Un attacco suicida: una donna con una bomba si è fatta esplodere in Jammu e Kashmir, lo stato indiano sulle alture dell'Himalaya disastrato dal terremoto di sabato. È la prima volta in Kashmir che una donna compie un attacco suicida: un record nell'orrore. Per il resto, ‟routine”. L'attentato non ha fatto vittime oltre all'attentatrice. Il fatto però è che il gesto è stato rivendicato da Jaish-e Mohammad, gruppo islamista (‟jihadi”) che combatte una guerra di terrore nel Kashmir indiano e ha le sue retrovie in territorio pakistano (anzi, è considerato parte di una guerra sporca manovrata dalle intelligence). E poi, stiamo parlando di una regione terremotata. Il sisma di magnitudo 7,6 ha avuto epicentro molto vicino alla Linea di Controllo, la frontiera di fatto tra il territorio sotto sovranità indiana e quello amministrato dal Pakistan. È il lato pakistano ad aver riportato il bilancio più pesante di vittime e distruzione, ma è l'insieme del Kashmir a essere colpito. I gruppi ‟jihadi” avevano annunciato lunedì la ‟tregua unilaterale” nella regione terremotata; la realtà è che gli scontri con l'esercito indiano continuano, quotidiani.
In altri casi si è parlato di ‟diplomazia del terremoto”: aiuti Usa in Iran, soccorritori greci in Turchia, piccoli miracoli di distensione politica. Tra India e Pakistan le cose sembrano più complicate, benché nei primi mesi del 2004 i due paesi abbiano avviato il dialogo di pace più promettente degli ultimi 60 anni. Certo, l'India ha offerto assistenza: mercoledì è atterrato a Islamabad un cargo indiano con 25 tonnellate di tende, viveri, medicinali. Il governo pakistano ha respinto però la collaborazione di soccorritori (militari) indiani.
Ieri un altro episodio indicativo. Le agenzie internazionali hanno riferito che un piccolo gruppo di soldati indiani ha varcato la Linea di Controllo, invitati, per aiutare i soldati pakistani a ricostruire la loro postazione-bunker danneggiata dal sisma. Lo ha riferito un portavoce locale dell'esercito indiano: ‟E' qualcosa di unico”, ha detto, ed è proprio vero: la Linea di Controllo è sempre rimasta una frontiera di guerra. Poi però nel novembre 2003 le due parti hanno concordato un cessate il fuoco, ed è cominciato un lento disgelo. Tanto che nell'aprile scorso, dopo 58 anni, è stata riaperta la strada tra Muzaffarabad (in territorio pakistano, ora rasa al suolo dal sisma), e Srinagar, capitale del Kashmir indiano. Ora la strada è di nuovo interrotta dal crollo di un ponte, ma in un paio di mesi il collegamento sarà ripristinato.
La distensione dunque accelera? Non sembra. L'esercito pakistano ieri ha smentito la notizia della cooperazione militare. ‟E' una pura invenzione”, ha dichiarato a Rawalpindi il portavoce militare maggiore-generale Shaukat Sultan: ‟E' senza fondamento. Non è questione che l'esercito indiano attraversi la Linea di Controllo”. Quello che è peggio, neppure la cooperazione tra civili è incoraggiata. E neppure le comunicazioni: le linee telefoniche tra i due lati restano bloccate. Invano uno dei leader kashmiri più moderati e credibili, Mirwaiz Umar Farooq, ieri a Srinagar ha chiesto ai governi dei due paesi di aprire le strade per permettere alle famiglie divise di scambiarsi aiuto.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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