Per una volta concordiamo con il ministro Pisanu. È vero, i Cpt hanno a che fare con Schengen (e con Dublino, Tampere ecc.), e cioè con le misure stabilite dai ministeri degli interni dell'Ue per controllare gli alieni e inasprite in epoca di terrorismo e turbolenza globale. Tant'è che il nostro commissario Ue post-Buttiglione, Frattini, fa circolare un documento in cui la detenzione degli stranieri è prevista fino a sei mesi, si dice per mediare con Blair che la vorrebbe indefinita. Dunque, i Cpt nascono con l'Europa, di cui esprimono lo spirito difensivo e fortificato. A partire dai Cpt inglesi, autosufficienti o allestiti presso aeroporti e commissariati, fino a quelli che esternalizziamo in Ucraina, Libia, Marocco ecc., per non parlare dei nostri. Una catena di galere temporanee di fatto circonda il nostro spazio. E contro chi? Esattamente contro migranti poveri e bisognosi d'asilo, signor ministro, che oggi esprimono la stessa realtà, la fuga per la sopravvivenza. Talmente simili che, come ha denunciato il servizio dell'‟Espresso” e noi sappiamo da tempo, nessuno distingue tra loro, negando di fatto a chiunque di chiedere asilo, foss'anche il più oppresso della terra. Non abbiamo dato il visto a un torturato di Abu Ghraib. Figuriamoci se in Italia ci si prende la briga di vagliare i casi dei nomadi dell'economia globale. Quanto alla pressione sociale sulla frontiera sud dell'Europa, beh, è una questione di vedute. Diciamo che il nostro modo di produzione e di scambio è già ampiamente presente nei mondi di provenienza di questi cittadini del mondo (con esternalizazioni, delocalizzazioni, sweatshops ecc.), esattamente come le nostre truppe, di cui non si sente più parlare, proteggono gli oleodotti nel sud dell'Iraq. Quindi, non di pressione si tratta, ma di un normale effetto di ritorno. Come gli abitanti di un sobborgo protetto, a noi vanno bene quelli che ci puliscono le strade, magari di notte, ma mai e poi mai vogliamo vederli circolare tra noi alla luce del sole, e tanto meno abitare con noi. Infatti, sappiamo benissimo che molti sfuggono ai Cpt, ma per svanire nel nulla dell'economia sommersa. Non sarà per fare luce che un noto sindaco dell'Ulivo, spalleggiato dalla sua opposizione di destra, ha dichiarato guerra ai nuovi unni, i lavavetri?
Il fatto è che, concordo ancora con Lei, che l'Europa, con tanto di istituzioni e moneta, non ha saputo produrre un'idea, nei cinquant'anni della sua esistenza, su questa faccenda degli effetti di ritorno. Vorrebbe spartirsi il governo dell'economia del mondo con quelli che contano, e ha saputo più che altro inventare una catena di galere per i poveracci. I quali, se fossero così felici di subire la loro razione di educazione civica da parte di misericordie e armi benemerite, non cercherebbero di fuggire, come è ancora successo ieri. Ed ecco il punto. Siamo arrivati a non comprendere come degli innocenti possano voler sopravvivere, magari liberi di lavorare come possono. Che questo sia non solo ostacolato dalla grande maggioranza del nostro ceto politico, ma probabilmente nemmeno immaginato, fa venire i brividi.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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