Se la sarebbe mai immaginata, il prudente e misurato Romano Prodi, il ‟cattolico adulto” già bacchettato dalla Cei per la sua scelta di non astenersi al referendum sulla fecondazione assistita, la valanga di contumelie che lo aspettava per aver messo in campo i Pacs? Per la verità qualche preoccupazione doveva averla avuta se la parola proibita, quelle quattro lettere che nella fantasia curiale sembrano evocare disordini familiari e sregolatezze di ogni genere, non aveva trovato posto nel suo programma per le primarie.
Ma sentirsi accusare (dall'”Osservatore Romano”) di voler "lacerare la famiglia", sentir messa in causa la sua cattolicità dall'agenzia della Conferenza episcopale e, in un crescendo inarrestabile, ascoltare il cardinale Camillo Ruini che tuonava contro le nuove convivenze e denunciava l'incostituzionalità dei Pacs, "che produrrebbero un gravissimo danno al popolo italiano", questo proprio superava anche le previsioni più nere del Professore. Ad aggiungere sale sulle ferite c'era poi l'uscita di Francesco Rutelli, che proponeva a sorpresa una forma ridotta di tutela alle coppie di fatto, quei Contratti di convivenza solidale (Ccs), ignoti alle legislazioni degli altri paesi, ma che erano l'esatta fotografia dei contratti di diritto privato proposti come unica soluzione accettabile da Ruini. Nel giro di pochi giorni la proposta di legge sui Pacs, che vede la firma del leader dell'Arcigay Franco Grillini fianco a fianco a quelle di Fassino, di D'Alema, di Barbara Pollastrini e di altri 157 deputati dei vari partiti dell'Unione, Margherita compresa, non era più un ragionevole manifesto di nuovi diritti e obblighi civili per le unioni di fatto.
Di colpo era diventato un testo pericoloso e sovversivo, inaccettabile per la Chiesa e per i suoi zelanti sostenitori, visto che voleva dare dignità pubblica "alle coppie che convivono more uxorio" e riconoscere legalmente i rapporti fra partner omosessuali. Del brivido che corre per la schiena di chi ha a cuore la laicità dello Stato si fa interprete il filosofo Giulio Giorello, che nel suo best-seller 'Di nessuna chiesa' contesta la deriva teocon. "Brutti tempi quando non si applica più il precetto evangelico 'Date a Dio quel che è di Dio', con quel che segue. Voler imporre a Cesare le regole morali della Chiesa è disastroso per lo stesso cristianesimo, oltre che per le leggi della Repubblica", dice Giorello. Per Barbara Pollastrini, la responsabile delle donne Ds, "in questo caso non ci eravamo ispirati solo ai principi laici, ma anche alla solidarietà umana. Crediamo che sia un fatto di civiltà dare dignità e diritti a centinaia di migliaia di persone che ne sono prive. Bisogna saper riconoscere che la modernità e i nuovi stili di vita richiedono normative diverse".
Guardati per anni con blando interesse e oggetto di proposte di legge anche da parte del Polo, adesso i Pacs sembrano avere aperto il vaso di Pandora dell'insofferenza conservatrice per ogni convivenza non tradizionale, della nostalgia per i bei tempi della famiglia gerarchica e inossidabile, quando il divorzio non c'era, ma certi matrimoni si scioglievano lo stesso grazie alla Sacra Rota. Quando l'adulterio (ma solo per la donna) era un reato penale e la compagna di Fausto Coppi, la mitica Dama Bianca, denunciata dal marito abbandonato come 'pubblica concubina', veniva portata via in manette dalla villa del campione a Novi Ligure e spedita in domicilio coatto ad Ancona.
Una trentina d'anni dopo il referendum sul divorzio e dopo una riforma del diritto di famiglia "fondata sulla spontaneità degli affetti", come ha ripetuto tante volte Stefano Rodotà, sembra che qualcuno voglia riportare indietro l'orologio della storia e punire ancora le convivenze, se non sul piano penale, perlomeno su quello della tutela dei diritti. Quasi per paradosso tutto questo succede proprio quando nel nostro presente arriva un vento di novità. Uno degli argomenti usati dai nemici dei Pacs è che le convivenze in Italia sono un fenomeno piuttosto marginale e che in genere queste coppie non chiedono di essere legalizzate. Come spiegano numeri alla mano gli studiosi della famiglia, la realtà è piuttosto diversa. È vero che da noi la scelta delle coppie, in primo luogo di quelle più giovani, di convivere senza sposarsi, dilagata inaspettatamente nell'Europa del Nord più di trent'anni fa, ha messo molto tempo a prendere piede. Ancora all'inizio degli anni '90 era solo l'1,6 per cento e il 2,7 nel 2000. "Ma poi, a partire da quell'anno c'è stata un'accelerazione, che ha portato le coppie di fatto attorno al 4 per cento di oggi, quasi un milione e 100 mila persone, concentrate soprattutto nel Centro-Nord", dice il sociologo Marzio Barbagli, che ha studiato il tema nel suo libro 'Fare famiglia in Italia'. A spingere a questa scelta c'è da un lato un minor interesse per un istituto rigido come il matrimonio, sentito quasi come una camicia di forza per molte donne che lavorano e si mantengono da sole. Ma soprattutto le coppie di fatto non sono più disapprovate socialmente, come era stato a lungo nel nostro paese conservatore. Anno dopo anno sono arrivati all'età di fare famiglia i figli dei sessantottini, della generazione della rottura dei tabù, che non si scandalizzano né chiudono i cordoni della borsa di fronte a queste scelte. E poi cresce il numero di chi convive dopo la rottura del matrimonio precedente (le separazioni sono arrivate al 20 per cento, ma almeno la metà di queste coppie, per ragioni varie, non chiede il divorzio). È in queste famiglie ricostituite che è più alta la necessità dei Pacs perché, spiega l'avvocata napoletana Marinella De Nigris, una delle fondatrici di Telefono Rosa, "è molto duro per una donna separata e che spesso ha dei figli a carico dover vivere nell'irregolarità e nell'insicurezza". Spesso vale anche per gli uomini. E vale a maggior ragione per le coppie gay, di cui peraltro non si conosce il numero esatto perché nell'ultimo censimento non sono state rilevate, in nome del rispetto della privacy richiesto dalle loro stesse associazioni.
D'altra parte è proprio l'immagine di gay e lesbiche che arrivano mano nella mano in municipio a pronunciare il fatidico 'sì', e non solo nella lontana Olanda, ma ormai anche nella cattolicissima Spagna, che agita le gerarchie ecclesiastiche. "L'Italia non ha alcuna velleità zapateriana, non è lecito uno sbrego a un'istituzione più che millenaria come la famiglia", scriveva minacciosamente l'agenzia di stampa della Cei quando Prodi aveva osato assicurare a Franco Grillini che i Pacs sarebbero entrati nel programma dell'Unione. E ha avuto un bel da fare il Professore a spiegare che niente era più lontano dai suoi progetti dei matrimoni omosessuali, che peraltro neanche lo stesso Grillini chiede. Ma Grillini appare in qualche modo il capofila italiano della legge sui Pacs perché le coppie etero, anche se tanto più numerose, non hanno associazioni che le rappresentano e non sfilano nelle strade a rivendicare i loro diritti.
Bisogna dire che negli ultimi tempi in Italia non tira una buona aria per i gay. L'accettazione dell'omosessualità, che sembrava cosa fatta, segna il passo, e proprio il tema del riconoscimento delle coppie di fatto ha aperto la strada a insulti e volgarità che credevamo archiviate. "Nella mia città i culattoni non passeranno", strepita da Treviso il prosindaco Giancarlo Gentilini. "Prodi che benedice le unioni omosessuali non avrà mica anche quel difetto là?", ammicca il leghista Roberto Calderoli. E sarà pure un tipo un po' bizzarro il vescovo di Como monsignor Maggiolini, ma la Curia non si sogna di riprenderlo quando dichiara (in un'intervista a 'Libero'), che "gli omosessuali si possono curare".
La settimana scorsa molti hanno letto con un po' di stupore, in un sondaggio uscito su ‟la Repubblica”, che se due terzi degli italiani sono favorevoli ai Pacs per le coppie etero, solo il 31 per cento vorrebbe estenderli anche a quelle omo. E anche Renato Mannheimer racconta di aver rilevato una tendenza simile. Fino all'anno scorso il consenso si aggirava intorno al 45 per cento, che già era una delle percentuali più basse d'Europa. Secondo Grillini è anche la campagna insistente della Chiesa e la confusione fra patti di convivenza e matrimoni che viene agitata, un po' come quella fra embrione e bambino ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita, a provocare questi sbandamenti.
La campagna della Chiesa attorno al pericolo che correrebbe 'la famiglia' arriva fino ad accusare i Pacs di incostituzionalità. Già vari giuristi, dal cattolico Stefano Ceccanti all'ultralaico Luigi Ferrajoli, hanno respinto questa tesi. Va ancora oltre Stefano Rodotà, secondo cui i Pacs non solo non contrastano con l'articolo 29 della nostra Costituzione, che definisce la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio", ma non escludono in nessun modo altre forme di convivenza. Ricorda Rodotà che l'Europa, nella Carta di Nizza che anche l'Italia ha votato e che dovrà diventare la seconda parte della Costituzione europea, ha messo "fra i diritti fondamentali degli individui, fra i diritti che non sono cedibili", non solo quello di sposarsi, ma anche quello di costituirsi una famiglia. E ha aggiunto che questi diritti devono essere regolati dalle leggi nazionali. Quasi tutti i paesi d'Europa d'altra parte hanno ormai approvato norme sulle convivenze perché, sostiene Rodotà, "ormai non è più lecito dire che solo il matrimonio è la regola. Ci sono due possibilità, che sono state messe sullo stesso piano". Una studiosa della famiglia come Chiara Saraceno ha ricordato che la molteplicità e le diversità dei tipi di famiglia in cui le persone scelgono di convivere, anziché indebolire la famiglia ne sottolinea la forza simbolica, confermandola come luogo e istituzione della solidarietà reciproca. Certo, per accettare questa visione bisogna avere il coraggio di guardare alla società com'è e non come si vorrebbe che fosse. E soprattutto non incaponirsi nell'idea di fare dell'Italia l'ultima trincea di una conservazione messa in crisi nel resto d'Europa.
Chiara Valentini

Chiara Valentini

Chiara Valentini, giornalista e saggista, responsabile dei servizi culturali di “Panorama” e poi inviato speciale dell'“Espresso”, ha pubblicato vari libri, fra cui: La storia di Dario Fo (Feltrinelli, 1977), Berlinguer (Mondadori, 1989; Feltrinelli, 2014), Il nome e la cosa. Viaggio nel Pci che cambia (Feltrinelli, 1990), O i figli o il lavoro (Feltrinelli, 2012). È autrice de Le donne fanno paura (il Saggiatore, 1997), uno dei primi libri ad aver messo in luce le discriminazioni delle italiane e La fecondazione proibita (Feltrinelli, 2004). È stata caposervizio cultura e inviato speciale di “Panorama” e poi de “L’Espresso”, cui attualmente collabora.

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