Ne parlano tutti come del miglior ospedale da campo della zona, e in ogni caso il primo allestito a Muzaffarabad, capitale del Kashmir sotto amministrazione pakistana. Non è il lusso, certo: ma in questa città di circa 400mila abitanti, disastrata dal terremoto dell'8 ottobre e affollata da profughi scesi dalle valli circostanti, l'accampamento della Jamaat ud Dawa è un punto di riferimento. Due container attrezzati a sale operatorie, una farmacia che pare ben fornita, una tenda-sala medicazioni, ampie tende militari come corsie. Mosche e fango sono ovunque, ma non ci sono molte alternative a Muzaffarabad, nella provincia montagnosa chiamata Azad (‟libero”) Jammu e Kashmir, che non fa parte formale del Pakistan ma ne è una provincia di fatto. Il dottor Naeem Mughal, chirurgo ortopedico, è di qui e lavorava all'ospedale crollato con il terremoto. Ora dirige il lavoro di qualche decina di medici e infermieri volontari venuti da tutto il Pakistan - e non solo, da una sala operatoria vedo uscire due giovani medici indonesiani. ‟Bisogna ammetterlo, stanno facendo un lavoro impressionante”, fa notare Tariq Naqash, giornalista conosciuto in questa regione: è il corrispondente di Dawn, un importante quotidiano pakistano, e membro della Commissione per i diritti umani in Pakistan. Nel caos dei primissimi giorni, quando le strade erano invase da frane e macerie, mancavano elettricità e telecomunicazioni, e l'intera amministrazione locale era sotto shock, in una città come Muzaffarabad molti hanno visto prima la solidarietà spontanea dei pakistani dei soccorsi organizzati. E nella disordinata corsa alla solidarietà, alcuni gruppi islamici si sono fatti avanti per primi, e in modo organizzato ed efficiente, riconosce Naqash: ‟Sono stati i primi a pensare alle barche per raggiungere località isolate o traghettare le persone rimaste bloccate dal lago artificiale formato da una frana, prima che arrivasse l'esercito”.
Così ora sulla sponda sinistra del Neelum, opposta al centro di Muzaffarabad punteggiato di macerie, ecco le tendopoli della fondazione Al Khidmat, braccio assistenziale della Jamaat e-Islami, il più antico partito fondamentalista del subcontinente indiano (oggi fa parte della coalizione di partiti religiosi che occupa un terzo dei seggi nel parlamento del Pakistan e dà il suo appoggio esterno al governo del presidente Parvez Musharraf). E poi le tende della Jamaat ud Dawa, parente della Lashkar e Taiba, uno dei più noti gruppi islamici ‟militanti” (nel senso di armati) che hanno base in territorio sotto controllo pakistano e alimentano la guerriglia anti-indiana in Kashmir: i cosiddetti jihadi. ‟Questo è solo uno dei nostri campi”, dice Haji Javed ul Hassan, un signore dall'imponente barba brizzolata e il copricapo pashtoon della frontiera afghana, presidente delle operazioni di soccorso della Jamaat ud Dawa nel distretto di Muzaffarabad. In questo accampamento di tende militari sono ospitate 50 famiglie, circa 700 persone, più qualche centinaio che si presenta per il riparo notturno.
Accanto alla tendopoli c'è il campo-ospedale in cui mi trovo. Altri campi sono a Bagh (altra cittadina del Kashmir pakistano colpita dal sisma) e a Balakot, ad appena 50 chilometri da qui ma in territorio pakistano. ‟Ora in queste tre città stiamo organizzando villaggi più stabili, un centinaio di tende ciascuno, scuola, moschea: noi forniremo cibo e servizi”. I volontari vengono da tutto il Pakistan, aggiunge, inclusi circa 400 studenti della rete di madrasah (scuole coraniche) della Jamaat ud Dawa. Quali in particolare? Il signore col barbone cita quella di Muridke, il paesetto alle porte di Lahore, in Punjab, dove è nata Lashkar e-Taiba e tuttora risiedono i suoi leader - e poi quelle di Karachi giù sulla costa, Peshawar (la capitale della Provincia della frontiera di Nordovest dove la coalizione di partiti religiosi ha il governo locale)... E tutto questo - tende, ospedale da campo, convogli di aiuti - si regge solo sulle donazioni private ‟raccolte in Pakistan e tra i pakistani espatriati”, dice orgoglioso il signor ul Hassan.
La presenza di questi soccorritori crea qualche imbarazzo al governo pakistano: il presidente Musharraf si è sentito in dovere di dichiarare più volte alle tv occidentali che ‟gruppi illegali non saranno ammessi a unirsi ai soccorsi”. In Pakistan Lashkar e Taiba è fuori legge dal gennaio del 2002, un mese dopo essere stata accusata di aver organizzato un attacco al parlamento indiano a New Delhi, episodio che aveva portato India e Pakistan sull'orlo della guerra. Da allora più volte il presidente pakistano Parvez Musharraf ha reiterato decreti che mettono fuori legge ormai 11 gruppi ‟jihadi”: i quali però restano attivi, e in modo neppure troppo sotterraneo, con altri nomi. Non è un segreto che in territorio sotto controllo pakistano le organizzazioni jihadi hanno ancora campi di addestramento e retrovie. Inoltre, diversi mojaheddin fatti prigionieri in Afghanistan nell'ultimo anno hanno detto aver ricevuto addestramento in campi sulle montagne di Mansehra, 50 chilometri da qui ma in Pakistan a tutti gli effetti, zona ora terremotata.
Jamaat ud Dawa, reincarnazione di Lashkar e-Taiba, non è illegale ma è sulla ‟watch list” del governo, una lista di sorveglianza, ha precisato il presidente Musharraf. Così pure Al-Rasheed Trust, fondazione umanitaria a più riprese accusata di incanalare fondi verso organizzazioni combattenti o al-Qaeda, senza che la cosa fosse mai davvero provata. Sono le sigle citate dal presidente Musharraf l'altro giorno in un'intervista al britannico Financial Times: ‟Li abbiamo ammoniti, se vediamo che si imbarcano in qualsiasi attività diversa dall'assistenza li bandiremo dalle zone terremotate”. Ha però ammesso che hanno riempito un vuoto: ‟Stanno facendo un buon lavoro, non possiamo cacciarli”.
‟Organizzazioni bandite e screditate stanno riguadagnando legittimità attraverso il lavoro di assistenza”, si indigna in un editoriale Najam Sethi, direttore del quotidiano Daily Times. Come distinguere, del resto, tra assistenza e propaganda? ‟Non sono mica tutti guerriglieri”, nota Tariq Naqash: ‟Sono ingegneri, medici, gente dedicata, anche se certo hanno tutti la barba”, il segno di un islam ultraortodosso. ‟Loro sono della scuola wahabi, ma qui curano senza distinzioni. E' ovvio che questo lavoro assistenziale avrà un impatto futuro: stanno facendo un'ottima impressione”.
Prima del terremoto questi gruppi non erano così visibili in Kashmir, spiega il giornalista. Erano più discreti: Jamaat ud Dawa aveva una rete di moschee e scuole diretta proprio da Haji ul Hassan, pakistano trasferito in Kashmir. Altri gruppi combattenti, come Hizb-ul Mojaheddin, erano presenti nei campi di sfollati della ‟linea di controllo”, la frontiera di fatto con lo stato di Jammu e Kashmir sotto sovranità indiana: ondate di sfollati giunti dal 1990, quando la ribellione separatista è sfociata in una guerra strisciante. Ora, con i soccorsi ai terremotati, i jihadi mostrano un'altra faccia.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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