L’acquisto del 15% della Milano-Serravalle da parte della Provincia di Milano evoca il fantasma dello Stato imprenditore o, come ha scritto ‟Il Foglio”, del ‟dirigismo arcaico”. Poiché le autostrade degli enti locali sono sei e costituiscono, in potenza, il terzo polo del settore, conviene chiedersi quale consistenza abbia questo fantasma. Le autostrade sono monopoli naturali regolamentati. Al sistema economico interessa la qualità e il prezzo del servizio. Perciò una riforma dell’Anas, ente regolatore, gestore e talvolta socio dei concessionari, e dunque in perenne conflitto d’interesse, conterebbe più della modifica del regime proprietario. A Milano, d’altra parte, nessuno viene dalla scuola di Chicago. Il Comune conserva il controllo di Aem (energia) e Sea (aeroporti), e quando il sindaco Gabriele Alberini dice che voleva privatizzare la Serravalle, significa che voleva dare il ‟suo” 19% al privato più generoso. In questo contesto, la Provincia può sostenere di aver agito da azionista. Di aver cioè difeso il premio implicito nella partecipazione del 38% in Serravalle, minacciato da un eventuale accordo tra il Comune e il gruppo Gavio, già titolare del 29%. Il patto di sindacato tra Comune e Provincia avrebbe impedito ai contraenti di vendere a terzi fino al 2006, ma i contrasti intestini, con le elezioni imminenti, potevano far temere una disdetta. Poiché lo stesso patto non vieta di comprare, il presidente della Provincia, Filippo Penati, ha giocato d’anticipo e ha chiuso con Marcellino Gavio. La novità, dunque, non è la rinascita dello Stato imprenditore, che non era mai morto, ma la ridefinizione del potere in Serravalle. Resa onerosa dal dissidio (deprecabile) tra i due enti. Troppo onerosa? Albertini si scandalizza perché Gavio incassa il triplo di quanto aveva pagato. Il margine è impressionante, ma il senno di poi va usato con cautela se si pensa che lo stesso Albertini aveva venduto il 49% di Aem nel luglio del 1998 a un quarto del valore raggiunto dall’ex municipalizzata 30 mesi dopo. E’più prudente stare all’oggi. Ubm e Mediocredito centrale fissano a 7 euro il valore teorico dell’azione in relazione alle medie di settore, e però sono sospettabili di voler lisciare la barba a Penati per avere incarichi. A 7,05 euro, tuttavia, il 16 settembre lo stesso Gavio ha comprato dalla Provincia di Pavia lo 0,7% di Serravalle. Aggiungere un premio di maggioranza del 30% è molto, ma in piazza degli Affari si è visto ben altro. Non è dunque, dato il dissidio, il prezzo marginale il problema, ma l’uso che la Provincia farà del suo nuovo potere. La Serravalle ha un margine operativo lordo di 100 milioni e un debito di 72, che resterà più o meno lo stesso con i nuovi investimenti. E’ pertanto in grado di reggere, a parità di tariffe, un debito ulteriore di mezzo miliardo dal quale i soci possono estrarre un dividendo straordinario di eguale entità come hanno fatto i Benetton con Autostrade. A quel punto la Provincia si troverebbe il controllo gratis. Ma avrà il centrosinistra il coraggio di copiare Benetton? Quotare in Borsa la Serravalle o la scatola che l’ha comprata non fa differenza. È quotata Autostrade Spa, la scatola, e non Autostrade per l’Italia, la società operativa. D’altra parte, per questo settore la Borsa è servita solo a rimescolare i diritti di proprietà, non a sostenere gli investimenti che vengono finanziati in altro modo. Conta invece la trasparenza nei lavori. La Serravalle ha una società di costruzioni, la Valdata, dove Gavio ha il 20%. Sarebbe meglio se si ponesse fine al matrimonio sui cantieri e se le opere venissero tutte date a gara. Ancor più conta, infine, se la Provincia userà il suo potere per sbloccare i grandi lavori sulle tangenziali e per la Pedemontana lombarda, un project financing da 4 miliardi che non parte mai. Penati ha investito, adesso deve asfaltare. (con la consulenza di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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