È uno spettacolo curioso, incongruo: la prima cosa che si nota, nella città di Balakot rasa al suolo, sono mucchi di stracci variopinti sul ciglio delle strade. Non stracci, vestiti d'ogni tipo e d'ogni taglia. Tra i primissimi aiuti arrivati su per queste valli, dopo il sisma dell'8 ottobre, gli indumenti erano tra i beni più gettonati. Tanti, troppi, mentre era altro che serviva: così sono rimasti per strada a diventare stracci. Un segno del caos dei primi momenti, e anche un segno della mobilitazione spontanea della società pakistana. A Islamabad, Lahore, Karachi, e in tante città minori, sono sorte decine di ‟relief camps”, punti di raccolta per le donazioni private. L'intera società civile pakistana è in campo, beninteso in tutte le sue componenti. Le grandi aziende donano soldi o prodotti e lo pubblicizzano sui giornali. Ogni locale pubblico ha la sua cassetta per le offerte. Nei college e nelle università si formano gruppi di studenti. Sono mobilitate le moschee, un po' l'equivalente delle caritas parrocchiali, e decine di fondazioni islamiche d'ogni genere. Quelle politiche, ad esempio: la fondazione al Khidmat, ‟braccio” assistenziale della Jamaat Islami, il più antico partito fondamentalista musulmano nel subcontinente indiano. Il lavoro assistenziale è sempre stato proprio delle organizzazioni religiose d'ogni orientamento, tra welfare e scuole coraniche - è ovvio però che serve anche a rafforzare una presenza politica.
Si è fatta sentire perfino la voce d'oltretomba di al Qaeda, con il il ‟numero due” Ayman al Zawahiri: ‟Faccio appello a tutte le organizzazioni umanitarie musulmane ad andare in Pakistan e aiutare i fratelli pakistani”, pare abbia detto (un appello che non ha avuto molta pubblicità in Pakistan).
‟Qui vediamo in azione organizzazioni jihadi che hanno un ordine del giorno più politico che umanitario, e questo ci allarma”, ci dice Syed Shamsuddin, avvocato, direttore dell'ufficio di Islamabad della Commissione per i diritti umani in Pakistan (organizzazione indipendente, anzi: in scontro continuo con il governo). L'altro giorno il presidente Parvez Musharraf ha dichiarato, in un'intervista alla Cnn, che le organizzazioni ‟fuorilegge” non saranno ammesse a gestire i fondi per i soccorsi ai terremotati: eppure sono sempre là.
Altre organizzazioni sociali sono scese in campo, nei soccorsi post terremoto. Organizzazioni per lo sviluppo rurale, per i diritti umani, per i diritti delle donne, organizzazioni di lavoratori. Si sono fatte avanti fin dai primi giorni, hanno formato un ‟comitato d'azione congiunto” che ha sede a Islamabad e coordina ‟85 Ong progressiste impegnate in tutto il Pakistan nello sviluppo di servizi socio-economici e nella difesa dei diritti umani, con particolare enfasi sulla giustizia e l'eguaglianza di opportunità per le donne, la società rurale, i lavoratori, le minoranze, i bambini, e la popolazione svantaggiata delle zone più remote e deprivate del Pakistan”, leggiamo in un comunicato in cui il ‟comitato d'azione” rende conto dei suoi interventi, un elenco di beni di prima necessità raccolti e inviati nelle zone terremotate. Anche la Commissione per i diritti umani è in azione, per quello che le è più consono: ha mandato tre missioni nelle zone colpite per verificare come sono gestiti gli aiuti, ora sta cercando di stabilire un osservatorio permanente. ‟La mobilitazione spontanea è stata molto ampia ed è un buon segno”, commenta l'avvcato Shamsuddin: ‟Ma in un disastro di queste dimensioni non bastano le raccolte di doni, c'è una responsabilità dello stato, e della comunità internazionale. E' importante però vegliare che gli aiuti siano distribuiti in modo equo, che ragiungano la popolazione più vulnerabile”. Cita un episodio a cui ha assistito Asma Jahangir, presidente della Commissione per i diritti umani in Pakistan, durante il sopralluogo a Muzaffarabad il 19 ottobre: visto un ufficiale che meteva sotto chiave un carico di tende - il bene più richiesto oggi nele aree terremotate, Jahangir ha chiesto perché non fossero messe in distribuzione. ‟Quello le ha risposto che doveva tenerle pronte in caso chiamasse questo o quel alto funzionario o notabile chiedendo di darle ai suoi protetti”. Chiarissimo: persone con una certa influenza fanno arrivare gli aiuti ai propri clientes. Il fatto è che non c'è controllo democratico sui soccorsi, spiega Shamsuddin: ‟Tutte le operazioni sono in mano ai militari”, e non tanto o solo aprire le strade con le ruspe, rimuovere macerie, trasferire aiuti con gli elicotteri: il comitato nazionale per i soccorsi e la riabilitazione è affidato a un militare, generale Ahmed Khan Farook. ‟E' qui che dovrebbe essere presente la società civile attraversi le sue organizzazioni, il parlamento, i rappresentanti eletti: solo così si può evitare la corruzione. Invece non sono stati neppure consultati. Le operazioni sono in mano all'esercito. In un paese dove la corruzione è così radicata, chi controllerà come sono gestiti gli aiuti?”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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