Ormai lo sappiamo per certo da una corrispondenza del ‟New York Times” del 3 novembre: Saddam Hussein era pronto a dimettersi prima dell’invasione dell’Iraq. Lo conferma, con prove e dettagli, lo sceicco Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi alla televisione Al Arabya sabato 30 ottobre. Dunque non era una invenzione bizzarra e fantasiosa ciò che andavano dicendo in quei giorni Marco Pannella ed Emma Bonino e che - in Italia - solo questo giornale ha testardamente sostenuto: si può rimuovere Saddam Hussein senza guerra. Non solo è bene non fare la guerra perché (ormai lo dicono anche in casa di Bush) ‟si sa come si comincia ma non si sa come si finisce” specialmente se si comincia male e con carte false. Ma anche perché è bene cercare la pace muniti, oltre che della sacrosanta determinazione di rifiutare il conflitto, di un piano per scongiurarlo.
Il piano c’era, era possibile, realistico, imminente. Avrebbe fermato i falchi di Washington. Un piano italiano, di qualcuno che non conta nulla, da un Paese che adesso non conta nulla e che stava per evitare la guerra peggiore (perché inutile, sbagliata, sanguinosa, senza uscita e favorevole al terrorismo) degli ultimi decenni.
Non se ne è accorto nessuno (solo un gruppo trasversale di deputati che dopo un po’ hanno lasciato perdere) e questo è triste. Più triste, anzi grave, è stato che il governo di questa Repubblica, che della salvezza dei cittadini, dei suoi soldati, della reputazione del Paese è responsabile, sia corso a sventolare bandiere dietro il carro di guerra dei neoconservatori (minoranza della minoranza, e anzi anomalia, della cultura americana).
E si sia messa ad applaudire a ogni mezza frase guerresca di Bush come il popolo di Petrolini nella mai dimenticata imitazione di Nerone.
Ricordate la domanda che la signora Sheehan, madre di un soldato ventenne che dall’Iraq non è più tornato, ha ripetuto la scorsa estate al presidente Bush in tranquilla vacanza a Crowford, Texas: ‟Voglio soltanto sapere perché è morto mio figlio. Risponda a questa domanda e io andrò via tranquilla col mio dolore”. La Sheehan sapeva che Bush, ormai privato delle carte false che avevano sostenuto la necessità di guerra, non poteva rispondere a quella domanda. Anche Bush lo sapeva, mentre lo spaventoso errore, suo e di Blair, è sotto gli occhi costernati del mondo che vede morti e sangue ogni giorno. E infatti, invece di ricevere la madre di un soldato caduto per obbedire ai suoi ordini (Bush è il comandante in capo delle Forze armate americane) ha ordinato allo Fbi di tenere lontana la donna. E anche per questo è precipitato ai livelli più bassi nell’opinione del suo paese, che ormai pensa di lui quello che pensa il mondo.
L’Italia, per ora, deve reggere un doppio peso. Non solo quello di una guerra che milioni di bandiere della pace avevano subito negato, non solo trenta morti italiani caduti nel vuoto della non politica, ma anche la dichiarazione grave e futile del primo ministro italiano che prima di andare a Washington a constatare da vicino il disastro afferma: ‟Io quella guerra non l’ho mai voluta”. Chi avrà detto a Bush - che lo ha detto in un suo discorso - che l’Italia era parte della ‟coalizione dei volonterosi”, chi avrà dato i titoli da apocalisse ai giornali, ai settimanali di Berlusconi, chi avrà scritto e gridato il ‟lancio” di notizie di guerra e di celebrazioni di guerra nei suoi telegiornali? E chi avrà sfilato quando veniva lanciato il ricatto dello ‟Usa Day”, quando chi si teneva dignitosamente a distanza, era un nemico degli americani che ci avevano liberato (quelli di Franklyn Delano Roosvelt, del New Deal e dell’antifascismo) mentre passavano bandieroni Usa nelle mani dei discendenti politici di coloro che contro gli americani avevano sparato fino all’ultimo ‟per l’onore del Paese”?
Gli altri Paesi europei hanno dovuto confrontarsi, come noi, con la guerra arbitraria e inutile che adesso mostra non solo le carte false ma anche la cancellazione della ultima residua ragione: ‟Almeno abbiamo fatto fuori un feroce dittatore”. Infatti c’era un piano credibile e quasi realizzato per rimuoverlo. Lo sapevamo allora e ci viene confermato adesso.
Ecco perché l’affermazione ‟pacifista” di Berlusconi, che finge di avere lavorato con Gheddafi (il quale dignitosamente tace) suona due volte offensiva. Perché in Italia, come in nessun altro Paese (compresa l’America) c’è stata una vera e ricattatoria celebrazione della guerra. E perché in Italia si sapeva davvero della possibilità di rimuovere senza guerra Saddam Hussein dal potere.
Non una parola allora, per non guastare la festa. Non una parola adesso, perché bisogna stare attenti alle traduzioni. Gli americani hanno poca stima per chi dice una cosa in un Paese e il contrario di quella cosa in un altro Paese. E infatti persino Bush ha mostrato di considerare la tendenza costante a mentire del primo ministro italiano una patologia su cui non è il caso di infierire.
Ma neppure ‟il caso umano” ha fermato la Casa Bianca quando, disinvolto e sicuro di controllare ogni mezzo di comunicazione, Berlusconi ha confidato ai giornalisti italiani che il presidente americano ha paura di Prodi e vede l’Italia in pericolo se vince il centrosinistra.
In quel caso la smentita è stata netta. Bush sa che i suoi cittadini, per il momento, non hanno una grande opinione di lui. Ma da questo ad abbassarsi al livello di Berlusconi c’è una differenza che bisogna subito marcare. Persino con una punta di sprezzo.
Ecco, questa è ‟la tassa sugli italiani” che Berlusconi ci costringe a pagare, oltre al disastro nell’economia, ai danni alla Costituzione, ai favori all’illegalità, al ridicolo con cui il premier italiano alimenta da solo le barzellette e le vignette del mondo.
La ‟tassa sugli italiani” viene imposta anche nel corso di una manifestazione di solidarietà a Israele dopo le affermazioni gravissime del presidente iraniano. Sentite che cosa dice, durante la ‟diretta tv” il portavoce di Fini Andrea Ronchi (trascrizione testuale): ‟Fini è qui con noi in spirito e alza in alto la sua voce. La sinistra invece non ha le carte in regola”. Lo scambio di una fiaccolata per un comizio astioso ed elettorale (si tenga conto: a opera di un portavoce, dunque di un professionista della parola) dimostra che l’imposizione della tassa sugli italiani, ovvero di un doppio peso, per ogni evento che la storia ci costringe a portare, è implacabile e non conosce eccezioni.
Tutti i Paesi civili del mondo portano il peso della guerra in Iraq che non finisce. Ma soltanto l’Italia è stata dilaniata dall’accusa di tradimento e connivenza con i terroristi a carico di chi diceva, ripeteva, spiegava le buone ragioni per non volere quella guerra. Soltanto in Italia un vice presidente del Consiglio, ora Ministro dgli Esteri, ha detto ai giovani del suo partito ‟dobbiamo dichiarare guerra al pacifismo”.
Soltanto l’Italia ha gettato sulla guerra e sulla tragica finzione della missione di pace, tutto il peso dei suoi media controllati al punto da ritirare i giornalisti dalle zone di guerra, quando molti di loro hanno cominciato a non stare più al gioco e a dire la verità sul pericolo a cui erano e sono esposti i nostri soldati. Ricordate le sgridate subite nel corso del bollettino serale di governo detto ‟Porta a Porta” dalle giornaliste Lilli Gruber e Maria Cuffaro quando hanno pronunciato la parola ‟guerra”, mentre i soldati italiani erano assediati in un fortino per difendere la ‟governatrice” Contini che fingeva di governare (ma i colpi erano veri e i soldati morivano davvero)?
Tutti i Paesi vivono nella tensione, paura, minaccia e persino tragica realtà (Spagna, Inghilterra) del terrorismo. Ma soltanto in Italia il primo ministro sceglie di confidare a un quotidiano amico che un kamikaze travestito da sportivo lo aspetta allo stadio per farsi esplodere in una prossima importante partita. E soltanto a noi tocca l’effetto comico che fatalmente produce non la rivelazione di un attacco per fortuna fallito in passato, ma l’idea di autoproclamarsi vittima futura. Se ciò che Berlusconi dice è vero, si tratta di una azione sventata e - come minimo - chi l’ha scampata dovrebbe congratularsi con chi ha visto il pericolo in tempo. Berlusconi invece vuole essere lui l’eroe. Fa ridere il mondo (si veda lo scettico ‟Herald Tribune” del 4 novembre) dichiarandosi vittima di 39 attacchi di odio che, naturalmente, non vengono dall’Iraq o da Al Qaeda ma dalla sinistra italiana di cui giustamente, come lui ci ha preventivamente avvisato, Bush diffida.
E, quanto all’Iran e alle sue gravissime e non tollerabili minacce contro Israele, soltanto l’Italia se la cava con una fiaccolata, per quanto ben riuscita. L’ambasciatore italiano non è stato richiamato ‟per consultazioni” come la diplomazia ha sempre fatto in questi casi. L’ambasciatore iraniano è stato festeggiato in occasione della fine del Ramadan. L’Italia non risulta avere fatto passi di alcun genere né presso i governi della Unione Europea o la presidenza della Commissione europea, né alle Nazioni Unite per concordare un’azione politica comune. L’Italia di Berlusconi non figura neppure fra i Paesi che hanno preso l’iniziativa di dichiarare il 27 gennaio (data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz) giorno della memoria della Shoah nel mondo.
La firma italiana è al settantacinquesimo posto, dopo vari Paesi Africani e Asiatici.
Tutti i Paesi sono nel pieno di una difficile congiuntura economica. Ma solo l’Italia di Berlusconi mente sui conti, ripete cifre sempre diverse e sempre inattendibili annuncia all’improvviso e nel mezzo del peggior buco in decenni, l’opera faraonica e dal costo immenso del ponte di Messina. E poiché il ponte di Messina non si farà (certo non nelle date inserite nella legge-annuncio che però, per un futuro governo, è vincolante) ha già posto a carico dello Stato, cioè dei cittadini, il costo delle pesanti penali che dovranno essere pagate all’unico privato che ha vinto, da solo e senza concorrenti né italiani né internazionali, la gara di appalto.
Ecco, questa è la ‟tassa sugli italiani”, il di più che paghiamo di costo e di prestigio, lo svilirsi della nostra faccia di cittadini e delle nostre tasche di malgovernati. È la tassa che grava in questa parte d’Europa per il solo fatto di essere governati da Berlusconi e dalla sua corte succube o complice o misteriosamente ubbidiente.
Questa tassa, purtroppo, a causa della natura arbitraria e imprevedibile del protagonista unico della vita pubblica italiana, può improvvisamente farsi più pesante, tanto più che il bizzarro protagonista è tuttora in grado - attraverso il controllo dei media - di dettare l’agenda e decidere capricciosamente di che cosa dobbiamo discutere stasera o domani. Il controllo esclusivo dei media non gli basterà a risalire nei sondaggi. Ma per adesso è ancora lui a decidere, argomento per argomento, non tanto l’azione del suo governo (che è inerte) o il lavoro del Parlamento (bloccato dalle sue ultime leggi speciali). Ma di che cosa devono aspettarsi, preoccuparsi o discutere tutti gli italiani, con bruschi e improvvisi passaggi dal terrorismo all’età pensionabile, dai crimini della sinistra ai ritocchi alla legge elettorale o alla Costituzione già devastata. I mesi che ci separano dalle elezioni riparatrici ci sembreranno lunghissimi. E certo non sono senza pericolo.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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