Otto studenti sono accovacciati tra pile di vestiti di seconda mano, coperte usate, scialli e teli tenda. Hanno il compito di scegliere i capi pesanti, specie giacche a vento e pullover, e gettarli in grossi sacchi di iuta azzurri generalmente utilizzati per il riso. Due maestri di Corano col pennarello nero annotano il contenuto sul sacco. Così, giorno dopo giorno da due settimane. ‟È il nostro contributo per le vittime del terremoto. La gente del Kashmir sa che i fratelli musulmani non la abbandonano. Mai. E certo non nei momenti del bisogno”, dice fiero Fakhar Islam, allievo delle classi avanzate, che ha rinunciato alle vacanze del Ramadan pur di poter aiutare. Lui come tanti. Perché in questi giorni non stanno a casa gli studenti della madrassa Dar Ul Alum Hakkania, una delle più grandi e importanti tra le migliaia di scuole religiose diffuse nella provincia di Peshawar. Terra di confine sulle montagne tra Pakistan e Afghanistan. A pochi chilometri da qui iniziano le ‟zone tribali”, considerate patria adottiva e rifugio per Osama Bin Laden e i quadri militanti di al Qaeda. E terre dove parte la massiccia catena della solidarietà islamica.
I risultati li incontri poi verso Abbottabad, Balakot, Muzzafarabad, sui villaggi di montagna devastati. Migliaia tra medici, infermieri e volontari del Jamiat Ulama Islam, Jaamat Islamiia e gli altri quattro partiti che compongono la Muttahida Majlis-e-Amal (la maggiore coalizione musulmana di opposizione al governo di Pervez Musharraf) sono impegnati a tempo pieno per ‟portare aiuto ai due milioni e mezzo di fratelli rimasti senza casa”. Uno sforzo gigantesco. Ma quanto è solo umanitario? Qual è la sua valenza politica? ‟Immensa. Per Musharraf il terremoto sta diventando ciò che l’uragano Katrina ha rappresentato per George Bush: una sconfitta politica grave. Con la differenza che il presidente pakistano è molto ma molto più debole. Se non riesce a correggere l’impressione del fallimento dei primi giorni dopo l’8 ottobre, rischia persino di non arrivare alle elezioni del 2007”, afferma Ahmed Rashid, noto intellettuale di Lahore considerato tra i massimi esperti del movimento talebano e del radicalismo islamico in Asia. I leader delle madrasse minimizzano. ‟Davanti a oltre 50.000 morti e una tragedia tanto grave il nostro appello è per l’unità. Ci sono circa 15.000 madrasse nella regione di Peshawar. I nostri dormitori hanno posto per almeno mezzo milione di persone. È però un peccato che il governo non abbia ancora risposto alla nostra offerta di metterle e disposizione dei sopravvissuti”, dice il senatore Sami-ul-Haq, direttore della Hakkania. Per i dirigenti di Islamabad la tentazione è grande. Ma accettare in queste condizioni sarebbe una sconfitta. Dal momento della scoperta della ‟pista pakistana” dopo gli attentati di Londra quest’estate, Musharraf ha infatti lanciato una vasta campagna di riforma tra le scuole coraniche. ‟I suoi obiettivi sono almeno tre: espellere gli oltre 1.400 studenti stranieri, molti di loro considerati potenziali militanti di al Qaeda. Imporre programmi di studio molto più laici, legati al curriculum statale, per controllare il diffondersi del fondamentalismo. E conoscere le fonti di aiuto finanziario straniero delle madrasse, spesso legato ai radicali waabiti in Arabia Saudita. Il problema è che i capi delle madrasse sono troppo forti, hanno sino a 25.000 scuole con un numero di studenti che potrebbe sfiorare i 3 milioni in tutto il Paese.
Davanti al loro netto rifiuto a cooperare, il governo si è semplicemente ritirato in buon ordine”, sostengono fonti diplomatiche occidentali a Islamabad. Il rettore dell’Università Islamica Internazionale nella capitale, Khalil-ur-Rehman Khan, incarna con le sue parole il senso di sfida allo Stato diffuso tra i partiti dell’opposizione e i loro intellettuali. ‟Musharraf è debole, manca di legittimità. È andato al potere nel 1999 con un colpo di Stato, non ha alcun autentico sostegno popolare. Dipende in tutto e per tutto dai militari, che a loro volta sono molto legati al mondo islamico. Si difende con la dittatura, limita le libertà di stampa e censura i madornali fallimenti nel meccanismo degli aiuti per le vittime del terremoto”, sostiene senza peli sulla lingua. Eppure Khan non crede che i ritardi e le difficoltà nell’intervento a favore dei terremotati possano condurre alla caduta del regime. ‟Mi aspetto un altro colpo di Stato. Ma non ora. Il Paese non è pronto. E adesso siamo troppo preoccupati dall’emergenza”, dice.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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