Basta sedersi sull’argine e aspettare. Dopo le ventitré senti un fischio nell’aria. è qualcosa che arriva nella notte chiara, verso Bocche di Po. Un soffio, un colpo di vento sull’acqua ferma tra Tolle e Cà Zuliani, dove il fiume si divide l’ultima volta prima del mare aperto. Poi un tuffo, un rumore leggero di torrente, e lo specchio d’acqua s’ingolfa sotto la Luna. Sono le alzavole, le anatrine russe, che atterrano con le ali a campana, nere sotto le stelle, dopo migliaia di chilometri di viaggio. I migratori arrivano.
Abbiamo fatto la strada con loro, una delle tante possibili, partendo dal Delta del Danubio, per capire come immigra il popolo degli H5N1, i parenti nomadi e meno pericolosi del killer cinese. Non è un viaggio complicato. I migratori sono da sempre serbatoi di virus e le loro rotte sono le stesse da secoli. Vanno diagonalmente dalla Siberia al Mediterraneo, con l’Italia in mezzo al mare come una portaerei, terminal e al tempo stesso transit desk per le aeroflotte di pennuti dirette in Nordafrica. Tutti gli allevatori le conoscono. La Penisola convive da decenni con le influenze aviarie, e ha imparato anche a difendersi, per proteggere l’industria alimentare. Soprattutto la Padania, col suo mezzo miliardo di volatili in batteria, una biomassa tra le più alte del Pianeta, soggetta a morie periodiche di dimensioni infinitamente maggiori di quelle oggi segnalate in Turchia, Romania o Grecia. E tutte riportate sotto controllo senza panico generale. Danubio-Po, non è la strada maggiore: i grandi flussi arrivano dalla Polonia, passano sopra Budapest e Belgrado. Ma gli uccelli ‟hanno le ali e fanno ciò che gli pare”, ghigna l’ornitologo Fabio Perco, di vedetta alle foci dell’Isonzo. è facile, per loro, sentire il magnetismo della pianura in fondo all’Adriatico, con le sue montagne di mangimi, le grandi piantagioni di mais, le lagune da Grado a Comacchio. Per arrivarci dal Mar Nero, sono 1.200 chilometri in linea d’aria, che uno stormo di germani può percorrere in meno di 36 ore, incluse le soste. Combinando aereo e automobile, fai fatica a starci dietro.
Il viaggio, dunque. Comincia alle 18 da Tulcea, in Romania. C’è temporale, vento, gli uccelli hanno improvvisamente fretta. Il grosso va verso l’Egeo, ma uno stormo di germani punta sulla Pannonia. La notte scende, sul Danubio sono rimasti solo i corvi, l’inseguimento inizia. Ma ci metti 6 ore solo per arrivare a Bucarest: piove, la strada è buia, piena di buche, con carri a cavalli senza catarinfrangenti. Lo stormo è già vicino ai confini della Serbia e, mentre tu dormi in albergo, supera le montagne, con un buon vento in poppa, e atterra alle quattro del mattino in una palude verso Novi Sad, a Nord di Belgrado. Ci resterà fino a sera, e i suoi virus faranno in tempo a passare ad altri uccelli. Al mattino l’inseguimento ricomincia, alle 11 il bipede umano è in aeroporto, ma una serie di ritardi spostano la sua partenza fino alle 16. L’aereo va, imbocca il 45 parallelo, supera gli stormi che 9mila metri sotto si preparano al secondo decollo, atterra due ore dopo a Venezia-Tessèra con un forte vantaggio. Ma subito cominciano i rallentamenti di terra, i controlli immigrazione, la ricerca d’un autonoleggio, le colonne a passo d’uomo sulla tangenziale di Mestre. Intanto i germani si sono affiancati a una flotta di alzavole sopra Zagabria, puntano sull’Istria. Tu ti perdi nelle strade bianche sugli argini dopo Taglio di Po, e quando arrivi sulle lagune, ha solo 3 ore di vantaggio sui pennuti. La laguna si riempie di uccelli. Sono vitali, affamati. Non possono portare con sé il virus cinese. Sarebbero già morti, e H5N1 con loro. Il killer non può spostarsi di molto dal Sudest asiatico con mezzi naturali. Sarebbe come un bandito in fuga che uccide il suo autista dopo mezz’ora e pretenda d’aver subito un secondo, un terzo, un quarto automobilista votati al martirio. Ma germani e alzavole hanno altri virus, H5N1 più deboli, che possono essere letali per gli animali dei grandi allevamenti, o per bestie più fragili, come i tacchini. è così che possono scattare, come spesso a fine ottobre e novembre, le morie negli allevamenti. Anche questa strada del virus è ampiamente prevedibile. è la stessa di H5N2, di H7N3. O di H7N1, finora il peggiore, che colpì la Padania in quattro ondate successive e nel "venerdì nero" del 17 dicembre 1999 fece una biblica strage di tacchini, portandoli all’asfissia, e costringendo gli allevatori all’abbattimento precauzionale di 16 milioni di volatili in tutta l’Italia del Nord.
Non vi fu, allora, nessun pericolo per l’uomo. L’ecatombe fu solo animale, ma il percorso del virus era ormai diventato chiaro. Sul Delta del Po succede che la nostra alzavola neoarrivata infetta attraverso l’acqua di palude un’anatra libera ma stanziale. Gli uccelli acquatici, e il germano in particolare, sono animali assai sociali, si mescolano continuamente, e l’acqua in cui sguazzano è un brodo biologico perfetto per il contagio. Ma è il passaggio successivo quello pericoloso per gli allevamenti: ciò che non è patogeno per l’animale selvatico può esserlo per l’animale da cortile. ‟Tutta la storia dei virus è un salto dal nomade all’animale recluso”, osserva Stefano Marangon, massimo esperto europeo del tema, che ha seguito le rotte del contagio dalla Cina alle foci del Volga. Per esempio. Un cacciatore tocca il fango a carica virale nella palude, lo porta nell’aia di casa sua, dove passeri di passaggio lo trasportano altrove, e magari riescono a entrare in un piccolo allevamento artigianale di polli. Oppure: una quaglia o una beccaccia ammalate entrano direttamente in allevamento attraverso un varco. Ma è l’uomo il veicolo più pericoloso: un attimo di distrazione nello smaltimento delle lettiere per polli, uno scambio d’attrezzi tra allevatori, l’ingresso di estranei negli allevamenti senza le precauzioni igieniche necessarie, e la frittata è fatta. Le possibilità sono infinite. è una storia che si ripete quasi ogni anno, e richiede interventi immediati.
Ma le vie pericolose sono anche altre, e non hanno niente a che fare con le migrazioni. C’è più spesso di mezzo il commercio. Un pollo cinese di pelle nera da freezer può essere mille volte più pericoloso, se le viscere, la parte più infetta, non sono state ben ripulite. Oppure carcasse infette che finiscono nel bidone della spazzatura. O ancora l’introduzione clandestina di selvaggina da ripopolamenti per i circuiti delle riserve di caccia. Tutte carni difficili da controllare, che spesso sfuggano alla griglia veterinaria. ‟Il rischio che H5N1 possa arrivare nella sua versione peggiore è quasi eguale a zero”, ti dicono gli esperti dei grandi allevamenti. Invece altre influenze possono sbarcare in Italia, nei prossimi giorni. è quasi fatale che accada. ‟Ma con questa psicosi in giro, con la tv che pompa la paura e il ministro che tranquillizza, in questa confusione babelica che non fa capire più niente alla gente, se una qualsiasi febbre arriva e uccide degli animali, come fai a spiegare alla gente che quello non è il killer, ma un’altra cosa?”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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