‟Se Allah vorrà questo sarà l’inizio di una nuova èra per il nostro Paese”, disse Ahmadinejad il 24 giugno infilando la scheda nell’urna in una moschea di Narmak, vicino casa sua. In quella moschea c’era andato fin da bambino con il padre, un fabbro immigrato dalla provincia di Garnsar, e ci va ora con i suoi due figli. Sull’asfalto davanti alla moschea è dipinta una bandiera americana in modo che le automobili passando siano obbligate a calpestarla, e se uno chiede quali idee sul mondo abbiano i frequentatori della moschea (quasi tutti basiji come Ahmadinejad) si sentirà per prima cosa rispondere: ‟Israele non lo accettiamo”.
Questo è il retroterra sociale da cui proviene il nuovo presidente iraniano, e non ha nulla a vedere con quello della nomenklatura dei teocrati , le famiglie dei seyed dai turbanti neri come Khatami, o degli imprenditori ricchi come Rafsanjani, che hanno molto da perdere da una situazione di tensione internazionale. Ieri Khatami ha criticato ieri indirettamente il suo successore: ‟Non dobbiamo pronunciare parole che ci creino problemi economici e politici con il mondo. La Repubblica islamica non ha la missione di trasformare il mondo intero o di favorire la creazione di governi che ci convengano”, ha detto l’ex presidente.
Nonostante le critiche all’estero e all’interno (velate queste ma non meno preoccupate), Ahmadinejad, cocciuto e orgoglioso come dicono che sia, non ha desistito dai suoi propositi. Ha scelto la solita platea di basiji (le milizie islamiche volontarie) per dire che non aveva fatto altro che ripetere le parole che ‟nei 27 anni passati sono state la posizione del leader della rivoluzione Khomeini”. Ieri Khamenei ha dato manforte a Ahmadinejad. Ha detto che ‟la resistenza palestinese farà cadere il regime sionista” e ha messo in guardia i Paesi arabi ‟sottomessi” agli Stati Uniti: ‟Gli Usa vogliono creare regimi fantoccio. Egitto, Arabia saudita e Giordania e gli altri Paesi della regione devono mettere in conto che gli Stati Uniti non hanno solo un problema con il Libano e la Siria”. Ahmadinejad a sua volta ha ribadito che riconoscere Israele dopo il ritiro da Gaza sarebbe ‟un crimine imperdonabile” per i paesi arabi, che ‟si troverebbero a fronteggiare la Umma, la comunità islamica mondiale”. Ahmadinejad ha ripetuto tranquillo che il programma nucleare (civile) iraniano andrà avanti. Khamenei ha cercato di dissipare i sospetti: ‟Le armi nucleari non sono un buon mezzo per rovesciare un governo, mentre lo è la resistenza e la volontà dei popoli”. Ma sempre più il mondo si chiederà: può avere armi nucleari uno Stato che ha questo atteggiamento? Israele ha chiesto a Kofi Annan di rinunciare al viaggio in Iran ‟per non dare legittimità a uno Stato che chiede la distruzione di un altro”.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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