‟Marg bar Monafegh”. In farsi vuol dire: ‟Morte al traditore”. Un paio di parole che equivalgono a una condanna a morte. Un paio di parole pronunciate decine di volte tra il 1988 e la metà degli anni 90 dai capi della Vevak, la polizia segreta khomeinista. Una frase secca per autorizzare l’eliminazione di un oppositore all’estero. Li hanno fatti fuori a Berlino, Ginevra, Nicosia, Vienna, Tokio e Roma. Nella capitale italiana hanno assassinato, nel marzo 1993, Mohammed Naghdi, rappresentante dei Mujaheddin del popolo, organizzazione di esuli divenuta una spina nel fianco per il regime. Un attentato per il quale è in corso il processo a Roma: sul banco degli imputati (contumaci) alcuni elementi legati all’intelligence iraniana. Un giudizio a lungo ostacolato dalla ragion di Stato (leggi ricchi contratti in Iran). Oggi l’omicidio Naghdi torna d’attualità. Lo scontro tra Italia e Iran riporta in primo piano le azioni clandestine del regime nel nostro Paese. Attività che vanno avanti - indisturbate, se non addirittura favorite - dal 1980 senza che governo (di qualsiasi colore) e autorità abbiano avuto il coraggio di fermarle. Ora che la tensione è forte, i timori di possibili ritorsioni sono fondati. E non mancano i segnali. La Vevak è presente in Italia in modo massiccio. Milano, Roma, Napoli sono le tre zone dove i servizi khomeinisti hanno buoni appoggi. Al fianco di agenti, schierati con le classiche coperture, si muove una rete di sostenitori. Dispongono di negozi, attività commerciali, società. Nell’ultimo anno i khomeinisti, per proteggere meglio il loro network, hanno cambiato le facce. Alcuni referenti - le ‟antenne” - sono le solite: è il caso del mitico ‟Professore”, figura finita nel mirino degli investigatori per un traffico illegale d’armi ma mai arrestata. Altri, invece, sono stati sostituiti insieme alle loro pedine. Personaggi anonimi che raccolgono denaro, schedano le abitudini degli esuli, si offrono per acquistare tecnologia a doppio uso (militare e civile). Gli iraniani fanno la spesa-puzzle: ogni commerciante compra un solo pezzo di una macchina, che sarà poi assemblata in patria. Operazioni controllate a distanza dal regime. Le indagini dei carabinieri dei Ros sull’omicidio Naghdi hanno provato come gli eventuali attacchi siano decisi in base a una procedura che coinvolge le più alte cariche dello Stato (vedi grafico accanto). L’esecuzione è invece affidata, a seconda dei casi, a elementi della Vevak, della Forza Qods (corpo speciale) e dei pasdaran. In supporto si muovono diplomatici e 007 infiltrati sotto mentite spoglie. Un esempio? L’accreditamento delle spie presso l’ambasciata dell’Iran in Vaticano. Fonti Nato hanno messo in guardia diversi Paesi sulle ricognizioni condotte da simpatizzanti khomeinisti. Alcuni filmano obiettivi sensibili, altri organizzano picnic con famiglia nei pressi di basi dell’Alleanza e intanto controllano le misure di sicurezza. E’una strategia a lungo termine, con gli ayatollah radicali che cercano di mantenere le minacce. Naghdi è stato condannato da un tribunale di Teheran nell’84 ma lo hanno freddato a Roma nove anni dopo. A chi, una volta, ha chiesto se la sentenza di morte nei confronti di Salman Rushdie fosse stata sospesa, i mullah hanno replicato: ‟La freccia è già stata scoccata”. Dunque non si può più fermare.
Guido Olimpio

Guido Olimpio

Guido Olimpio, 48 anni, è giornalista del ‟Corriere della Sera”. Dal 1999 al 2003 corrispondente in Israele. Da vent'anni segue il terrorismo internazionale e, in particolare, quello legato alle crisi mediorientali. Nel 1996 è stato chiamato a deporre davanti alla Commissione sul terrorismo del Congresso americano. Tra i suoi libri Milano-Bagdad. Diario di un magistrato in prima linea nella lotta al terrorismo islamico in Italia, scritto con Stefano Dambruoso (Mondadori 2004); Anatomia del terrore. Colloquio tra Guido Olimpio e Sergio Romano (Rizzoli 2004); La rete del terrore. Come nascono e agiscono i militanti delle Guerre Sante (Sperling & Kupfer 2002).

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