Il governo brasiliano ha inviato l'esercito nello stato di Amazonas, il più grande tra quelli che occupano il bacino del Rio delle Amazzoni, grande circa quanto l'Alaska. I militari dovranno distribuire acqua potabile, cibo e medicinali nei villaggi lungo l'intricata rete di affluenti del grande fiume, per aiutarli a far fronte alla più grave siccità da almeno 40 anni. Suona perfino incredibile: siccità nel bacino fluviale più grande del mondo, con un fiume (il rio delle Amazzoni) che nasce e scorre appena a sud dell'equatore ma riceve anche affluenti che scendono da nord (dunque ha un complicato doppio regime di piena e secca), dove gran parte della vita quotidiana dipende dall'acqua. Eppure è così. Da due mesi non cade pioggia nel bacino amazzonico. Nella città peruviana di Iquitos il rio delle Amazzoni è al livello più basso degli ultimi 35 anni, con una portata d'acqua dimezzata rispetto alla media normale di stagione (nel tratto peruviano è il culmine della stagione secca). Centinaia di chilometri e una decina di giorni di navigazione più a valle è in secca anche Manaus, capitale dello stato di Amazonas, metropoli industriale con 2 milioni di abitanti nel cuore della foresta. Nel porto fluviale che di solito pesca abbastanza da ricevere piccole navi transoceaniche ora decine di imbarcazioni sono arenate sulle rive del fiume Solimoes (i brasiliani chiamano così questo tratto del rio delle Amazzoni). Il rio Negro, grande affluente che scende da nord-ovest, dalla Colombia, non è più navigabile per lunghi tratti. Così il rio Madeira, un altro affluente: le imbarcazioni fluviali che portano il diesel da Manaus per rifornire le piccole città più a monte faticano a passare perché rischiano di arenarsi.
In molti villaggi i pozzi si sono seccati, e resta da bere solo l'acqua dei fiumi: con l'ovvio rischio di malattie. La siccità costringe gli abitanti dei villaggi più remoti a camminare decine di chilometri per acquistare cibo. Le piccole coltivazioni sono a secco, e questo significa anche che molti abitanti non hanno più che cosa vendere al mercato, oltre che cibo per sé. Molti villaggi hanno chiuso le scuole per mancanza di viveri, acqua potabile e trasporti (i fiumi sono l'equivalente delle strade, nella foresta: fiumi non navigabili sono strade bloccate). Migliaia, forse milioni di pesci stanno morendo perché gli manca spazio, o perché soffocano in pozze che si prosciugano non più alimentate dai fiumi - o perché non possono raggiungere i fiumi, dove avviene la riproduzione. L'impatto sulla pesca, dicono gli amministratori locali, si farà sentire per almeno un paio d'anni.
Qualche giorno fa dunque il governatore dello stato di Amazonas ha dichiarato lo stato d'emergenza, prima in 16 municipalità e poi in 19. E l'altro ieri il dipartimento per la difesa civile del governo nazionale, a Brasilia, ha chiesto l'intervento dell'esercito per sostenere l'intervento di emergenza.
I meteorologi ora discutono quali siano le cause della siccità nel bacino amazzonico: l'aumento della temperatura superficiale del Pacifico, che cambia l'equilibrio delle piogge nelle fasce tropicali, oppure l'aumento della temperatura della superficie dell'Atlantico che ha provocato la serie di uragani nel golfo del Messico mandando flussi di aria discendente più a sud, sulle Amazzoni. Una causa certa è la deforestazione, che continua a progredire a ritmi impressionanti: nel solo 2004 è scomparsa un'area di foresta pari al Belgio. E quando scompare la copertura arborea il terreno resta più esposto ai raggi solari e diminuisce l'umidità dell'aria. La foresta rimane così più esposta agli incendi: nelle normali stagioni di secca, quando nelle zone coltivate si usa bruciare le sterpaglie (è vietato ma lo fanno in molti), le piogge sono comunque abbastanza da spegnere le fiamme che a volte sfuggono al conrollo di chi le ha accese. Quest'anno non è così, e la foresta prende fuoco come un cerino: nello stato di Acre, sul versante meridionale del rio delle Amazzoni, 100mila ettari di foresta sono bruciati solo negli ultimi due mesi. È il segno di una catastrofe di portata globale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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