Chissà quante rughe severe, lampi d´ira e aspri ghigni si aggiungerebbero al volto avaro di sorrisi dell´Ayatollah Khomeini vedendo cosa hanno fatto dopo la sua morte figli, discepoli e successori della sua Repubblica islamica: lui che aveva tanto faticato ad imporre alla potente gerarchia sciita iraniana una sua idea inedita, per certi versi paradossale, della teocrazia: il Velayat-e Faghih.
Quella configurazione ideativa di origine greca tra Theos (Dio) e Kràtos (potere) assumeva attraverso la rivoluzione khomeinista un nuovo significato e si faceva prestare dal vocabolario sciita il fascino lessicale delle parole antiche: si trasformava in Velayat, governo, del Faghih, del saggio. Un neologismo, frutto del fervore inventivo dei mullah cresciuti sui libri del vecchio Imam. Il "governo del saggio" in pratica però voleva dire il potere di veto della Guida suprema sull´insieme delle strutture e degli organi eletti e non eletti del nuovo regime. Khomeini costruisce con tenacia una farraginosa piramide, con al suo vertice la Guida della rivoluzione, seguita da una serie di organismi espressi dalla Costituzione islamica, dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, dall´Assemblea degli Esperti e dal Consiglio per i Pareri di Conformità, che la Guida controlla e utilizza per censurare l´operato dei due soli organi eletti, il Majlis, il Parlamento e la presidenza della Repubblica, il potere Esecutivo. O, nei momenti opportuni, per mediare con essi.
Tutto e tutti, insomma, sottomessi alla giurisprudenza dei teologi, comprese le forze armate (Esercito, Pasdaran e Basiji), perché soltanto il "saggio" conosce la volontà di Allah e del suo Profeta Mohammad per il bene dell´Ommat-e islami, il popolo dell´islam.
Il Velayat-e Faghih doveva essere il capolavoro teologico-politico del clero sciita che era arrivato al potere, ispirato assai liberamente al primo governo islamico, quello di Scià Ismail (sedicesimo secolo). Doveva essere inoltre una sorta di risarcimento: lo sciismo era nato come corrente ribelle alla supremazia sunnita, scegliendo il genero del Profeta, il primo Imam Ali, come suo legittimo successore e aveva sopportato persecuzioni e diaspora per sopravvivere all´islam egemone, quello sunnita. Nella visione di Khomeini, l´Iran, la nazione sciita più grande del mondo islamico, poteva e doveva ora ripagare il sacrificio dei suoi martiri, l´Imam Hussein, il figlio di Ali, in primo luogo, trucidato insieme alla sua famiglia nel deserto di Karbala nel Sesto secolo.
Il trionfo del pensiero khomeinista costò caro innanzitutto agli oppositori più prestigiosi e considerati più colti del fondatore della Repubblica islamica: al gentile e amatissimo Ayatollah Taleghani, al fiero e combattivo rivale, l´ayatollah dell´Azarbaigian iraniano, Shariat-Madari e persino a colui che doveva essere il suo "delfino", l´Ayatollah Montazeri, tuttora rinchiuso nella sua casa nella città santa di Qom. Si oppose anche il vecchio di Najaf di origine iraniana, l´Ayatollah Ali al-Sistani, che, caduto Saddam Hussein, divenne la guida spirituale degli sciiti iracheni. Ma alla fine vinse Khomeini e la sua Velayat-e Faghih venne approvata insieme alla Costituzione della Repubblica islamica come suo cardine dalla stragrande maggioranza degli iraniani. E tutto filò più o meno liscio fin quando era in vita lui, custode incontrastato della teocrazia sciita iraniana.
Con la morte del vecchio Imam la teocrazia permane ma emergono anche i primi segnali della sua crisi. Intanto, il suo successore, l´Ayatollah Ali Khamenei gode degli stessi poteri e privilegi del predecessore, ma non ha il suo carisma, strumento indispensabile per farsi obbedire. A garantire la sopravvivenza del regime è il potente Hojattol-islam (gradino più basso dell´ayatollah nella gerarchia del clero sciita) Hashemi Rafsanjani, che per due mandati consecutivi vince le elezioni presidenziali e controlla da eminenza grigia il composito mondo del clero e gli organi della piramide del potere. Comincia una fase di tacito ridimensionamento del khomeinismo, assegnando alla teocrazia compiti più politici che ideologici: un khomeinismo più pragmatico, che spesso fa un uso strumentale del Velayat-e Faghih e di chi lo rappresenta, cioè dell´Ayatollah Khamenei. Durante gli otto anni della presidenza di Rafsanjani, la teocrazia iraniana diviene anche più dialettica e nascono i primi riformisti, che con la elezione di Mohammad Khatami alla presidenza della Repubblica trovano terreno fertile (o s´illudono) per poter riformare il regime.
Khatami insiste sul rispetto della Costituzione, del "governo del saggio", chiede l´impossibile a chi lo rappresenta, all´Ayatollah Khamenei: chiede la democrazia, il rispetto dei diritti, la libertà d´espressione. Involontariamente mette in crisi la sostanza della teocrazia sciita iraniana, il Velayat-e Faghih e fa venire in primo piano il ruolo ricoperto da Khamenei. I seguaci più radicali di Khatami vogliono che la Guida venga eletta dal popolo, qualcuno chiede una riforma "protestante" della religione e altri ancora propongono un referendum per abolire il Velayat-e Faghih: la teocrazia si divide in fazioni litigiose e nel regime la prassi corrente è la dualità del potere tra riformisti e conservatori, il caos insomma.
La vera crisi della teocrazia iraniana però, appare paradossalmente nella sua forma più insidiosa con la sconfitta elettorale dei riformisti e dei conservatori pragmatici durante le presidenziali del 2005 e con la vittoria di Mahmud Ahmadinejad, bollato immediatamente come ultraconservatore. Malgrado le apparenze, cioè malgrado il ritorno al khomeinismo duro e puro con Ahmadinejad, la sua comparsa sulla scena politica iraniana segnala l´inizio di un mutamento sostanziale del sistema teocratico della Repubblica islamica. Ahmadinejad è un fanatico khomeinista, è un fervente musulmano, forse anche bigotto, ma è un civile. Anzi, proviene dai corpi speciali dei Pasdaran, appartiene a quella generazione di iraniani che ha fatto per otto anni la guerra contro l´Iraq e ha l´ambizione di sintetizzare la volontà politica di una nuova casta, quella dei militari, fin qui rimasta ai margini del potere, completamente monopolizzato dal clero, riformatore o conservatore.
Con lui, il "saggio" si spoglia del turbante e il "governo" si militarizza e si dota delle armi nucleari; Theòs è un Dio guerrigliero, populista, che chiama i fedeli a «pulire il mondo dal sionismo» e Kràtos è quella particolare forma di potere che si esercita con il pugno di ferro, nello spartano stile dei Pasdaran sui terribili campi di battaglia della guerra contro Saddam. Ecco perché il vertice della teocrazia sciita iraniana, il clero, in questi drammatici giorni di crisi lo teme e lo protegge, lo corregge e lo distanzia. Ahmadinejad è la nuova destra che gode del sostegno dell´unico fenomeno nuovo, dell´unica forza emergente nel regime islamico, i militari e i paramilitari che chiedono, a distanza di diciassette anni dalla fine della guerra Iran-Iraq, il conto al clero. E se oggi vogliono essere l´interlocutore privilegiato degli ayatollah, nessuno può escludere che domani ne divengano il vero rivale.
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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