Vi sono cose, insegna la psicoanalisi, nascoste dalla propria evidenza. Vale anche per la politica, soprattutto in epoca di regime massmediatico. Due anni fa osservavo su queste pagine che la satira è, in Italia, la voce paradossale dell'in-fantia, il linguaggio degli esclusi dal linguaggio. In una parola: la verità - l'evidenza delle cose. Che poi, nell'attuale regime, la satira abbia preso il posto della politica, e non per propria scelta ma per riempire un vuoto di linguaggio, è un effetto collaterale: quando l'opposizione politica rinunciava, per tattica o «riformismo», a dire e vedere che «il re è nudo», la satira riportava all'attenzione l'evidenza nascosta, con grido infantile di denuncia (come nella favola). Il colmo fu sostenere, a proposito di Sabina Guzzanti, che la sua non fosse satira, ma invettiva (su un qualunque dizionario «satira» è definita come «composizione a carattere moralistico o comico fatta dell'unione di ‟poesia‟ e ‟invettiva”). Finché l'altra sera, ospite di Fabio Fazio, la stessa Guzzanti raccontava dello strano processo cui fu sottoposta all'epoca della sua censura alla Rai: se i fatti da lei enunciati erano «veri», allora la sua non era satira, ma informazione, quindi da bocciare; se viceversa erano «falsi», allora (satira o non satira) sarebbe ugualmente incorsa nella censura, e per di più condannata nella causa miliardaria a lei intentata dallo studio Previti (sapete quale). Ecco, nel regime di satira autoreferenziale permanente in cui pure gli anni del governo Berlusconi si identificano, questa mi era sfuggita; anche perché non riguarda uomini di governo, ma quella sorta di berlusconismo trasversale che alligna da anni anche a sinistra.
Che la satira e il mito platonico della caverna fossero denunce coeve, entrambe intrise di politica come lotta alla tirannide delle idee, è consegnato nei libri di scuola. Che in Italia la satira, come i monologhi di Sabina Guzzanti, sia divenuta quasi una descrizione lineare di cose e fatti, e la caricatura della realtà politica consista nello sbarazzarsi delle caricature che già le gravano addosso (esempio, Berlusconi che dichiara di essere stato contro la guerra in Iraq), quindi nel rappresentarla alla lettera, denudata, senza le barocche deformazioni della menzogna, è invece cosa inaudita. Impariamo ancora una volta che la nudità - l'idea della sottrazione - accompagna la satira, così come accompagna la poesia e la buona politica. Come il denudarsi di Benigni in tv, dopo aver mostrato in cosa consista una vera «casa della libertà».
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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