La Mediobanca di oggi dice di voler anzitutto accrescere il rendimento del capitale che nelle precedenti gestioni, secondo i critici di Cuccia e Maranghi, era subordinato alla conservazione del dominio sul mercato finanziario domestico. Il nuovo corso, insomma, mette il profitto davanti al potere. In questo contesto, Mediobanca apre le porte agli analisti e si conquista il plauso del ‟Financial Times”. Ma l’esito della svolta non è ancora scritto e in larga misura dipende dalle scelte di una compagine azionaria dove spiccano soci bancari come Capitalia e Unicredito in concorrenza con la partecipata e soci industriali che dalla medesima ricevono rilevanti mezzi finanziari. Al momento va riconosciuto che il secondo bilancio del nuovo corso, all’ordine del giorno dell’assemblea del 28 ottobre, promuove il management. È vero che chiude con un utile stabile sui 540 milioni e che il return on equity è pari solo all’11%. È vero che al risultato concorre un onere fiscale inferiore di 84 milioni. Ed è pure vero che un accantonamento di 150 milioni a fondi rischi è stato, al netto delle imposte differite, perfettamente bilanciato dal prelievo di 100 milioni dal patrimonio. Ma è anche vero che ci sono state meno riprese di valore su titoli e partecipazioni, meno proventi di tesoreria e meno profitti non ricorrenti rispetto all’esercizio precedente. Dunque, l’utile appare di qualità migliore, perché meno aleatorio. Una gestione, tuttavia, non si valuta solo con questi criteri. Specialmente in Piazzetta Cuccia dove si fanno quattro mestieri: holding di partecipazioni; banca per le imprese; credito al consumo; gestione dei patrimoni. Il primo mestiere assorbe 3,3 dei 5,7 miliardi di capitale investito e rende il 6,4%. Dovremmo aggiungere che, con la rivalutazione dei titoli, il rendimento sale al 16%, ma non possiamo dimenticare che, se la Borsa va male, abbiamo l’effetto contrario. Il secondo mestiere, che assorbe 1,8 miliardi di capitale, dà il 14%. Il terzo e il quarto mestiere, l’uno in fase di espansione, l’altro di lancio, impiegano 650 milioni in tutto e rendono il 26 e il 10%. In queste ultime attività Mediobanca potrà trovare fonti di reddito tali da stabilizzarne l’andamento. Ma sono tutte da sviluppare. E la misura dello sviluppo è una scelta delicata perché si tratta di attività in competizione con le banche azioniste. Nel prossimo esercizio, Generali e Rcs saranno consolidate pro quota così da avere un sensibile miglioramento dell’utile e da evitarne l’esposizione al fair value, che avrebbe aumentato a dismisura il patrimonio facendo crollare il roe. Il resto del portafoglio, invece, verrà conteggiato al mercato con Pirelli, Telecom, Fiat e Italmobiliare in stand by e tutto il resto vendibile non appena convenga. Con ciò si pongono le premesse per liberare risorse che si aggiungerebbero al già elevato eccesso di capitale (1,6 miliardi) disponibile per investimenti ‟produttivi” o finanziari come da piano. In alternativa, ci sarebbe spazio per dividendi straordinari, ma i soci di Mediobanca si son sempre detti diversi dal Tesoro che prosciuga l’Enel. E tuttavia nemmeno loro sono soci facili. L’istituto guida sempre la classifica del merchant banking in Italia, ma è rimasto fuori da partite scottanti come quella Fiat. Un’assenza che potrebbe essere presto recuperata sul fronte, per esempio, di Telecom Italia il cui azionariato di riferimento verrà ridisegnato nel 2006: su banchi di prova come questo, più che sui retail financial services, verrà misurata la differenza tra il nuovo e il vecchio. In piazzetta Cuccia aperti diversi filoni: dalla gestione dei patrimoni alla holding di partecipazioni.
(Con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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