Il paradosso è grottesco. A rappresentarlo è il referendum costituzionale che si svolge oggi in Iraq. Gli iracheni devono avallare con il loro voto un testo costituzionale che in maggioranza non conoscono. Di quale costituzione si parla? Le Nazioni unite avrebbero dovuto diffonderne cinque milioni di esemplari che però solo in pochi sono riusciti a vedere. Alla vigilia del voto, per problemi di sicurezza, non si conoscevano nemmeno i seggi. E si voterà sotto coprifuoco, in un clima di tensione e di paura. Perché anche questa volta alcuni gruppi armati - soprattutto a Ramadi - hanno minacciato chi oserà avvicinarsi alle urne. Un copione già sperimentato nel «triangolo sunnita» il 30 gennaio scorso. Ma a differenza delle elezioni legislative c'è chi sostiene - anche gruppi radicali di Falluja - che questa volta si può approfittare delle urne per respingere una costituzione che ha escluso la minoranza sunnita e che porterebbe alla spartizione del paese. I sunniti potrebbero approfittare di un emendamento concesso ai kurdi nella legge di transizione e che permette di respingere la costituzione con la maggioranza di due terzi raggiunta in tre province. Una eventualità non remota se temuta anche dal governo che, a pochi giorni dal voto, aveva tentato di cambiare la legge elettorale. Tentativo fallito anche per l'opposizione dell'Onu. Ma la comunità sunnita è troppo divisa per poter approfittare di questo emendamento, che sulla carta è una garanzia per le minoranze, e si presenta in ordine sparso.
Il Partito islamico iracheno - legato ai Fratelli musulmani e già parte del governo in passato - è stato recuperato all'ultimo momento dal presidente Jalal Talabani (sotto forte pressione americana) con promesse che il futuro governo potrà cambiare la costituzione, non ancora avallata dal voto popolare. Gli ulema (i leader religiosi sunniti) hanno condannato questo voltafaccia e invitano a votare no, così come altri leader sunniti anche radicali. Mentre altri, per reazione, hanno scelto il boicottaggio. Un test importante sarà Falluja, da sempre il simbolo della resistenza dove numerosi si sarebbero iscritti alle liste elettorali. Anche se i partiti - ci aveva detto Mohammed Abdullah del Centro studi per i diritti umani e la democrazia di Falluja - non hanno permesso la costituzione di comitati indipendenti che, come osservatori durante il voto, avrebbero anche potuto essere una garanzia contro i brogli. Che molti temono. E proprio per questo c'è chi pensa che non valga la pena rischiare.
Contro la costituzione dovrebbero votare anche i seguaci del leader radicale sciita Muqtada al Sadr. Ma, come sempre in questi casi, molti sciiti alla fine potrebbero non restare insensibili all'indicazione della loro massima autorità religiosa, il grande ayatollah Ali al Sistani, che ha detto di votare sì. O semplicemente perché pur essendo contrari al federalismo, previsto dalla costituzione e difeso strenuamente dai kurdi, non sono insensibili alla possibilità di potersi appropriare del petrolio prodotto dai giacimenti di Bassora (il 60 per cento della produzione nazionale).
Comunque vada, anche se oggi non ci saranno attentati spettacolari, il risultato della giornata sarà certo disastroso e porterà alla frantumazione del paese. Spartizione in tre zone in base alla scelta federalista - Kurdistan al nord, centro sunnita e sud sciita -, tutti uniti dalla identità islamica, e non più araba - peraltro i kurdi non sono arabi -, che farà della sharia la fonte principale di legge.
Sconfitti in partenza non sono solo i sunniti - emarginati dalla politica, epurati dal processo di debathizzazione ed esclusi dalla spartizione del petrolio, il triangolo sunnita non dispone di pozzi -, ma anche i laici e soprattutto le donne. Che inutilmente hanno protestato contro l'islamizzazione che ha già visto ridurre i propri diritti. E prima ancora dell'entrata in vigore della costituzione sono già arrivare le milizie religiose a imporre i loro diktat.
La costituzione sarà approvata, come conviene all'agenda di Washington, le priorità di Bush sono sempre prevalse su quelle di Baghdad, poco importa se l'Iraq fa un salto indietro nella storia. E se la democrazia in Iraq muore sul nascere.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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