Le travi che reggevano il tetto sono recuperabili. Anche le pietre squadrate dei muri maestri e molti dei mattoni. L'intelaiatura di una finestra, qualche tavola: tutti materiali utili per ricostruire le case distrutte dal terremoto dell'8 ottobre - e nell'immediato servono a tirare su dei ripari per l'inverno, qualcosa di più delle tende in cui ora alloggiano migliaia di famiglie nelle zone terremotate del Kashmir. Il sisma ha avuto epicentro in territorio sotto controllo pakistano, appena al di là della linea di confine (provvisoria e contesa) che divide questa regione dell'Himalaya occidentale. Di là è l'inferno, ma anche di qua 1.300 persone sono morte sotto le macerie e decine di villaggi sono distrutti. Come qui a Uri, appena 19 chilometri dalla frontiera, sede di una guarnigione militare: un grande villaggio con belle case a due piani, muratura e legno come quasi tutte qui in Kashmir, graziose verande e frequenti antenne paraboliche - ora tutto crollato o pericolante.
‟In questi villaggi si erano appena abituati alla tregua quando il terremoto ha colpito”, mi dice Sonia Jabbar, attivista indiana e autrice di saggi sul Kashmir: era là la mattina del sisma. La zona più devastata, nel Kashmir indiano, è proprio quella a ridosso della frontiera: decine di villaggi alpini da cui si possono guardare, a qualche centinaio di metri, villaggi simili ma nel territorio sotto controllo pakistano. Ed è anche la zona che ha sofferto più direttamente le ostilità tra India e Pakistan, cominciate nel 1947 quando le due nazioni indipendenti sono nate dalle ceneri dell'impero britannico nel subcontinente indiano: quella frontiera, o Linea di Controllo, è la linea di cessate il fuoco della prima guerra indo-pakistana ('47), sancito nel `49 da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Da allora resta una frontiera provvisoria (benché riconosciuta nel `72 da un trattato bilaterale), minata e disseminata di bunker e postazioni militari da cui i due eserciti si sono scambiati per oltre mezzo secolo tiri d'artiglieria, quasi quotidiani, perfino nei periodi di relativa pace: fino al novembre 2003, quando India e Pakistan hanno sospeso le ostilità per avviare un dialogo di pace, e sui villaggi di frontiera non sono più caduti colpi a casaccio.
L'epicentro del terremoto del Kashmir è dunque anche l'epicentro di un conflitto decennale. E ora molti, dai due lati della frontiera di fatto, si chiedono se la catastrofe naturale spingerà India e Pakistan ad accelerare quel dialogo cominciato due anni fa, che si trascina stancamente.

Un riparo per l'inverno
Sul versante pakistano del disastro la battaglia è ancora per la sopravvivenza. Nel Kashmir indiano la fase dei ‟soccorsi” è ormai finita: si corre piuttosto a costruire ripari per affrontare l'inverno incombente, perché le tende non reggeranno la neve. Sonia Jabbar, che coordina da New Delhi l'attività di numerose organizzazioni della società civile raccolte nel ‟Kashmir earthquake relief coordination centre”, riassume: 22mila famiglie sono senza tetto nel distretto di Uri, altre 7.000 in quello di Karnah. Il governo indiano (quello centrale, New Delhi) ha stanziato fondi per i risarcimenti: 100mila rupìe indiane (pari a 1.850 euro) per ogni casa da ricostruire, di cui 40mila rupie già consegnate - insieme a razioni alimentari gratuite: 11 kg di riso al mese per famiglia, legumi, olio, zucchero. Molti materiali da costruzione saranno recuperati dalle vecchie case, altri offerti dal governo a prezzi di favore (escluso il cemento, però).
‟Il piano del governo ora va integrato con la solidarietà privata e popolare”, dice la signora Vijaya Chauhan, attivista del ‟Pakistan-India People's Forum for Peace and Democracy”, il Forum popolare per la pace e la democrazia fondato una decina d'anni fa da pacifisti e persone impegnate nei due paesi - lei è di Bombay ma è volata in Kashmir dopo il terremoto, coordina in loco il gruppo delle ong indiane e kashmire. Passata la prima emergenza, spiega, ora puntano a raccogliere fondi, spingere le industrie a donare cemento o lamiere, magari chiedere ai cittadini indiani di ‟adottare” un villaggio per qualche anno per sostenere la ricostruzione. Intanto stanno avviando un censimento di danni, case crollate, famiglie senzatetto, donne o bambini rimasti soli: è affidato a 150 volontari locali. Poi vogliono studiare costruzioni antisismiche per queste valli, ‟ci aiuteranno anche il Hazard Centre di New Delhi e il People's Science Institute di Dehra Dun”. L'India democratica è scesa in campo.
‟La ricostruzione vera e propria comincerà al disgelo, in marzo”, spiega Irshad Ahmad Khawaja, che vive in un villaggio vicino a Uri e fa lo stringer per alcune agenzie di stampa a Srinagar, la capitale (estiva) dello stato indiano di Jammu e Kashmir (d'inverno parlamento e governo si trasferiscono a Jammu, in pianura). E' uno dei giovani che qui si sono buttati a fare i volontari, distribuire aiuti, e ora collaborano al censimento ‟popolare”. Spiega Irshad che da queste parti c'era un embrione di Ong: si chiamava Mankind Serving Organization (‟Organizzazione al servizio dell'umanità”) e cercava di assistere le vittime civili dei villaggi cannoneggiati lungo la linea di frontiera, in particolare nel distretto di Baramulla (una delle vie di ‟infiltrazione” di miliziani dal territorio pakistano). Un effetto collaterale del terremoto sarà stato avvicinare gli attivisti sociali indiani e quelli del Kashmir, dove la società civile organizzata è stata schiacciata dal lungo conflitto - soprattutto in queste zone di frontiera, strette tra la ‟militanza” armata e l'esercito, e in particolare da quando è cominciata la rivolta armata nel 1989 - che qui ha lasciato una scia di repressione, sangue, detenzioni extragiudiziarie, desaparecidos e risentimenti.
Anche per questo stupiscono i commenti sentiti a Uri o in villaggi vicini - Salamabad, Julla, così vicini alla linea di frontiera che ci vuole un permesso speciale per andarci. ‟L'esercito ha fatto molto. Loro sì, sono stati efficenti, non come dal lato del Pakistan”, dice il signor Javed Bandey davanti alle macerie di una bella casa a due piani: ha appena finito una litania di lamentele verso il governo locale - le razioni alimentari sono scarse, gli aiuti in ritardo, gli ambulatori mancano di medici, le strutture provvisorie adibite a scuola sono troppo poche e i funzionari locali fanno favoritismi. L'esercito però ha aiutato, dice. In una zona dove i militari sono malvisti per i continui raid a caccia di guerriglieri infiltrati dalle linee pakistane, ora tutti, ma proprio tutti, ammettono: l'esercito ha fatto un ottimo lavoro, ‟un'ora dopo il sisma gli elicotteri avevano cominciato a soccorrere i villaggi più isolati”.
La risposta all'emergenza è stata buona, da parte del governo e da parte della società civile, dice Yussef Taregami, deputato del Partito comunista indiano al parlamento statale di Jammu e Kashmir. ‟Quello che manca è un meccanismo perché gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno con tutta la trasparenza necessaria”. Incontro Taregami nella sua casa a Srinagar, in una mattina di pallido sole autunnale: due settimane fa era sfuggito a un attentato di cui ha fatto le spese un suo vicino di casa, il ministro dell'istruzione del governo locale. Le voci democratiche e laiche, attivisti per i diritti umani, sindacalisti, sono nel mirino dei gruppi armati islamisti: da tempo ormai la guerriglia separatista si è trasformata in una guerra sporca. E l'aspetto della capitale kashmira non è cambiato molto, dialogo o non dialogo: posti di controllo bunkerizzati agli angoli di strada, sacchi di sabbia a proteggere edifici pubblici e residenze di esponenti politici.

La ‟frontiera morbida”
Taregami è tra i dirigenti politici kashmiri che nei giorni successivi al sisma hanno chiesto ai governi di India e Pakistan di aprire la Linea di Controllo e permettere il passaggio delle persone e degli aiuti: come il chief minister (capo del governo locale) Mufti Mohammad Saued, o come Mirvaiz Umar Farook, leader moderato della ‟conferenza per la libertà” (il forum delle forze kashmire indipendentiste), e Yasin Malik, leader del laico Fronte di Liberazione di Jammu e Kashmir.
‟Questo disastro offre ai due paesi un'opportunità per avvicinarsi su un terreno umanitario, e fugare un po' della sfiducia accumulata nei decenni”, dice Taregami. Ma poi aggiunge che è più un auspicio che altro. ‟Il terrorismo continua, qui e a Delhi”: le bombe nella capitale indiana, gli attentati a Srinagar, i conflitti a fuoco tra ‟militants” e forse di sicurezza indiane. Molti guardano con timore a quanto sta avvenendo nelle zone terremotate sul lato pakistano, dove le organizzazioni assistenziali dei gruppi islamici armati sono in prima fila nei soccorsi, riempiendo un vuoto dell'intervento statale (vedi il manifesto, 30 ottobre): ‟Il risultato sarà un riavvicinamento tra l'esercito pakistano e i jihadi”, commenta a Srinagar un osservatore che preferisce restare anonimo: ‟Questi gruppi stanno raccogliendo enormi fondi: per il terremoto, ma anche per rafforzarsi. Hanno guadagnato nuova legittimità, e questo favorirà nuovi reclutamenti. E il ciclo della guerra sporca continuerà”.
Una soluzione stabile per il Kashmir? Non ci sono formule magiche, dice Yusuf Taregami: ‟Il sogno della azadi, la libertà in uno stato indipendente, è tramontato: tutti qui ci rendiamo conto che non è realistico” - ed è quanto sentiamo ripetere da numerosi attivisti sociali e giornalisti qui a Srinagar.
‟Primo, bisogna che India e Pakistan raggiungano qualche accordo che metta in pace le reciproche preoccupazioni strategiche”, continua il deputato. Bisogna anche tenere conto delle diversità in questo stato composito - dove vivono musulmani, hindu, buddhisti (nel Ladak), con il Gilgit e il Baltistan tanto lontani da sembrare un mondo a parte, e con molteplici lingue: kashmiri, punjabi, dogri, ladaki. ‟Voglio dire che la soluzione comunalista, dividere lo stato lungo linee comunitarie - musulmani di qua, hindu di là - non farebbe che aumentare le ostilità, gettarci in una guerra permanente: è quanto abbiamo visto nel 1947”, e si riferisce alla partizione tra India e Pakistan.
Ci vuole una soluzione ‟circolare”, dice Taregami: ‟Bisogna che il Jammu e Kashmir abbia il massimo possibile di autonomia regionale, da entrambi i lati della frontiera di fatto, e che la Linea di Controllo sia demilitarizzata. Deve diventare una frontiera morbida, aperta alla libera circolazione delle persone e delle merci”. Non sarà facile, ammette, ‟ci vuole un approccio graduale, così che la distensione non sia percepita come vittoria dagli uni e sconfitta dagli altri”.
Per questo, ogni gesto di apertura è importante. Il primo era stato l'autobus che collega Srinagar a Muzaffarabad, la capitale del Kashmir pakistano, inaugurato nell'aprile scorso (ora è bloccato dal terremoto che ha fatto franare la strada e il ‟ponte della pace” che segna la frontiera, ma riprenderà). I varchi nella Linea di Controllo, se saranno davvero aperti anche ai cittadini, saranno un altro passo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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