'epicentro del sisma), mentre proseguono quotidiani scontri tra esercito e guerriglieri islamici infiltrati dal Pakistan: il disastro naturale non ha fermato il conflitto.
In Pakistan il primo ministro Shaukat Aziz ieri ha confermato che 23mila persone sono morte e 51mila ferite, ma si parla di 35mila, forse 40mila vittime. In India il bilancio ufficiale è per ora di 1.300 morti. Le Nazioni unite ieri hanno lanciato un appello per raccogliere 272 milioni di dollari per far fronte alle necessità immediate dei terremotati in Pakistan.
Gli aiuti stanno arrivando, nella capitale pakistana Islamabad - nonostante la pioggia battente ieri abbia costretto a sospendere gli atterraggi per qualche ora. Ma la distribuzione resta un problema, poco è arrivato a Muzaffarabad, il capoluogo del Kashmir sotto amministrazione pakistana dove tre quarti delle abitazioni sono crollate. Nulla è arrivato al di là di Balakot, cittadina un po' più a molte sul fiume Neelum, né lungo il fiume Jelhum che risale la valle verso il territorio indiano.
Così ieri migliaia di persone hanno cominciato a cercare aiuto. Scendono dai villaggi isolati, partono anche da Muzaffarabad, approfittando della strada per Islamabad riaperta lunedì. In autobus, in macchina, a piedi. ‟Qui non possiamo vivere: la casa è pericolante, non c'è luce, acqu, carburante, non c'è nulla”, dice (all'agenzia reuter) un uomo che sta caricando fagotti e borse su un camion. Parte chi può, chi ha parenti da cui andare. Chi resta, ieri ha affrontato la quarta notte all'addiaccio. Di giorno, persone si aggirano con mascherine o fazzoletti sul naso e la bocca, per resistere al tanfo dei cadaveri. I cadaveri vengono man mano allineati sulla principale strada della città. I negozi sono crollati o comunque chiusi, i rifornimenti di cibo mancano e il poco che c'è ora costa anche 10 volte più del normale. I primi camion di pane, biscotti e banane sono stati letteralmente presi d'assalto. Si ripetono anche i saccheggi, per necessità o per opportunismo - molti fuggono anche dall'insicurezza.
Secondo il coordinamento umanitario delle Nazioni unite, almeno un milione di persone in Pakistan non ha più in tetto - il premier del Kashmir pakistano, Aziz Khan, ha parlato di 2,5 milioni di homeless. Il Programma alimentare mondiale si prepara a provvedere cibo per un milione di persone, intanto ha mandato razioni energetiche per 240mila persone per 5 giorni. L'Organizzazione mondiale per la sanità ha inviato medici e scorte di medicinali. La situazione sanitaria sta diventando critica: a Muzaffarabad il direttore sanitario Khawaja Shabir teme scoppi di malaria, colera e polmonite, ma in città non c'è un solo ospedale in piedi e anche molti medici sono morti.
L'esercito pakistano sta usando tutti gli elicotteri a sua disposizione per portare aiuti e soccorso. Le squadre di salvataggio specializzate, arrivate da tutto il mondo, sono al lavoro - ieri nella capitale due donne in vita sono state tirate fuori dalle rovine delle Margalla Towers, gli edifici dove si calcola che ancora una quarantina di corpi siano sepolti. Qualche ‟miracolo” è ancora avvenuto a Muzaffarabad, a Balakot: un bambino, un uomo. Ma anche i miracoli sono ormai improbabili.
Tra i miracoli improbabili c'è una distensione tra India e Pakistan. Tonnellate di aiuti indiani stanno arrivando al Pakistan, ma la cooperazione si ferma qui. Islamabad ha rifiutato l'aiuto dei genieri militari e anche i loro elicotteri. Le comunicazioni civili restano interrotte. Ieri il chief minister dello stato indiano di Jammu e Kashmir, Mufti Mohammad Syed, ha chiesto al primo ministro Singh di permettere i collegamenti telefonici tra i due territori, in modo che le famiglie possano scambiarsi notizie sui vivi e sui morti. La frontiera di fatto, aperta lo scorso aprile dopo 60 di ostilità, ora è interrotta per il crollo di alcuni ponti. E anche i ponti politici restano molto fragili.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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