Non è stato solo il riformatore Khatami a criticare il suo successore per aver auspicato che Israele ‟sia radiata dalle mappe geografiche”. Anche nelle stesse file dei conservatori l’oltranzismo del presidente desta malumore e alcuni deputati del partito conservatore tradizionale, il Motalefeh, avrebbero chiesto a Rafsanjani e allo stesso Khatami di intervenire nella politica estera iraniana per evitare ulteriori escalation. Molti commentatori sui giornali chiedono maggiore sagacia e maggiore realismo e alludono alla possibilità che ci sia bisogno di ‟una squadra” a guidare la politica estera.
Queste voci sembravano confermate nelle settimane scorse quando era stato annunciato che il Consiglio di Discernimento, guidato da Rafsanjani, avrebbero avuto da ora in poi anche il potere di supervisione su tutte le decisioni del potere legislativo, amministrativo e giudiziario. ‟Abbiamo bisogno di diplomazia e non di slogan” ha detto Rafsanjani. ‟Con una diplomazia accorta l’Iran può far valere i propri diritti anche sulla questione nucleare e invece con Ahmadinejad stiamo tornando indietro a tutto gas verso l’isolamento internazionale. Non è ammissibile che sia il presidente, le cui parole hanno un effetto globale nel bene e nel male, a creare una crisi per il nostro Paese” dice al telefono Ali Abtahi, ex vicepresidente e braccio destro di Khatami. Secondo Abtahi le parole di Ahmadinejad ‟hanno un uso interno”. Il bilancio dei suoi primi quattro mesi di governo è tutt’altro che positivo: fuga di capitali verso gli Emirati, dove molte società iraniane hanno delle filiali; mancanza di una strategia economica; calo costante della Borsa. E nemmeno è riuscito a far nulla finora per mantenere la promessa di combattere la corruzione e distribuire parte delle entrate petrolifere per ora ai poveri che l’hanno votato.
Nonostante le critiche Ahmadinejad prosegue imperterrito sulla sua strada. Sa di poter motivare con la retorica contro Israele i basiji e i pasdaran che nel giugno scorso avevano lanciato nelle moschee, nelle scuole coraniche e nelle caserme la parola d’ordine per la sua elezione. Ha scelto non a caso la Giornata di Gerusalemme, che è la più cupa delle ‟giornate dell’odio” organizzate dalla Repubblica islamica. Khomeini, che di psicologia di massa era maestro, aveva scelto l’ultimo venerdì di Ramadan per proclamare la distruzione di Israele, forse calcolando che il lungo digiuno avrebbe aumentato l’aggressività della gente. La Giornata di Gerusalemme, sempre con gli stessi slogan, viene celebrata da 27 anni e vi hanno partecipato tutti i dignitari della Repubblica islamica, incluso Khatami. Quindi di fatto Ahmadinejad non ha detto niente di nuovo, come ha sottolineato il governo iraniano. Già negli anni 90 però era cominciata con Rafsanjani una certa revisione delle posizioni sul conflitto arabo-israeliano. Dopo gli accordi di Oslo Teheran affermò che avrebbe rispettato la volontà del popolo palestinese, pur mantenendosi scettica su quegli accordi, e durante la presidenza Khatami si cominciò a parlare della soluzione dei due Stati. Questo processo si interruppe quando l’Iran, invece di ricevere la ricompensa che si aspettava per l’aiuto dato all’occidente nella guerra in Afghanistan, fu collocata dal presidente Bush ‟nell’asse del Male”. Ahmadinejad ha avuto subito l’appoggio dei sepah pasdaran, le Guardie rivoluzionarie: ‟Il presidente ha parlato in nome della nazione e iraniana e le sue parole sono quelle degli iraniani” ha detto il capo dei pasdaran Rahim Safavi, pur dando un’interpretazione cauta delle parole di Ahmadinejad: ‟il presidente intende che tutti i popoli islamici dovrebbero unirsi per lottare economicamente politicamente e culturalmente per la liberazione della nazione palestinese”.
L’isolamento dell’Iran ha provocato un reazione di orgoglio ferito, soprattutto negli ambienti dei basiji e dei pasdaran da cui viene Ahmadinejad. Il presidente pensa di poter usare le semplici certezze di un tempo, dice l’economista Said Lelylaz. In questo momento, secondo Leylaz, le reazioni ‟eccessive” dell’Occidente hanno messo temporaneamente a tacere le critiche interne. Ieri Ahmadinejad ha dato una prova di forza nominando quattro ministri e ordinando una purga senza precedenti di ambasciatori all’estero considerati troppo liberali. Al ministero del Petrolio ha nominato Sadeq Mahsouli, un altro "signor Nessuno" secondo i commentatori iraniani, che incontrerà prevedibilmente difficoltà ad essere accettato dal parlamento, come era accaduto a Ali Saidlou, la prima scelta di Ahmadinejad e suo collaboratore al municipio di Teheran, che era stato respinto dai parlamenti preoccupati della sua incompetenza.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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