La città è tornata alla normalità, se di normalità si può parlare a Kabul. Dopo tre giorni di vacanza per le elezioni hanno riaperto scuole e uffici e le strade sono tornate ad intasarsi. Non era stata solo la vacanza a tenere tappata in casa la popolazione ma la paura che le minacce dei taleban si manifestassero anche nella capitale. La prova principale è superata, anche se nel sud del paese non sono mancati attacchi con vittime. Una guerra che dall'inizio dell'anno ha già provocato 1.200 morti. I timori non sono tuttavia fugati, ma solo rimandati al momento in cui saranno comunicati i risultati. Che tarderanno a venire. Domenica sera, dopo la chiusura dei seggi, alle 16, tutte le urne sono state trasportate nei centri provinciali e oggi comincerà lo spoglio. Una procedura da molti contestata perché favorirebbe i brogli. E per questo proprio domenica sera la tensione si respirava nell'aria: era il momento buono per il sabotaggio. Passata la nottata, si è tornati alla quotidianità. Per i risultati c'è tempo. Si prevede un primo annuncio l'8 ottobre, ma quelli definitivi, dopo l'esame dei reclami, probabilmente numerosi, saranno ufficializzati solo il 22 ottobre. Quello sarà il momento più delicato, dicono e temono in molti. Comunque la giornata di domenica non ha riservato grandi sorprese. Forse più che la mancata spettacolarizzazione dei taleban a caratterizzare il voto è stata la disaffezione degli elettori, in una occasione che suonava come storica: le prime elezioni dirette di un parlamento dal 1969. Non si hanno dati sulla partecipazioni, ma gli osservatori di Free and Fair elections in Afghanistan hanno avanzato una stima del 50 per cento dei 12,5 milioni di iscritti alle liste elettorali su 28-29 milioni di abitanti.
Un ‟desencanto” sorprendente rispetto a un anno fa, quando la partecipazione alle presidenziali era stata del 75 per cento, anche se gli iscritti alle liste elettorali allora era inferiore (poco più di 10 milioni). Domenica non si registravano code nei seggi installati nelle scuole, nelle tende - che ospitano gli studenti per mancanza di aule - e nelle moschee, per rendere più concreta la minaccia del ‟dio ti vede”, che non è peraltro una esclusiva dell'Afghanistan. L'attesa era invece provocata dalla complicata scelta del candidato su una lista che, per il parlamento a Kabul, comprendeva 390 candidati. In un seggio una vecchietta ha chiesto aiuto e alla fine a votare per lei è stata la figlia. Nei seggi la presenza più numerosa era quella di scrutatori e rappresentanti di partiti e di candidati. Da cosa nasce lo scarso interesse? In parte dalla paura, ma solo in parte. ‟L'anno scorso molti hanno votato Karzai che aveva fatto tante promesse, ma poi non le ha mantenute, per questo gli elettori hanno perso la fiducia e pensano che non valga la pena votare”, ci dice uno dei candidati più combattivi dell'opposizione, Ramazan Bashardost.
Questa opinione è condivisa anche da un'altra candidata, Soraya Perlika, oltre che da diverse persone incontrate ai seggi e fuori. E se per Bashardost la debolezza del presidente Karzai deriva dalla corruzione, per Soraya Perlika è dovuta al fatto che è ostaggio dei fondamentalisti presenti nel suo governo. Altri elettori, soprattutto fuori Kabul, dicono di non aver votato perché nelle liste hanno trovato ‟solo i signori della guerra che hanno distrutto il paese o afghani rientrati dall'occidente che si candidano solo per meglio realizzare i loro business”, riferisce ancora Ramazan Bashardost.
E il business in Afghanistan è soprattutto la droga. Che foraggia tutti i signori della guerra, taleban compresi, sotto gli occhi delle truppe americane. Una tolleranza dovuta al fatto che gli americani vogliono mantenere questo precario equilibrio della morte per non scontrarsi su diversi fronti, visto il pantano in cui si sono infognati in Iraq. ‟L'Afghanistan non è l'Iraq, ma gli afghani (i signori della guerra, ndr) potrebbero essere anche peggio”, ci aveva detto un ex comandante mujahidin che ora si è buttato negli affari. E c'è da crederci, a giudicare da come avevano ridotto Kabul dopo gli scontri tra le varie fazioni jihadiste.
‟L'Afghanistan ha senza dubbio bisogno di istituzioni democratiche, ma queste non saranno veramente democratiche, nonostante le elezioni, finché le decisioni saranno prese dagli americani. Anche se so bene che se le truppe se ne andassero ricomincerebbero gli scontri tra le varie fazioni”, così spiega il suo non-voto Habib, che del resto non aveva partecipato nemmeno alle presidenziali. E come lui altri giovani istruiti e anche politicizzati.
Anche Musil, un uomo di 63 anni, che negli anni `60 aveva vissuto negli Stati uniti, non aveva votato alle presidenziali perché Karzai ‟si limita a ratificare le decisioni degli americani”. Lo abbiamo incontrato in un seggio di Macrorayan, il quartiere popolare costruito ai tempi dell'occupazione sovietica, dove invece quest'anno ha votato, per un ‟uomo onesto” dice. E aggiunge: ‟gli americani se ne devono andare, dicono di essere venuti per dare la caccia a Osama, ma Osama ce l'hanno portato loro per combattere contro i sovietici. Noi non vogliamo i dollari ma solo la nostra dignità”. Accanto a lui, Mohammed, insegnante nella stessa scuola Fatah, dove si trova il seggio, dice di aver votato perché così il parlamento potrà condizionare il governo.
Dal lato apposto della scuola, anche il seggio delle donne è relativamente animato: due sorelle dicono entusiaste di aver votato lo zio. E non una donna? Innanzitutto la famiglia, dicono scherzando le due giovani mentre il loro velo leggero scivola sulle spalle.
Ormai a Kabul la stragrande maggioranza delle donne non porta più il burqa, sostituito con un velo, spesso leggero, che lascia fuoriuscire folte ciocche. Anche ai seggi erano poche le donne con il burqa e alcune hanno confessato di averlo indossato per sfuggire al controllo della famiglia. La partecipazione delle donne è stata inferiore alle speranze. Nonostante siano aumentate le iscritte nelle liste elettorali, passate dal 41 al 44 per cento, ieri le donne non hanno affollato i seggi. Con alcune eccezioni. Nella moschea sciita di Takya Khana, nel centro di Kabul, le donne hazara, quasi tutte con il burqa, si sono accalcate per tutto il giorno, decise a votare, ma alle 16 si sono viste chiudere le porte in faccia: le schede elettorali erano finite. Un'altra originalità afghana: ognuno poteva votare in qualsiasi seggio della sua circoscrizione. Comunque le elezioni sono già state avallate anche dalla missione di osservatori dell'Unione europea guidata da Emma Bonino.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>