Traghetto per Galati, ansa terminale del Danubio. Qui passa tutto il traffico del Delta. Un posto perfetto per misurare l´emergenza, ma anche la sua inutilità. Verso Occidente auto coperte di disinfettante, cacciatori toscani e bergamaschi di ritorno con i cani nel rimorchio e le pive nel sacco (la caccia è stata bandita). Verso Oriente contadini spauriti, camion di soldati di leva spediti chissadove a fare chissà cosa contro un nemico sconosciuto. Verso Sud, nel cielo, stormi di anatre che vanno. Quelle non le ferma nessuno, l´aria è tutta occupata dai transiti. ‟Puoi bloccare il contatto fra migranti e uccelli domestici solo all´80 per cento”, allarga le braccia Eugen Petrescu, ornitologo della zona. ‟Qui passa di tutto. E il Delta è una sterminata fattoria degli animali”.
La gente guarda per aria, la radio parla di vaccini in arrivo. Ma contro chi? Che cosa? Dove? ‟Sick ducks don´t fly” garantiscono i biologi. Anatra malata non vola. Quelle impestate dal morbo letale volano ancora meno. Crepano in un attimo, e il germe con loro. La natura è provvidenziale: quando un virus diventa killer, si suicida. E´ un killer idiota. E allora? Come scappa dai vicoli ciechi in cui lo mette il Padreterno? Come è arrivato fin qui e in Turchia? A piccoli salti, da un animale-staffetta all´altro, mutando, trasformandosi, e soprattutto trovando negli allevamenti - lager voluti dagli umani il luogo ideale per aumentare la sua forza esplosiva in un´ultima grande abbuffata. La natura trasporta i virus; lo fa da sempre. Ma è l´uomo che li fa diventare mostri.
Impossibile capire cosa succede alle porte d´Europa senza ricostruire il viaggio dell´assassino invisibile. Dovremo familiarizzare col suo comportamento; il nostro nuovo nemico globale è lui. Per cominciare, H5N1 non è un virus. E´ un popolo di virus. Una folla di individui dove si nascondono possibili killer capaci di trasformarsi in continuazione, dribblando gli ostacoli messi dall´uomo. H5N1 non è nemmeno ‟il” virus. Quello isolato in Turchia è simile ma non identico a quello trovato in Mongolia, il virus passato in Siberia è solo cugino di quello cinese. Quello sbarcato sul Danubio ancora non si sa.
Il suo viaggio dal Sudest Asiatico all´Europa è un thriller perfetto, la storia di un fuggitivo imprendibile e mutante. Isolato a Hong Kong nel ‘97, bombardato di vaccini, dato sbrigativamente per spacciato dalle autorità di Pechino, ha avuto tempo di riorganizzarsi e moltiplicarsi nel formicaio cinese, il posto della Terra dove acque, uomini, animali reclusi e migratori coabitano nella più esplosiva promiscuità, e dove chi muore per influenza è solo uno zero tra miliardi, un nulla per le statistiche del post-comunismo. Decidono di stanarlo dai polli con vaccini-bomba, adatti all´uomo. Ma è una scelta folle. La campagna sanitaria è a macchia di leopardo, e lui scappa, fa slalom, trova varchi nello sbarramento, e alla fine della fuga ha imparato anche a bucare le barriere immunitarie, anche in direzione dell´uomo.
Il suo istinto aggressivo aumenta. Nel 2003 viene nuovamente avvistato, ma non è più quello del `97. E´ un cugino più furbo. Una gang di cugini spietati che dilaga nei mercati superaffollati del Sudest Asiatico e conquista il controllo del territorio. Immaginate la scena: volatili in vendita ammassati in gabbie sovrapposte e uccisi sul posto per il cliente. Sangue, feci, puzza, fango, decine di migliaia di compratori, un orrore biblico. In questo frullatore biologico il popolo dei virus perde la testa, diventa come un bambino lasciato solo in una pasticceria. Fa indigestione, si moltiplica a velocità paurosa.
Talvolta, due ‟cugini” del clan aggrediscono lo stesso animale. ‟E´ allora che nasce il mostro” spiega al telefono Mauro De Logu, virologo dell´università di Bologna. ‟I due scatenano una lotta fratricida fulminante e spaventosa. Sanno che uno dei due soccomberà, per questo la loro evoluzione negativa accelera, diventa una bomba”. Esplode così l´ecatombe fulminea di animali. Ed è allora che la pestilenza può passare all´uomo e la banda criminale invisibile consumare tutta la sua furia omicida-suicida.
Ma la fuga continua. La Cina è una macchina che gira a mille, macina vite, carne, risorse. I suoi allevamenti intensivi di pollame sono apocalittici, grandi come città. Gli scarichi fognari finiscono dritti nei canali e nelle paludi, che a febbraio-marzo sono piene di stormi migranti verso le zone di riproduzione a Nord. E´ allora che la banda assassina esce dal sistema domestico e impara a volare. Anatre e oche selvatiche colpite dai killer muoiono in poche ore. Altre no, perché il clan ha mangiato la foglia e manda avanti individui meno aggressivi. Il virus attenua la sua forza omicida, s´imbarca su un germano reale - che sopravvive - fino in Mongolia. Trecento chilometri al giorno, il volatile arriva a destinazione in meno di una settimana, in una palude popolata da milioni di altri uccelli. Il clandestino esce attraverso le feci nell´acqua, trova un brodo biologico ideale per navigare. Il pennuto aeromobile che l´ha trasportato si immunizza spontaneamente, ma altri uccelli venuti da altrove soccombono. Muoiono anche migliaia di neonati, la palude si copre di batuffoli alla deriva. Nel frattempo la pattuglia di parassiti ha ridotto la sua capacità di infettare gli uomini, ma la mutazione continua. Un virus influenzale non è mai uguale ad altri, nemmeno a se stesso.
A fine estate gli stormi si riformano, tornano a Sud per svernare. Un´oca barrata supera il Karakorum e scende sulle foci dell´Indo col suo bravo clandestino nella pancia. In quelle plaghe umide e calde il virus esce, ritrova i sovraffollamenti della Cina e il modo di intrufolarsi in altri allevamenti pieni di animali inermi. Ed ecco una nuova, letale fase esplosiva che riproduce il mostro. E, pochi mesi dopo, a febbraio, una nuova fase dinamica. Con i virus meno cattivi che volano a Nordovest, in Siberia, a ridosso degli Urali, a bordo di anatre e altri volatili. In un ping pong tra fauna selvatica e domestica, tra fasi esplosive e letargo viaggiante, il clan degli H5N1, zigzagando fra Nord e Sud, ha completato il suo avvicinamento all´Europa, a bordo di animali sempre nuovi.
Ed eccoci all´ottobre 2005. Dalle paludi dei fiumi siberiani ormai coperte dalla neve partono in successione immensi stormi di germani reali, alzavole, fischioni, oche selvatiche. Destinazione: Mediterraneo, foci del Nilo, Corno d´Africa, persino Sudafrica. Passano per le terre dell´ex impero sovietico: Bielorussia, Polonia, Ungheria, Ucraina, Moldavia, Romania. Anche lì allevamenti di pollame, oche e anatre domestiche attorno ai villaggi. Anche lì acque libere, paludi, canali, igiene approssimativa. Anche lì, come in Cina, un´economia stressata dal comunismo che diventa turbo-capitalismo. Unica differenza, il minore affollamento umano. Sulla loro strada un grande aeroporto, il Delta del Danubio. È il ‟gate” per le fermate successive, il Mar di Marmara, l´Egeo Orientale, dove è stato trovato il virus in Turchia. Anche sul Delta acque, animali domestici, il virus viaggiante che accoppa galline, fa ammalare i maiali. Ma è un virus spompato, non ha la virulenza di quello cinese. Non può attaccarsi all´uomo.
‟Ormai lo si è capito - ti spiegano alla Società ornitologica rumena - il viaggio migratorio lo trasporta, ma ne diminuisce l´efficacia”. Il viaggio lascia agli uccelli il tempo di digerirlo e depotenziarlo. Di più: le anatre e le oche nei nostri cieli, portandoci in casa i parenti stretti del killer cinese, ci ‟vaccinano” contro di lui. Cielo bigio, lo stesso colore del fiume. Dai pioppi c´è una nevicata di foglie gialle. La radio parla di centinaia di uccelli morti sulle colline costiere della Dobrugia. Ancora camion di soldati. Ancora cacciatori in fuga. L´Europa è in allarme, i governi erigono muri, le industrie farmaceutiche fiutano l´affare.
Nessuno dice che il vero pericolo è in Cina. Il clan letale è lì. La trasformazione del virus aviario in virus umano sta avvenendo nel sovraffollato pentolone asiatico. Per proteggerci sul serio dovremmo vaccinare i cinesi, non le nostre galline. Se verrà, la pestilenza globale non partirà dalla terra dei vampiri. Arriverà in silenzio e avrà gli occhi a mandorla.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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