Nei prossimi 5 anni, qualcosa come 50 milioni di persone si trasformeranno in ‟rifugiati ambientali”, persone costrette a muoversi per sfuggire al degrado ambientale. Una previsione catastrofista? Forse, ma a diffonderla è un istituto molto serio, l'Istituto per l'ambiente e la sicurezza umana dell'Università delle Nazioni unite (Unu-Ehs). In un lungo comunicato pubblicato martedì, in occasione della ‟Giornata mondiale dei disastri naturali” celebrata dall'Onu, l'istituto che ha sede a Bonn afferma che ‟ci sono fondati timori che il numero di persone che fuggono condizioni ambientali insostenibili crescerà esponenzialmente via via che il mondo sperimenta gli effetti del cambiamento del cima e altri fenomeni”. Il direttore dell'Unu-Ehs, Janos Bogardi, sostiene che ‟questa nuova categoria di rifugiati deve trovare un posto nei trattati internazionali. Dobbiamo prevedere le necessità di assistenza, proprio come per le persone che fuggono per altre situazioni”. La sostanza del problema è chiarissima: persone costrette a emigrare perché il luogo dove vivono non è in grado di sopportare la presenza umana. Le vittime di catastrofi naturali improvvise - come l'onda di tsunami in Asia nel dicembre del 2004, o un uragano come Katrina - sono visibili e di solito beneficiano di sostegno e aiuto umanitario pubblico e privato. Janos Bogardi (intervistato dal quotidiano online Environmental News Service) fa notare che non è così per i milioni di persone costrette a sfollare da cambiamenti ambientali più graduali - il riscaldamento globale, ad esempio, o catastrofi ‟lente” come la desertificazione, la diminuzione delle riserve idriche, o l'innalzamento del livello del mare portato dal mutamento del clima. Si pensi che Marocco, Tunisia e Libia perdono ciascuno oltre 1.000 chilometri quadrati di terra produttiva ogni anno a causa della desertificazione, o che in Egitto metà della terra arabile irrigata soffre di salinizzazione (e quindi diventa sempre meno produttiva) e in Turchia 160mila chilometri quadrati di terra agricola subìsce l'effetto dell'erosione dei suoli. La perdita di terre coltivabili non potrà che spingere popolazione agricola a emigrare: su altre terre, se ve ne sono, o più probabilmente in città, o all'estero - in altre parole, il degrado delle terre coltivabili alimenterà la pressione a emigrare. Si sommi la desertificazione e erosione dei suoli all'innalzamento dei mari e all'erosione delle coste - come in Louisiana, che perde circa 65 chilometri quadrati l'anno di costa ‟mangiata” dal mare, o come in Alaska, dove centinaia di piccoli centri abitati sulle coste settentrionali sono a rischio di franare nel mare artico via via che il permafrost (terreno ghiacciato) si scioglie e la costa è erosa da ondate sempre più forti: il mare avanza di circa 3 metri all'anno. Si combini tutto questo alla frequenza crescente di uragani disastrosi. Il risultato, dice l'istituto dell'Unu, è ‟un disastro in attesa”, che creerà ondate di migrazioni. L'Istituto cita un caso di migrazione ambientale pianificata in anticipo: è quello di Tuvalu, piccola nazione insulare del Pacifico che ha firmato un accordo con la Nuova Zelanda perché questa accetti 11.600 dei suoi cittadini nel caso che l'innalzamento del livello del mare sommerga parte del paese.
Insomma: il numero di persone costrette a muoversi per ragioni legate all'ambiente si avvicina e potrebbe presto superare quelle che l'Onu chiama ‟persone di cui preoccuparsi”, a rischio (persons of concern): rifugiati e sfollati all'interno del proprio paese a causa di conflitti, richiedenti asilo, apolidi, in tutto oltre 19 milioni di persone secondo un calcolo recente. Secondo la Federazione internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa, già oggi ci sono più persone sfollate da disastri ambientali che dalle guerre. Per questo l'istituto diretto da Bogardi si batte perché un qualche trattato internazionale imponga ale nazioni di assistere e proteggere anche i ‟rifugiati ambientali”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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