L'introduzione della sharia in un sistema laico passa sempre attraverso il codice della famiglia. L'Iraq non fa eccezione. Saranno i diritti delle donne i primi ad essere sacrificati dalla costituzione del dopo-Saddam, in nome dell'islam. E su questo si metteranno facilmente d'accordo sciiti, sunniti e kurdi, divisi quasi su tutto. Le bozze che stanno circolando del testo della nuova costituzione, che dovrebbe essere varata il 15 agosto, non lasciano dubbi. L'articolo 14 stabilisce infatti che le materie relative al matrimonio, al divorzio e all'eredità saranno regolate in base alla legge religiosa (sharia, secondo l'interpretazione sunnita o sciita). Quindi è facilmente immaginabile l'introduzione del tutore (o permesso familiare) per il matrimonio, il diritto di ripudio per il marito e l'eredità dimezzata per le donne. Poco importa se un altro articolo della stessa costituzione stabilisce uguali diritti per le donne, perché poi aggiunge: quando questi diritti non ‟violano la sharia”. Anche l'escamotage è classico, vedi Algeria, per fare un solo esempio. La sharia non è, finora, l'unica fonte della legislazione irachena, ma tutte le leggi - trattati internazionali compresi - non possono entrare in contraddizione con l'islam. Resta da vedere quali tribunali religiosi giudicheranno i cristiani, che peraltro sono sempre meno (erano circa 700.000) in Iraq vista la caccia che è stata scatenata contro di loro.
La nuova costituzione dunque segnerà la fine di un codice della famiglia varato negli anni cinquanta che, per i diritti riconosciuti alle donne, era considerato uno delle più progressisti del mondo arabo-musulmano. Questo è il risultato della guerra, dell'occupazione e delle elezioni di gennaio che hanno visto la vittoria della lista confessionale sciita sponsorizzata dal grande ayatollah Ali al Sistani, il quale ha indotto i suoi seguaci a recarsi alle urne con una fatwa (sentenza religiosa). Del resto quello che si sta realizzando con la nuova costituzione non è il primo tentativo di cancellare il codice della famiglia, considerato troppo permissivo dai leader religiosi - tutti, sciiti e sunniti - nonostante le modifiche introdotte negli ultimi tempi da Saddam, come l'obbligo per le donne di età inferiore ai 45 anni di essere accompagnate da un maschio nei viaggi all'estero. Già nel dicembre del 2003, Abdelaziz al Hakim, leader dello Sciiri (Consiglio superiore per la rivoluzione islamica in Iraq), durante il suo mese di presidenza del Consiglio governativo provvisorio, aveva varato la ‟misura 137” che aboliva il codice della famiglia e al suo posto introduceva la sharia. Solo una immediata e forte mobilitazione delle donne aveva impedito che la misura passasse.
Nel frattempo nell'Iraq senza legge la condizione delle donne è notevolmente peggiorata, la violenza - rapimenti, stupri, minacce - è all'ordine del giorno e per le donne che hanno subito violenze l'‟onore” della famiglia viene salvato, in base a ordini impartiti da leader tribali e religiosi, con la morte della donna. I delitti d'onore, peraltro impuniti, sono aumentati notevolmente dopo la caduta di Saddam, come sostiene anche l'istituto di medicina legale di Baghdad. E non tutti i corpi delle donne uccise arrivano a questo istituto. Non solo delitti d'onore. Le donne sono minacciate da gruppi islamisti se non portano il velo, se si truccano, se escono per strada.
Nonostante queste minacce le donne irachene abituate a una partecipazione alla vita politica, sociale ed economica del paese non si arrendono. Sfidando i problemi di sicurezza, martedì hanno manifestato per i loro diritti in piazza Firdaus (che di paradiso ha solo il nome). Riusciranno a respingere i tentativi degli islamisti? Nel Comitato che sta preparando la costituzione, su 71 membri le donne sono meno di dieci e ad essere minacciata è anche la quota del 25 per cento garantita alle donne negli organismi parlamentari dalla costituzione provvisoria. Ipocritamente c'è chi sostiene che essendo le donne oltre il 50 per cento, non è giusto prevedere una presenza femminile del 25 per cento. E visto che la costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne ... non servono le forzature, se non per far rispettare il Corano (naturalmente secondo l'interpretazione dei gruppi islamisti al potere).
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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