La tempesta che ha distrutto New Orleans si è materializzata dai mari tropicali e dalla furia atmosferica, 125 miglia a largo delle Bahamas. Inizialmente classificata come «depressione tropicale 12» il 23 agosto, rapidamente si è intensificata diventando «tempesta tropicale Katrina»: l’undicesimo uragano cui sia stato assegnato un nome in una delle stagioni più ricche di uragani della storia. Raggiunta la terraferma vicino Miami il 24, Katrina era diventata un piccolo uragano – categoria 1 della scala Saffir-Simpson – con venti a 125 chilometri orari che avevano ucciso nove persone e lasciato senza corrente elettrica un milione di residenti. Attraversando la Florida e raggiungendo il Golfo del Messico, dove ha vagato per quattro giorni, Katrina ha subito una trasformazione mostruosa e in gran parte inattesa. Assorbendo grandi quantitativi di energia dalle acque del Golfo, calde in modo abnorme (tre gradi centigradi sopra la temperatura media di agosto), Katrina è cresciuta improvvisamente diventando uno spaventoso uragano di classe 5, con venti a 290 km/h che alimentavano onde degne di uno tsunami, alte quasi dieci metri. (Come ha poi spiegato ‟Nature”, Katrina ha assorbito dal Golfo talmente tanto calore, che «dopo il suo passaggio la temperatura dell’acqua è scesa fortemente, scendendo in alcune regioni da 30 a 26 gradi centigradi».) Raramente gli sbigottiti meteorologi avevano visto un uragano caraibico aumentare la sua potenza in modo così eclatante, e tra ricercatori si è dibattuto se la crescita esplosiva di Katrina sia un esempio degli effetti del riscaldamento globale sull’intensità degli uragani. La mattina di lunedì 29 agosto, quando ha raggiunto la terraferma presso la foce del fiume Mississippi a Plaquemines Parish, Louisiana, Katrina era scesa alla categoria 4 (venti a 210-249 km/h): una ben magra consolazione per gli impianti petroliferi, i bacini ittici e i villaggi cajun che si trovavano sul suo cammino. A Plaquemines, e poi ancora sulla Gulf Coast in Mississippi e Alabama, Katrina ha sconvolto i bayou (zone paludose, ndt) con rabbia irrefrenabile, lasciandosi alle spalle un paesaggio così devastato che pareva una Hiroshima immersa nell’acqua.
Originariamente la città di New Orleans, con i suoi 1.300.000 abitanti, si trovava proprio sulla rotta di Katrina, ma il ciclone ha virato a destra dopo aver raggiunto la costa e il suo occhio è passato 55 chilometri ad est della città. «The Big Easy» – edificata in gran parte sotto il livello del mare e confinante con il bacino di acqua salata conosciuto come Lago Pontchartrain (a nord) e Lago Borgne (a est) – è stata parzialmente risparmiata dai venti di Katrina, ma non dalle sue acque. Le ondate causate dall’uragano in entrambi i laghi hanno sfondato gli argini notoriamente inadeguati – meno alti rispetto a zone più ricche – che proteggevano la zona est di New Orleans, in maggioranza nera, e gli adiacenti sobborghi bianchi abitati dai colletti blu di St. Bernard Parish. L’allarme non è stato dato, e le acque sono salite rapidamente intrappolando e uccidendo centinaia di persone che non erano state evacuate e che si trovavano nella loro camera da letto, tra cui 34 anziani di una casa di risposo. Più tardi, probabilmente intorno a mezzogiorno, una barriera più grande ha ceduto al 17th Street Canal, facendo riversare il Lago Pontchartrain nei quartieri centrali della città, che si trovano in basso. Anche se i siti turistici più famosi di New Orleans, compresi il quartiere francese e il Garden District, e i più aristocratici quartieri adiacenti, come Audubon Park e Lakeshore, sorgono su un terreno più elevato e sono sopravvissuti all’inondazione, nelle altre zone della città l’acqua è arrivata fino ai tetti delle case o ancora più in alto, danneggiando o distruggendo oltre 250.000 abitazioni. La popolazione ha prontamente coniato il nome «Lake George», dal nome del presidente che non ha costruito i nuovi argini, né è venuto in suo soccorso dopo il cedimento di quelli vecchi. Anche se Bush ha in seguito dichiarato che «la tempesta non ha fatto discriminazioni», ogni aspetto della catastrofe è stato in realtà caratterizzato da disuguaglianze di classe e di razza. Oltre a smascherare le false promesse del Dipartimento della sicurezza interna (Department of Homeland Security), secondo cui l’America sarebbe stata più sicura, lo «shock and awe» di Katrina ha anche messo a nudo le devastanti conseguenze dell’atteggiamento negligente del governo federale nei confronti delle grandi città abitate in maggioranza da neri e latinos, e delle loro infrastrutture. La sconcertante incompetenza della Fema (Federal Emergency Management Agency, l’agenzia federale addetta alla protezione civile, ndt) ha dimostrato quanto sia folle affidare incarichi pubblici, da cui dipende la vita o la morte delle persone, a politici impreparati ed a nemici ideologici del «big government». E la rapidità con cui Washington ha sospeso le tutele sui minimi salariali previste dal Davis-Bacon Act spalancando le porte di New Orleans a sciacalli come Halliburton, The Shaw Group e Blackwater Security – già ingrassatisi con il bottino del Tigri – contrasta oscenamente con il ritardo con cui la Fema ha inviato acqua, viveri e autobus alle persone intrappolate nell’inferno maleodorante del Louisiana Superdome.
Ma se – come ora pensano molti dei suoi amareggiati esuli – New Orleans è stata lasciata morire per l’incompetenza e la negligenza del governo, sotto accusa sono anche la residenza del Governatore a Baton Rouge e, soprattutto, il Municipio in Perdido Street. Il sindaco africano-americano C. Ray Nagin – il ricco manager di una tv via cavo eletto nel 2002 con l’87% dei voti dei bianchi – era il responsabile ultimo della sicurezza dei cittadini (secondo le stime, un quarto della popolazione) infermi o troppo poveri per possedere un’automobile. Il fatto incredibile che Nagin non abbia messo a disposizione risorse per evacuare gli abitanti privi di auto e i pazienti ricoverati negli ospedali – sebbene il modo approssimativo in cui la città aveva risposto alla minaccia dell’uragano Ivan nel settembre 2004 fosse già un campanello d’allarme – riflette qualcosa di più dell’inettitudine personale: è anche il simbolo dell’atteggiamento insensibile delle élite cittadine, sia bianche che nere, nei confronti dei loro concittadini poveri che abitavano nei quartieri a ridosso delle paludi e nelle case popolari fatiscenti. In realtà l’uragano Katrina, che ha colpito la Gulf Coast poco dopo il quarantesimo anniversario della legge sul diritto di voto del 1965, ha rivelato quanto la promessa di pari diritti per gli africanoamericani poveri sia stata disonorata e tradita dalle amministrazioni di tutti i livelli.

Dov’è il calvario?
La morte di New Orleans, naturalmente, era stata predetta. Anzi, nessun disastro della storia americana era stato previsto in anticipo così accuratamente. Il segretario alla sicurezza interna Michael Chertoff ha poi dichiarato che «le dimensioni dell’uragano superavano qualunque cosa il suo Dipartimento potesse prevedere» ma questo, semplicemente, non è vero. Anche se sono stati sorpresi dall’improvvisa trasformazione di Katrina in un uragano gigantesco, gli scienziati avevano la cupa certezza di ciò che New Orleans poteva aspettarsi dall’arrivo di un grande uragano. «La cosa triste» ha detto un ricercatore dopo il passaggio di Katrina, «è che l’avevamo previsto al 100%». Sin dalla brutta esperienza dell’uragano Betsy, una tempesta di categoria 2 che nel settembre 1965 inondò molte zone orientali di Orleans Parish, ora nuovamente sommerse da Katrina, la vulnerabilità di New Orleans alle onde create dagli uragani è stata ampiamente studiata e pubblicizzata. Nel 1998, dopo un incontro ravvicinato con l’uragano Georges, la ricerca si è intensificata. Un sofisticato studio computerizzato della Louisiana State University metteva in guardia sulla «virtuale distruzione» della città da parte di un uragano di categoria 4 che si fosse avvicinato da sud-ovest. Gli argini e le barriere di New Orleans sono progettati per resistere solo a un uragano di categoria 3, ma anche questa soglia di protezione si è rivelata illusoria nelle simulazioni al computer fatte lo scorso anno dal genio militare (Army Corps of Engineers). La continua erosione delle isole della Louisiana meridionale, che costituiscono una barriera, e le paludi dei bayou, (una perdita annuale di fascia costiera stimata in 60-100 chilometri quadrati) fa aumentare l’altezza delle onde che spazzano New Orleans mentre la città stessa, insieme ai suoi argini, sta lentamente affondando. Il risultato è che anche un uragano di categoria 3, pur muovendosi lentamente, oggi inonderebbe gran parte della città. Il riscaldamento globale e la crescita del livello del mare non faranno che rendere ancora più grande il «Big One», come la popolazione di New Orleans e quella di Los Angeles chiamano l’apocalisse locale. Affinché i politici non avessero difficoltà a capire le implicazioni di queste previsioni, altri studi hanno prodotto un modello dell’esatta portata dell’inondazione e delle vittime previste in caso di impatto diretto. I super-computer non hanno fatto che sfornare gli stessi numeri terrificanti: almeno 160 chilometri quadrati della città sott’acqua con 80.000-100.000 morti, il peggior disastro nella storia americana. Alla luce di questi studi, nel 2001 la Fema ha fatto sapere che un’inondazione da uragano a New Orleans era una delle tre mega-catastrofi che avevano maggiori probabilità di colpire gli Stati uniti nel prossimo futuro (insieme a un terremoto in California e ad un attacco terroristico a Manhattan). Poco tempo dopo, ‟Scientific American” ha pubblicato un resoconto del pericolo di inondazione («Drowning New Orleans») tanto agghiacciante quanto dettagliato, così come una successiva serie di articoli apparsa su ‟Times-Picayunenel 2002” («The Big One») e vincitrice di un premio. Lo scorso anno, poiché i meteorologi avevano previsto una forte intensificazione degli uragani, i funzionari federali hanno condotto una elaborata esercitazione («Hurricane Pam»). Questa ha confermato ancora una volta che le vittime sarebbero state probabilmente nell’ordine di decine di migliaia. L’amministrazione Bush ha reagito a queste spaventose previsioni respingendo le pressanti richieste di maggiore protezione dalle inondazioni: il fondamentale progetto Coast 2005 per recuperare zone paludose di protezione – il risultato di un decennio di ricerche e trattative – è stato accantonato e gli stanziamenti per gli argini, compreso il completamento dei baluardi intorno al lago Pontchartrain, sono stati ripetutamente tagliati. In parte, questa scelta è stata una conseguenza delle nuove priorità di Washington che hanno compresso il budget del genio militare: un grosso taglio alle tasse per i ricchi, il finanziamento della guerra in Iraq e, ironicamente, i costi di Homeland Security, il Dipartimento per la sicurezza interna. Eppure, senza alcun dubbio, vi è anche un motivo sfacciatamente politico: New Orleans è una città solidamente democratica, è abitata in maggioranza da neri e i suoi elettori frequentemente decidono l’esito delle elezioni statali. Perché un’amministrazione così implacabilmente «di parte» dovrebbe ricompensare questa spina nel fianco di Karl Rove autorizzando i 2,5 miliardi di dollari che, secondo le stime del genio militare, sarebbero necessari per costruire intorno a New Orleans un baluardo di protezione da un uragano di categoria 5? Per la verità, quando nel 2002 il capo del genio militare, un ex deputato repubblicano, ha protestato contro il modo in cui venivano sacrificati i progetti per il controllo delle inondazioni, Bush lo ha rimosso dall’incarico. L’anno scorso l’amministrazione ha anche fatto pressione sul Congresso affinché tagliasse 71 milioni di dollari dal budget del genio militare del distretto di New Orleans, e questo, nonostante gli allarmi sull’intensificarsi degli uragani. (Ad essere onesti, Washington ha destinato molti soldi alla Louisiana, soldi che però sono andati in larga parte ad opere pubbliche non legate agli uragani facendo gli interessi dell’industria dei trasporti e dei distretti repubblicani più convinti). Oltre ad avere finanziato in modo insufficiente il ripristino della fascia costiera e l’edificazione degli argini, la Casa bianca ha anche vandalizzato la Fema in modo irresponsabile. Sotto la direzione di James Lee Witt (che aveva il rango di membro del governo) la Fema era stata il fiore all’occhiello dell’amministrazione Clinton, guadagnandosi elogi bipartisan per l’efficienza dei suoi interventi di ricerca e soccorso, e per il pronto invio di aiuti federali dopo le inondazioni del fiume Mississippi nel 1993 e il terremoto di Los Angeles nel 1994. Quando però nel 2001 sono subentrati i repubblicani, l’agenzia è stata trattata alla stregua di un territorio nemico: il nuovo direttore Joe M. Allbaugh, ex manager della campagna di Bush, ha bollato l’assistenza nei disastri come un «programma assistenziale sovradimensionato» e ha chiesto agli americani di fare maggiore affidamento sull’Esercito della salvezza ed altri gruppi religiosi. Allbaugh ha puntualmente tagliato molti dei programmi principali che dovevano mitigare l’effetto delle inondazioni e degli uragani. Poi, nel 2003, si è dimesso per diventare un consulente pagato a peso d’oro dalle imprese che aspiravano ad avere contratti in Iraq. (Com’è nel suo stile, recentemente è riapparso in Louisiana come mediatore d’affari per le imprese che mirano ad aggiudicarsi i remunerativi appalti per la ricostruzione dopo il passaggio di Katrina). Da quando nel 2003 è stata assorbita nel Dipartimento per la sicurezza interna, il nuovo Department of Homeland Security, con relativa perdita di rappresentanza nel governo, la Fema è stata ripetutamente ridimensionata e intrappolata in nuovi livelli di burocrazia e clientelismo. Lo scorso anno i dipendenti della Fema hanno scritto al Congresso: «i responsabili della gestione delle emergenze della Fema sono stati soppiantati nel loro lavoro da contractors dotati di entrature politiche e da nuovi assunti con scarsa preparazione ed esperienza sul campo». Un esempio tipico è il successore e protégé di Allbaugh, Michael Brown, un avvocato repubblicano senza esperienza nella gestione delle emergenze e con un curriculum vitae fasullo, il cui precedente lavoro consisteva nel rappresentare i ricchi proprietari di cavalli arabi. Sotto la direzione Brown, l’agenzia ha continuato nella sua metamorfosi da un approccio che prevedeva tutti i possibili rischi, a un’enfasi monomaniacale sul terrorismo. I tre quarti delle sovvenzioni federali per la preparazione ai disastri, che la Fema usava in precedenza per sostenere la prevenzione di terremoti, uragani e inondazioni a livello locale, sono stati invece dirottati su vari scenari anti-terrorismo. L’amministrazione Bush, in effetti, ha costruito una linea Maginot contro le ipotetiche minacce di al Qaeda trascurando però argini, baluardi e idrovore. Così c’era ogni ragione di preoccupazione, se non di panico, quando domenica 28 agosto Max Mayfield, il direttore del National Hurricane Center di Miami, ha avvertito in video-conferenza il presidente Bush (ancora in vacanza in Texas) e i funzionari di Homeland Security che Katrina avrebbe devastato New Orleans. Eppure il direttore Brown, di fronte alla possibile morte di 100.000 persone, appariva tracotante: «siamo pronti. Ci siamo preparati a questo tipo di disastro per molti anni perché abbiamo sempre saputo di New Orleans...». Per mesi Brown e il suo capo, il segretario alla sicurezza interna Michael Chertoff, avevano strombazzato il nuovo National Response Plan, che in caso di disastro avrebbe garantito un coordinamento senza precedenti tra le agenzie governative. Ma mentre le acque inghiottivano New Orleans e i suoi sobborghi, era difficile trovare qualcuno che rispondesse al telefono o che assumesse il comando delle operazioni di soccorso. «Un sindaco del mio distretto», ha detto al ‟Wall Street Journal” un furibondo deputato repubblicano, «ha cercato di ottenere soccorsi per i suoi concittadini, che erano stati colpiti direttamente dall’uragano. Ha telefonato per chiedere aiuto, l’hanno lasciato in attesa per 45 minuti. Alla fine, un burocrate gli ha promesso che avrebbe scritto un promemoria per il suo superiore». Anche se la spina dorsale del National Response Plan doveva essere un sistema di comunicazioni all’avanguardia, i soccorritori affannati e gli amministratori cittadini sono stati afflitti dall’interruzione dei sistemi telefonici e dalla mancanza di un canale di comunicazione. Allo stesso tempo, si sono trovati immediatamente privi di tutto il necessario dal punto di vista logistico – razioni di cibo, acqua potabile, sacchi di sabbia, carburante per i generatori, telefoni satellitari, gabinetti chimici, autobus, barche ed elicotteri – che la Fema avrebbe dovuto pre-installare a New Orleans. Decisivo è stato il fatto che inspiegabilmente, quando New Orleans è stata inondata, il segretario alla sicurezza interna Michael Chertoff ha aspettato ben 24 ore prima di classificare il disastro come «incidente di rilevanza nazionale», cioè la pre-condizione legale per far marciare a pieno ritmo la risposta federale. Più della riluttanza del presidente a tornare al lavoro, o del vice-presidente a interrompere il giro di ricerca di una casa, o della segretaria di stato a sospendere la sua spedizione a Manhattan per comperare delle scarpe, è stata la lentezza pachidermica del cervello di Homeland Security nel registrare le dimensioni del disastro a condannare così tante persone a morire aggrappate al tetto di casa o in un letto d’ospedale. Ricoperti dagli elogi prematuri e imbarazzanti del presidente per i loro eroici sforzi, Chertoff e Brown sembravano dei sonnambuli. Ancora giovedì (2 settembre), Chertoff ha stupito un intervistatore della radio pubblica nazionale sostenendo che le scene di morte e disperazione all’interno del Superdome, cui il mondo intero stava assistendo in televisione, erano solo «dicerie e aneddoti». Nel frattempo Brown, il direttore della Fema, biasimava le vittime affermando che la maggior parte dei decessi erano avNonostante le affermazioni del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, secondo il quale l’Iraq non avrebbe avuto niente a che vedere con Katrina, l’assenza di più di un terzo della guardia nazionale della Louisiana e di gran parte del suo equipaggiamento pesante ha azzoppato le operazioni di salvataggio e di soccorso sin dall’inizio. La Fema stessa ha ostacolato i soccorsi, invece di facilitarli: ad esempio, impedendo ai velivoli civili di evacuare i pazienti dagli ospedali e perdendo tempo prima di autorizzare l’ingresso della guardia nazionale non appartenente allo stato e delle squadre di soccorso nell’area di New Orleans. Come ha detto amareggiato a Times-Picayune un rappresentante di St. Bernard Parish: «I soccorsi canadesi sono arrivati prima dell’esercito degli Stati uniti» .
Anche il municipio di New Orleans avrebbe avuto bisogno di soccorsi canadesi: l’unità di crisi al nono piano è stata fuori uso fin dalle prime fasi dell’emergenza perché non c’era il carburante diesel per il generatore autonomo. Per due giorni, il sindaco Nagin e i suoi collaboratori sono stati completamente tagliati fuori dal mondo esterno per il mancato funzionamento delle linee telefoniche terrestri e dei telefoni cellulari. Questo crollo dell’apparato di comando e controllo della città è sconcertante in considerazione dei 18 milioni di dollari in sovvenzioni federali che la città ha speso a partire dal 2002 in addestramento per affrontare esattamente contingenze di questo tipo. Ancor più misteriosa è stata la relazione tra Nagin e i suoi interlocutori statali e federali. Come il sindaco ha detto sinteticamente in seguito, il piano di emergenza cittadino era «far andare la popolazione in zone più elevate e farle inviare i soccorsi in elicottero dai federali e dallo stato», eppure il responsabile della sicurezza interna di Nagin, il colonnello Terry Ebbert, ha stupito i giornalisti ammettendo che non aveva «mai parlato con la Fema del piano di emergenza statale». In seguito Nagin ha cercato di giustificarsi dicendo che la Fema non aveva distribuito preventivamente aiuti, né ha prontamente inviato autobus e medicine al Superdome. Ma pianificare l’evacuazione era innanzitutto compito della municipalità; ed esercitazioni e ricerche avevano precedentemente evidenziato che almeno un quinto della popolazione non sarebbe stata in grado di abbandonare New Orleans senza assistenza. Per la verità, nel settembre 2004 Nagin era stato criticato duramente per non aver fatto alcun tentativo di evacuare gli abitanti poveri mentre i loro vicini più danarosi montavano in macchina e lasciavano la città prima dell’arrivo di Ivan, un uragano di categoria 3 (che fortunatamente ha virato evitando la città all’ultimo momento). Per tutta risposta, la municipalità ha prodotto (ma mai distribuito) 30.000 video destinati ai quartieri poveri che invitavano gli abitanti a «non aspettare la municipalità, non aspettare lo stato, non aspettare la Croce rossa... vattene via». In assenza di un piano ufficiale per fornire gli autobus, o meglio ancora i treni, necessari a evacuare la città, questo consiglio sembra suggerire che i poveri dovevano andarsene a piedi. (Quando nel Superdome le condizioni igieniche e di ordine sono saltate, centinaia di persone hanno effettivamente tentato di fuggire dalla città attraversando a piedi un ponte che conduce nel sobborgo bianco di Gretna, ma sono state respinte da poliziotti locali che, in preda al panico, hanno sparato in aria).

Una pulizia etnica parziale
Com’è inevitabile,molti di coloro che sono stati abbandonati ad annegare nei loro quartieri interpreteranno la negligente incoscienza del Municipio nel contesto delle aspre divisioni economiche e razziali che da lungo tempo fanno di New Orleans la città più tragica degli Stati uniti. Non è un segreto che le élite affaristiche di New Orleans e i loro alleati nel Municipio vorrebbero sospingere fuori della città i segmenti più poveri della popolazione, accusati dell’alto tasso di criminalità. Caseggiati adibiti storicamente ad alloggi popolari sono stati demoliti per fare spazio alle case di un ceto più abbiente e a un Wal-Mart. In altri insediamenti popolari, gli inquilini vengono regolarmente sfrattati per atti illeciti futili come la violazione del coprifuoco da parte dei loro figli. L’obiettivo finale sembra quello di trasformare New Orleans in un parco a tema per turisti – una Las Vegas sul Mississippi – nascondendo la povertà cronica nei bayou, nelle aree per roulotte e nelle carceri fuori città.
Non sorprende che alcuni sostenitori di una New Orleans più bianca e più sicura vedano in Katrina un piano divino. «Finalmente abbiamo fatto piazza pulita delle case popolari a New Orleans» ha confidato un influente repubblicano della Louisiana ai lobbisti di Washington. «Noi non potevamo farlo, ma Dio lo ha fatto». Similmente, il sindaco Nagin si è vantato delle sue strade vuote e dei suoi quartieri distrutti. «Questa città è per la prima volta libera dalle droghe e dalla violenza, e abbiamo intenzione di mantenerla così». La parziale pulizia etnica di New Orleans sarà un fatto compiuto, senza che le amministrazioni locali e quella federale debbano fare grossi sforzi per dare una casa a prezzi abbordabili alle decine di migliaia di inquilini poveri attualmente dispersi nei rifugi per profughi in tutto il paese. Già si discute sulla possibilità di trasformare alcuni dei quartieri più poveri che sorgono in basso, come Lower Ninth Ward, in bacini di ritenzione idrica per proteggere le zone più ricche della città. Come il Wall Street Journalha giustamente sottolineato, «questo significherebbe impedire ad alcuni degli abitanti più poveri di New Orleans di fare ritorno nel loro quartiere». Come tutti riconoscono, la ricostruzione di New Orleans e del resto della regione del Golfo colpita dall’uragano sarà uno scontro politico epico. Il sindaco Nagin ha già interpretato le aspirazioni dei ceti abbienti annunciando che nominerà una commissione di esperti per la ricostruzione composta da 16 persone e divisa in parti uguali tra bianchi e neri, anche se la città è per oltre il 75% africano-americana. Nel frattempo, i sobborghi bianchi di New Orleans (i trampolini sociali degli spaventosi successi elettorali del neo-nazista David Duke all’inizio degli anni ’90) difenderanno strenuamente i loro interessi, mentre il potente establishment repubblicano del Mississippi ha già avvisato che non farà da spalla ai democratici di New Orleans. In questo inevitabile scontro di gruppi d’interesse, è improbabile che i tradizionali quartieri neri – la vera culla della sensibilità gioiosa e della cultura jazz della città – riescano a esercitare molta influenza.
L’amministrazione Bush nel frattempo spera di trovare la propria resurrezione in una combinazione di rampante keynesismo fiscale e ingegneria sociale fondamentalista. Naturalmente, l’effetto immediato di Katrina sul Potomac è stato un calo talmente brusco della popolarità del presidente – e, parallelamente, dell’occupazione Usa in Iraq – che la stessa egemonia repubblicana è improvvisamente apparsa in pericolo. Per la prima volta dagli scontri di Los Angeles del 1992, le questioni poste dai «vecchi democratici» come la povertà, l’ingiustizia razziale e gli investimenti pubblici si sono momentaneamente imposte al dibattito pubblico, e il Wall Street Journal ha avvisato i repubblicani che devono «tornare all’offensiva politica e intellettuale» prima che qualche liberal alla Ted Kennedy possa riproporre un rimedio stile New Deal, come ad esempio una grossa agenzia federale per il controllo delle inondazioni o il ripristino della fascia costiera lungo la Gulf Coast. Su questa linea, la Heritage Foundation ha ospitato riunioni protrattesi fino a tarda sera in cui ideologi conservatori, quadri del Congresso e fantasmi del passato repubblicano (come Edwin Meese, ex segretario alla giustizia di Nixon) hanno presentato una strategia per salvare Bush dalle conseguenze nefaste del calo di popolarità della Fema. Jackson Square a New Orleans, illuminata a giorno ma vuota, è diventata il fondale spettrale del discorso che il presidente ha tenuto il 15 dicembre sulla ricostruzione dopo l’uragano. È stata una performance straordinaria. Con aria radiosa, Bush ha promesso ai due milioni di vittime di Katrina che la Casa bianca si accollerà gran parte delle spese per i danni, stimati in 200 miliardi di dollari: una spesa pubblica in disavanzo talmente alta che avrebbe fatto girare la testa persino a Keynes. (Il presidente sta ancora proponendo un altro grosso taglio delle tasse per i super-ricchi). Bush ha poi corteggiato la sua base politica con un elenco di riforme sociali cui i conservatori aspirano da tempo: buoni per la scuola e per la casa, l’assegnazione alle chiese di un ruolo centrale, una lotteria «per una casa in città», ampie agevolazioni fiscali alle imprese, la creazione di una «Gulf Opportunity Zone», e la sospensione di fastidiose norme governative (come i minimi salariali nell’edilizia e le norme ambientali sulle trivellazioni off-shore). Per i conoscitori della «Bush-lingua», il discorso di Jackson Square è stato un momento di squisito déjà vu: promesse simili non erano forse state fatte sulle rive dell’Eufrate? Come ha cinicamente osservato Paul Krugman, la Casa bianca, avendo tentato di fare dell’Iraq «un laboratorio per le politiche economiche conservatrici» e non essendoci riuscita, può ora fare i suoi esperimenti sui traumatizzati abitanti di Biloxi e di Ninth Ward. Il deputato Mike Pence, un leader del potente Republican Study Group – che ha contribuito a scrivere l’agenda del presidente per la ricostruzione – ha sottolineato che i repubblicani faranno della devastazione causata dall’uragano un’utopia capitalistica. «Vogliamo fare della Gulf Coast un magnete per la libera impresa. L’ultima cosa che vogliamo, dove un tempo c’era New Orleans, è una città federale». Significativamente, come ha scritto di recente il New York Times, attualmente il genio militare di New Orleans è guidato dallo stesso personaggio che in precedenza supervisionava i contratti in Iraq. Lower Ninth Ward potrebbe non esistere mai più, ma i proprietari dei bar e dei locali di strip-tease nel quartiere francese stanno già pregustando i guadagni che li attendono, quando i lavoratori della Halliburton, i mercenari della Blackwater e gli ingegneri della Bechtel lasceranno a Bourbon Street i loro stipendi federali. Come si dice nel Vieux Carré e alla Casa bianca: laissez les bon temps rouler!
Mike Davis

Mike Davis

Mike Davis (1946) è teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Molto conosciuto per le sue prese di posizione politiche, ha al suo attivo numerosi libri. Insegna alla University of California. Tra le sue opere più apprezzate: Città di quarzo (manifestolibri, 1991); Geografie della paura (Feltrinelli, 1999); I latinos alla conquista degli Usa (Feltrinelli, 2001); Olocausti tardovittoriani (Feltrinelli, 2002); Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli, 2002); Cronache dallImpero (manifestolibri, 2004); Il pianeta degli Slum (Feltrinelli, 2006).

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